Quanto vale una laurea?

Il recente rapporto Ocse conferma la convenienza economica per chi raggiunge un titolo accademico. Ma il vero investimento in istruzione ha un valore aggiunto, perché produce effetti di lunga durata, in termini di equità e giustizia sociale
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

È intitolato “Education at a glance 2019” il report di OCSE da poco pubblicato, e che come ogni anno, per il rimando dei principali giornali finanziari, porta i riflettori sui sistemi di istruzione dei Paesi membri (siamo in 36!) e sui ritorni finanziari dell’investimento sull’alta formazione.

Una delle domande sottostanti a cui pare voler rispondere – per semplificare – è quella relativa a quanto costi e quanto renda una laurea.

È una valutazione importante che studenti e famiglie fanno sempre di più, nell’ottica di tarare correttamente le aspettative, evitare le successive o eventuali frustrazioni da “cervello in fuga” o “diritto al lavoro (e ben retribuito) in quanto laureato”.

Tuttavia questo tipo di approccio, che limita la ragioni di una scelta di investimento privato – dal lato di chi studia – e di investimento pubblico – da parte dello Stato che ci mette una parte di risorse – ai soli aspetti finanziari di breve periodo, potrebbe essere riduttivo e  forse fuorviante.

“Che laurearsi convenga è fuori di dubbio” scrive con chiarezza il Sole 24 ore. E questo vale con più evidenza per gli adulti – 25- 64 anni –  poiché chi ha un’istruzione universitaria o para universitaria o post universitaria guadagna mediamente il 39% in più rispetto ai diplomati. Meno congruente il dato per la parte più giovane del campione – 25-34 anni- che sperimenta un vantaggio in termini di reddito del solo 19% in Italia.

Sono tendenze che certamente chiedono di tenere alta l’attenzione verso i giovani, e ancor più verso i giovani NEET (che non studiano e non lavorano), la cui quota è più elevata proprio nella fascia di età 20-24enni, quella in cui inizia la transizione verso l’istruzione terziaria o l’accesso al mercato del lavoro.

Valorizzare in senso lato la scelta di proseguire un percorso formativo – di istruzione universitaria o tecnica – in una fascia delicata di passaggio verso l’età adulta, potrebbe essere il significato più autentico del rapporto in questione: una prima conseguenza potrebbe essere quella di collocare in modo mirato gli investimenti in orientamento, supporto alle scelte, informazione su percorsi formativi e sbocchi occupazionali.

Perché un altro tema evidenziato dal rapporto OCSE è che scegliere la facoltà giusta non è indifferente, e che tale scelta richieda una visione di lungo respiro, non solo in senso di ritorno economico – occupazionale (è noto a tutti, ormai che l’ambito tecnologico –ingegneristico e delle STEM sia quello che offre maggiori opportunità di inserimento nel mercato del lavoro) ma anche in senso esistenziale.

Ciò che il rapporto non dice, ma è stato ampliamente descritto da altri documenti di ricerca (uno per tutti il Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità diffuso dal Ministero della Salute) è che chi è più povero di capacità e risorse è più esposto a rischi per la salute: povertà materiale e povertà di reti di aiuto, disoccupazione, lavoro poco qualificato, basso titolo di studio sono fattori, spesso correlati, che minacciano la salute degli individui.

Pur partendo dalla considerazione che l’Italia è tra i Paesi in cui i cittadini “in media” hanno un’aspettativa di vita tra le più alte al mondo, anche grazie all’equità e all’eccellenza del suo sistema sanitario, il rapporto evidenzia come queste medie nascondono una differenza di circa 3 anni nella speranza di vita tra un laureato e una persona con la sola scuola dell’obbligo.

L’accesso all’istruzione, e ad un’istruzione di grado superiore e universitario, si colloca allora in una prospettiva di riduzione delle disuguaglianze e di promozione della giustizia sociale: e per quanto la spesa italiana per studente sia in crescita, non tiene  ancora il passo con gli altri Paesi OCSE.

Ma forse nel nostro Paese non tiene ancora il passo la consapevolezza di quanto l’istruzione abbia un valore in sé nello sviluppo e nella crescita integrale della persona: tutta l’istruzione, anche quella classica e umanistica, perché risultato e frutto di anni di impegno, di applicazione e apprendimento su se stessi e sugli altri, di allargamento dei propri orizzonti di pensiero e di capacità di comprensione della realtà … sono competenze indispensabili anche in prospettiva occupazionale, nei processi che la ricerca del lavoro, i cambiamenti delle professioni chiedono.

Quest’estate ho avuto la possibilità di fruire con la famiglia di due visite guidate nelle Marche, rispettivamente a casa Leopardi a Recanati, e alle Grotte di Camerano. In entrambi i casi, come tutti i visitatori, siamo rimasti edificati dalla passione e competenza delle giovani guide locali. Possiamo immaginare che la qualità della loro prestazione sia strettamente correlata alla loro retribuzione?

 

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