Nazioni Unite: dare senso al multilaterale

Dopo una fase delle relazioni internazionali che ha visto prevalere il ricorso a scelte unilaterali, spesso legittimate solo dall’uso della forza, si ritorna a parlare di azioni multilaterali. E lo si fa guardando a quanto avviene all’interno del Palazzo di Vetro, con il plauso per le pur timide riforme, magari mantenendo quel pregiudizio di fondo che porta da qualche tempo a parlare di crisi delle Nazioni Unite, dimenticando che è l’insieme delle regole della Comunità internazionale a dare risposte stentate alle mutate esigenze. La crisi, però, non ruota solo attorno a princìpi giuridici o al ruolo del Consiglio di sicurezza, ma è soprattutto frutto della rinnovata volontà di grandi e medie potenze di accrescere la loro sfera di influenza, di marcare la loro individualità, di precludere l’unità fra i popoli in un mondo che ritiene di essere globalizzato. Certo la necessità di azioni multilaterali è richiesta dai fatti. Un rapido sguardo al pianeta, infatti, evidenzia conflitti armati che spesso lacerano in modo irreversibile la convivenza di persone e gruppi; l’aumento di coloro – sono circa un miliardo – che vivono nella morsa della povertà. E ancora la minaccia di un terrorismo che si intreccia con la criminalità organizzata, il traffico di armi e di esseri umani, la violazione dei diritti fondamentali. Ma quali segnali provengono dalle Nazioni Unite? Con la nomina del sessantaduenne Ban Ki-Moon, attuale ministro degli Esteri della Corea del Sud, l’Onu ha un nuovo segretario generale a partire dal gennaio 2007. Il tradizionale criterio della rotazione geografica ha posto l’Asia nella condizione di esprimere un proprio candidato, ma l’elezione di Ki- Moon ha ottenuto consensi trasversali, ad iniziare da quelli unanimi dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza che nel corso della votazione decisiva hanno reso evidenti le loro preferenze, sapendo che una sola opposizione avrebbe eliminato il candidato: a sostenere il ministro sud-coreano non bastava la tradizione che vuole il segretario generale proveniente da un Paese piccolo e denuclearizzato… ma con il nucleare alle porte. In effetti la stessa risoluzione 1718 del Consiglio di sicurezza, risposta ai test nucleari di Peyongyang, va inquadrata nel più vasto impegno di garantire il disarmo ed il controllo del nucleare, iniziando dal proibire il passaggio di materiali illegali pericolosi o di tecnologie che possono incentivare i programmi nucleari. Riconoscendo, però, che la popolazione civile non può essere l’obiettivo dell’embargo. Ed ecco che ora anche l’Iran, nonostante trattative ancora aperte, rischia di vedersi imporre delle sanzioni per il rifiuto di arrestare l’arricchimento dell’uranio ritenuto un passo decisivo verso la costruzione di un arsenale nucleare. Sul versante delle garanzie di pacificazione si inserisce anche un nuovo Fondo per costruire la pace: 140 milioni di dollari già stanziati (rispetto all’obiettivo di 250) per sostenere la ricostruzione dei Paesi che escono da conflitti. Un apporto essenziale alla Commissione Onu, istituita l’anno scorso proprio per non dimenticare le popolazioni di quelle aree dove, se l’azione dei caschi blu fa tacere le armi, rimane il rischio di nuovi disordini per la mancanza di apparati istituzionali seri, funzionanti, ma soprattutto condivisi. La strada delle riforme coinvolge poi anche quei Paesi che, come l’Italia, cambieranno la composizione del Consiglio di sicurezza, condividendo l’idea che a ridare vitalità all’Onu non sarà l’aumento dei membri permanenti, ma una gestione delle questioni che si pongono sul cammino comune basata sulla concertazione, la cooperazione, l’unità di intenti e di interessi. Banco di prova – e non un’ulteriore strategia di carta – sono gli obiettivi per lo sviluppo del millennio approvati lo scorso anno e che necessitano un impegno prima etico, poi politico, giuridico ed economico: fine ultimo è la vita umana. L’azione multilaterale allora non potrà confondersi con politiche volte ad ottenere l’appoggio di alleati o col considerare solo un’eventualità il ricorso alle istituzioni internazionali. Significa piuttosto riprendere la strada di adottare azioni all’interno di un’Organizzazione seguendone le regole e rispettandone la funzione.

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