Morte di un patriarca

A quasi cento anni di età, 99 per l’esattezza, si è spento a Beirut il patriarca emerito Nasrallah Boutros Sfeir, che dal 1984 al 2011 ha guidato la Chiesa maronita con piglio sicuro

«Gli uomini come lui non muoiono mai». La città di Beirut, in particolare la sua parte cristiana, ad appena 24 ore dal decesso del patriarca emerito Sfeir, avvenuta nella giornata di domenica 12 maggio all’Hotel Dieu della capitale libanese, si è ritrovata tappezzata di enormi manifesti rappresentanti il volto sereno del defunto. Sono stati affissi soprattutto dalle Forces Libanaises, uno dei partiti politici cristiani più potenti nella terra dei cedri, il più anti-siriano in ogni caso. E non a caso ai grandi funerali tenutisi giovedì 16 maggio nel patriarcato maronita di Bkerke gli unici assenti tra le autorità e la folla erano i filo-siriani e gli sciiti di Hezbollah. Effettivamente, nei 25 anni del suo mandato (1986-2011) – che in realtà è a vita, e termina solo con la morte o con le dimissioni – Sfeir ha saputo mantenere dritta la barra dell’indipendenza libanese, del rifiuto di tutele imbarazzanti, della necessaria conciliazione tra i diversi schieramenti sulla scena bellica libanese, in particolare nel campo cristiano, dilaniato per decenni da una lotta fratricida.

Lebanon Cardinal Sfeir

A testimonianza della valenza politica delle autorità religiose libanesi, al funerale sono intervenuti centinaia e centinaia di personalità politiche libanesi, ma anche straniere, a cominciare dal ministro degli Esteri della laicissima Francia, Jean-Yves Le Drian, inviato da un presidente come Macron, che vorrebbe fare rivivere l’epoca del protettorato francese, non tanto come forma politica di governo, ovviamente, ma come “tutela” del Paese. E non a caso le giornate di giovedì e di venerdì sono state dichiarate di lutto nazionale dal governo guidato da un sunnita, da un musulmano, con la seconda giornata addirittura non lavorativa. Non stupisca tutto ciò, la democrazia libanese – caso unico al mondo – è confessionale, basata com’è su un sistema di quote di potere attribuite alle diverse comunità religiose – tutte di minoranza – presenti in Libano e riconosciute nella costituzione del 1926 poi emendata con gli accordi di Taef del 1989, 18 per la precisione.

Inevitabile, quindi, che le massime autorità dei diversi campi confessionali abbiano un ruolo chiave anche nell’agone politico, non esitando a intervenire nel caso di contrasti o di ingiustizie, quasi sempre con lo scopo di evitare eccessi conflittuali, ma talvolta anche in difesa dell’indipendenza del Libano. Soprattutto sono i patriarchi maroniti, di gran lunga i più influenti, che hanno svolto questo ruolo storico di difesa delle prerogative libanesi, da essi in modo non esplicito considerata sinonimo di cristianità maronita. Qualora l’autorità politica sia sostenuta da una parallela autorità morale e ancor più da una fama di onestà e santità, ecco che il patriarca diventa il principale riferimento per il popolo. È stato questo il caso del patriarca Sfeir, che tanti vorrebbero elevato agli onori degli altari. Non pochi hanno ricordato che Sfeir è nato nel 1920, proprio come Giovanni Paolo II, col quale la sintonia era forte.

La morte del capo emerito riapre, poi, una fase di incertezza nella Chiesa maronita, rimasta da qualche anno congelata perché, secondo la tradizione libanese, non è possibile che siano in vita più di due patriarchi maroniti. L’attuale patriarca, Béchara Boutros Raï, è senza dubbio più discusso nella sua autorità del predecessore, anche perché in questi ultimi anni si sono succeduti diversi scandali, soprattutto a sfondo economico ma anche morale, nella Chiesa maronita, che è assai ricca e che gestisce soprattutto scuole, università e ospedali, spesso in regime di semi-monopolio, con grandi guadagni e una forza contrattuale enorme nei confronti del governo. Basti pensare al campo dell’educazione: più della metà delle scuole e delle università di livello sono maronite. Si vocifera così di grandi cambiamenti ai massimi vertici della Chiesa maronita, ma non è detto che avvengano così rapidamente come tanti auspicano. Il sentire del popolo non è ancora ben definito, c’è una buona dose di fatalismo che aleggia sulle coscienze, anche se certamente esso auspica un clero meno affarista e più evangelico, sulla scia del pontificato di Bergoglio.

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