Padre in carcere

Anche un detenuto o un ergastolano rimane genitore per sempre. Lo scoraggiamento è il nemico più pericoloso. I consigli di Ezio Aceti ai carcerati di Saluzzo (Cn) per ritrovare un rapporto positivo con i figli.

La festa del papà può anche essere un momento di nostalgia. Per i figli che non hanno più padri da festeggiare, per i padri che non hanno più i figli da cui essere festeggiati, e anche per chi vive situazioni particolari, come ad esempio i padri che sono in carcere, a scontare il proprio debito con la giustizia.

Una trentina dei 380 detenuti nel carcere di massima sicurezza di Saluzzo (CN) hanno potuto vivere questa ricorrenza in modo particolare, riflettendo con Ezio Aceti su come poter continuare ad essere padri pur nella loro particolare condizione, realtà e dinamica relazionale non scontata per chi vede i propri figli poche volte l’anno e per chi, con una condanna all’ergastolo, deve necessariamente mettere in conto nuove modalità di relazione per sempre.

Ezio Aceti parla ai detenuti del carcere di Saluzzo (Cn)L’incontro si è inserito all’interno di un progetto di genitorialità portato avanti da ormai due anni dall’associazione di volontari Liberi dentro Onlus insieme ai volontari Crivop, che propone ogni settimana la possibilità per i carcerati di partecipare ad alcuni laboratori dove creare oggetti per i propri figli. Un sodalizio virtuoso, quello tra queste due realtà associative, per nulla scontato. «Solitamente in ambienti come questo le associazioni non collaborano tra loro. Ognuno viene, fa la sua attività e poi se ne va», confida la presidente di Liberi Dentro Onlus Giuseppina “Biba” Monardi. Invece qui si vede che con i volontari in pettorina blu del Crivop il rapporto di collaborazione e l’amicizia sono veri.

E i frutti di questa collaborazione si possono vedere nella grande partecipazione al laboratorio da loro proposto, molto apprezzato dai carcerati che sentono in questi momenti la possibilità di passare dei momenti di famiglia.

«Genitore sempre: il padre amorevole», che tradotto si potrebbe dire: “è possibile essere padri da un carcere?”. Questa la sfida che Ezio Aceti lancia a questi padri e nonni che si trovano ad ascoltarlo e a cui ripete, più volte, che l’essere genitori non finisce con l’inizio di questa condizione particolare da loro vissuta, ma che «noi siamo genitori sempre, qualsiasi cosa sia successa, qualsiasi situazione si viva».

Sono molto concreti i suggerimenti che Aceti dà a questi padri per mantenere e migliorare i rapporti con i loro figli, declinati anche in base alle diverse età dei figli. Li invita a stimarli, a sostenerli, ad interessarsi a loro ancora prima di chiedere ai figli di farlo verso di loro, a togliere i pregiudizi, utilizzando un linguaggio capace di attendere e poco propenso alla volgarità.

Consigli che varrebbero per ogni padre, ma che dentro queste mura, dove spesso i rapporti avvengono per lettera o attraverso telefonate, assumono un significato ancora più importante.

«Il problema di molti di noi qui dentro è che i nostri figli non li conosciamo, perché sono cresciuti senza di noi e solo adesso che hanno 15-16 anni incominciamo ad avere un rapporto con loro. Ci vergogniamo di dirgli che gli vogliamo bene», dice uno dei detenuti. Si legge nelle sue parole la difficoltà di un rapporto padre-figli che ha, inevitabilmente, delle sfide che si aggiungono a quelle già normalmente presenti in quelle età.

Aceti nel suo intervento continua a far riferimento spesso alla speranza, una parola che può sembrare poco consona al luogo, ma senza la quale si può far strada lo scoraggiamento, «il vostro più pericoloso nemico». Ed indica quale deve essere l’obiettivo: che i propri figli vadano via contenti dai colloqui, che vogliano continuare a tornare, e possano attraverso questo rapporto positivo con i propri padri incominciare a smettere di vergognarsi.

Cinque i punti per arrivare a questo obiettivo: prendere atto dei pensieri dell’altro, insistere sulle situazioni positive e di successo della vita dei propri figli, raccontare di sé, farsi percepire come degni d’affetto e mostrare un’immagine di sé positiva.

«Noi non siamo solo lo sbaglio che abbiamo fatto, possiamo essere ciò che vogliamo diventare». Il finale è un invito a prendere esempio da don Bosco e dal suo “difetto”: vedere, anche nei carcerati, il positivo. «Dovete ammalarvi di positivo», incoraggia Aceti. Ricominciando, dedicando del tempo, anche nel rapporto con i propri figli, a descrivere le cose belle di sé e di quello che si sta vivendo, pur in un luogo come il carcere.

Per scoprire, anche attraverso il rapporto con i propri figli, che le proprie fragilità non sono più forti delle cose positive che abbiamo, e che ognuno di noi è stato creato con un “antivirus”: qualsiasi cosa abbiamo fatto possiamo sempre ricominciare.

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