Quanti sono i “mena”?

Anche a Madrid ci si preoccupa per la presenza di un numero crescente di minori stranieri non accompagnati. Al solito, c’è chi li tratta da rifugiati indifesi e chi da sfruttatori della bontà del Paese

“Mena”, la sigla che definisce in Spagna l’insieme dei Menores Extranjeros No Acompañados (minori stranieri non accompagnati) ogni volta di più trova spazio nei titoli della stampa, e non certo a causa di cose buone, ma tutto il contrario. Il termine, ormai accettato come sostantivo dall’Accademia della lingua (il mena, la mena), a seconda di chi lo pronuncia acquista pure connotazioni politiche, oltre che sociali, mediche, criminali… E quale sostantivo ammette tante qualifiche, anche quelle più peggiorative.

«In Spagna ci sono oltre 125 mila mena». Un titolo come questo, di un noto sito digitale, è stato di certo pensato per creare allarme sociale. Se poi l’articolo relativo aggiunge che ogni mena «ci costa 7 mila euro al mese», allora l’allarme è garantito. Non è raro poi trovare tra le notizie che ti offre Google sul tuo cellulare titoli con chiara intenzione politica: «Il numero di mena è raddoppiato da quando Sánchez occupa La Moncloa», si legge per esempio. Si finisce allora in brutti episodi di difficile comprensione, come quello accaduto pochi giorni fa davanti a un centro di tutela dei minori a Barcellona, dove si è scatenato uno scontro tra manifestanti contro i mena e chi invece li difendeva. Alcuni manifestanti sono riusciti a entrare nell’edificio e hanno aggredito alcuni di questi minori. Ora dovranno rispondere davanti al giudice per atti di xenofobia.

Questo dato sulla presenza di oltre 100 mila ragazzi e ragazze non accompagnati in Spagna è stata elaborato anche da Hannan Serroukh. Questa figlia di genitori marocchini, nata in Spagna, è oggi coordinatrice dell’area degli studi islamici nel Gruppo di studi strategici (Gees nella sigla spagnola), un centro privato composto di professori e analisti di diversa estrazione, che elabora relazioni tecniche sulla sicurezza e la difesa, e nel caso di Serroukh sul rischio di minaccia terroristica. Che siano veri i suoi calcoli si fa fatica ad ammetterlo, soprattutto quando il ministero degli Interni dà una cifra molto più bassa. Nel suo ultimo rapporto, dell’aprile scorso, avanza la somma di 12.303 mena. Comunque, stando solo alle cifre del ministero, è vero che i numeri sono aumentati considerevolmente: 3.997 alla fine del 2016 a 6.414 nel 2017.

Il fenomeno dei mena risale agli anni ’90 e ha avuto alti e bassi a seconda di come cambiava la politica migratoria. Nell’accoglienza e integrazione di questi minori si sono impegnate diverse Ong, in collaborazione con i servizi di protezione dei minori nelle comunità autonome, incaricate di amministrare i centri a loro destinati. Un anno fa, nell’ultima riunione al ministero del Lavoro, migrazione e sicurezza sociale con i corrispondenti delle comunità autonome, sono stati approvati 38 milioni di euro allo scopo di migliorare l’attenzione verso questi ragazzi. In quell’occasione si è pure messo in evidenza quanto sia complesso quantificare la presenza di questi minori, perché in tanti casi rimangono per un certo lasso di tempo al centro di accoglienza, ma poi spariscono.

Sembra, però, che non basti stanziare soldi per risolvere un fenomeno che, come tanti altri, ha difensori e detrattori. Se da una parte Ong come Ayuda en Acción afferma che si tratta di ragazzi che «scappano da situazioni estreme come la povertà, gli abusi, la guerra o il traffico di persone», invece voci come quella di Serroukh assicurano con una certa crudeltà che «nella maggior parte dei casi che ho conosciuto ho potuto parlare con i loro genitori e tutori. Questi fornivano loro i documenti per chiedere il permesso di soggiorno, ma allo stesso tempo non volevano prendersi cura dei propri figli».

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