Ora il suo posto è qui

Un flusso ininterrotto di persone si reca in visita alla tomba di Chiara Lubich. Un tributo di gratitudine.
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Dopo aver risalito per un paio di chilometri, oltre Squarciarelli, la trafficata strada provinciale che da Grottaferrata porta a Rocca di Papa, forte è il contrasto con quell’oasi di silenzio e di verde, appena delimitata da una cancellata bianca, al n° 306 di via di Frascati. L’uomo si incammina spedito lungo il viale, come se quei luoghi gli fossero familiari, cercando di passare inosservato. Non ha voglia, è evidente, di salutare chicchessia.

Si trova nella sede centrale dei Focolari, una costruzione dei primi anni Sessanta progettata da due focolarini architetti, Cesco Zagolin e Nino Marabotto, e poi edificata grazie all’arch. Antonio Petrilli e all’ing. Danilo Zanzucchi. Pur essendo in grado di accogliere i responsabili nel loro servizio quotidiano, esso conserva tuttavia le proporzioni e il timbro di “casa”. Lo si nota nelle mirate proporzioni dei vari ambienti, nel gioco di colore dei materiali usati, nell’arredamento.

Entra nella cappella. Sulla parete bianca di fronte all’altare, una grande lastra di marmo indica che le spoglie di Chiara riposano lì. Vi è inciso il suo nome e le parole del testamento di Gesù – «Che tutti siano uno» – il programma di una vita. Si inginocchia, e scoppia in un pianto dirotto. Alla fine, quando esce con gli occhi rossi, qualcuno gli si avvicina, lo fa accomodare in un salottino attiguo, gli offre da bere. Lui ringrazia, accennando appena un sorriso. «Tornerò – dice –, per ora va bene così».

Ritornerà, infatti, più volte. Emerge, a tratti, la sua vicenda. Parla del suo incontro con i giovani del movimento quando era ancora ragazzo, appena adolescente. Un ideale sconfinato aveva dato slancio ed entusiasmo ai suoi giovani anni. Poi, il momento della “prova”: compagnie poco affidabili lentamente lo hanno fatto deviare dalla strada intrapresa.

Eppure, in fondo al cuore – molto in fondo – era rimasta un’accorata nostalgia di cose belle e pure, come il viandante conserva il ricordo della sorgente di acqua fresca a cui si è dissetato. Ma, ormai, pensava che quella fosse proprio acqua passata. Per caso aveva saputo della morte di Chiara: un colpo, un tuffo al cuore. «Ed ora, eccomi qui». In una visita chiede di parlare con un sacerdote. Col suo aiuto, è ricominciata una vita nuova.

 

Così, dalla sera del 18 marzo scorso, giorno delle solenni esequie nella basilica di San Paolo fuori le Mura. In tanti hanno poi voluto fermarsi a scrivere quanto avevano in cuore. Grossi albi, che si sono riempiti uno dopo l’altro: «Dopo anni di freddo e di dubbio, la tua partenza mi ha di nuovo attirato a te e a Dio»; «Ti ho conosciuta tardi, ma sei nel mio cuore»; «Vado da Gesù, e trovo te. Vengo da te, e trovo Gesù»; «Pensavo di fare il turista, ma il più bel momento l’ho trovato qui»; «Ti porto il saluto della mia terra. Sono pronto a dare la vita per essere come te. Nadir dell’Iraq»… Sono solo alcune tra le tante testimonianze e i molteplici messaggi. 

Dove già riposa Igino Giordani, Chiara è stata tumulata nella cappella da poco ampliata su progetto dell’arch. Giovanni Zanzucchi per rendere lo spazio più idoneo all’affluenza ormai sempre più intensa da parte di quanti seguono la vita dei Focolari.

L’intera parete dietro l’altare è ricoperta da un mosaico del pittore Paolo Scirpa. Raffigura l’evento del Vaticano II con la cupola di San Pietro circondata da un lato dai vescovi riuniti e dall’altro dal “popolo di Dio”.

In una pagina di un suo diario, proprio di quegli anni, la fondatrice dei Focolari aveva espresso il desiderio che sulla sua tomba ci fosse come simbolo la cupola di San Pietro, perché le ricordava ciò che amava di più: «Per me dice tutto. Parla di ciò che più amo e voglio amare: la Chiesa. (…) La creatura di Gesù, quella per la cui fondazione è morto; la sua sposa che sarà anche oltre il tempo».

 

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