Mazzone, campione paralimpico: “Senza fatica non c’è ricompensa”

Vincitore di tre medaglie nella disciplina di handbike alle Paralimpiadi di Tokyo, anche a Rio 2016 si è aggiudicato tre podi. Senza dimenticare la prima medaglia con record nel nuoto in occasione delle Paralimpiadi di Sidney.
Foto Piero Cruciatti / LaPresse

Seppur non siano degli eroi, la forza sovrumana impiegata durante le gare delle Paralimpiadi di Tokyo smentisce. Le 69 medaglie azzurre vinte in Giappone hanno esaltato quel talento in più messo in gioco. Le forze sovrumane di 2400 atleti suddivise in specialità sportive in base ai livelli di disabilità hanno dimostrato dei segnali “eroici”. Gli sportivi paralimpici, medaglie al collo, perciò, si stanno prendendo la giusta vetrina e riconoscimento. In giro per le scuole, le associazioni, i comitati diventano un vero e proprio modello di vita per bambini e ragazzi, rafforzato da un percorso in cui, soprattutto grazie allo sport sta cambiando la mentalità sui temi dell’inclusione e delle pari opportunità.

Parlare con gli “eroi” genera energie vitali sempre diverse, soprattutto per le giovani generazioni come gli alunni dell’istituto Preziosissimo Sangue di Bari che hanno ascoltato la testimonianza di Luca Mazzone, uno dei numerosi atleti pugliesi che in Giappone hanno solcato il podio. Nato a Terlizzi, a pochi chilometri da Bari, Mazzone prima dell’handbike, ha accumulato esperienze nel paranuoto. Sportivo da sempre, un tuffo sbagliato nel 1990 gli ha causato una lesione midollare con lo schiacciamento delle vertebre cervicali, obbligandolo a severe cure neurochirurgiche ha continuato ad affrontare nuove sfide passando dal nuoto al ciclismo, dimostrando incredibile adattabilità e forza d’animo.

Vincitore di tre medaglie nella disciplina di handbike alle Paralimpiadi di Tokyo; anche a Rio 2016 conquista altre 3 podi, senza dimenticare, tra diverse competizioni che hanno arricchito il suo palmares, la prima medaglia con record nel nuoto in occasione delle Paralimpiadi di Sidney. Gli studenti hanno ammirato la forza d’animo di un vero e proprio campione di sport e di vita. Con Mazzone è nato un dialogo scoprendo sensazioni, emozioni di un uomo che riesce a trasmettere tantissime lezioni di vita.

La vetrina di queste Paralimpiadi giapponesi sembrano poter dare la svolta per l’intero movimento?
Sicuramente gli atleti hanno maggior dignità rispetto al passato. La mentalità è cambiata grazie al ruolo dello sport che oltre a trasmettere il senso delle regole diventa strumento di aggregazione e di risorsa per tutti. Senza dubbio il riconoscimento ricevuto dal presidente Sergio Mattarella è un’ulteriore spinta. A piccoli passi anche gli atleti paralimpici stanno entrando nelle forze armate. Un ottimo segnale.

Prima dell’handbike, hai praticato il nuoto. Proprio alla tua prima paralimpiade a Sidney hai vinto la medaglia nel paranuoto. Perché hai cambiato disciplina?
Ho lasciato il nuoto per seguire altri progetti. Dividevo l’attività sportiva con il lavoro e non sempre riuscivo a conciliare gli impegni. Conclusi gli studi, per un benessere fisico mi sono avvicinato all’handbike e partecipando ad una maratona a Firenze, le mie prestazioni sono state notate dal ct della nazionale di paraciclismo che mi ha sollecitato ad approfondire questo sport. Con eventuali vittorie sarebbe potuto diventare un lavoro. Il nuoto però mi ha insegnato il senso dell’organizzazione e della resistenza.

Gli atleti italiani Alessandro Zanardi, da sinistra, Luca Mazzone e Vittorio Podesta, festeggiano la loro medaglia d’oro nella finale H2-5 di staffetta ciclismo su strada maschile ai Giochi Paralimpici di Rio 2016. (Foto AP/Mauro Pimentel)

Puoi raccontare come hai reagito dopo l’incidente?
Inizialmente prevaleva rabbia, soprattutto osservando dal mio letto la vita di molti miei coetanei. Devo ammettere che il sostegno morale di una suora conosciuta in quel periodo è stato determinante per trasformare la rabbia in energia positiva. In questo momento ho scoperto lo sport come “fratello”, dandomi la spinta per uscire dalle mura di casa, dai giudizi esterni che comunque imprigionavano. Se posso raccontare le mie vittorie e la mia vita lo devo grazie alla caparbietà. Per fortuna sono stato circondato sempre da amici che hanno saputo stimolarmi.

Quali persone ti hanno sostenuto durante il tuo duro percorso riabilitativo e professionale?
Oltre alla mia famiglia che resta sempre al mio fianco, non posso non ricordare Alex Zanardi che per me rappresenta un modello di vita e di sport. Grazie a lui l’intero movimento paralimpico ha compiuto passi importanti. Mi è capitato di gareggiare contro di lui e averlo come avversario mi ha riempito di gioia. Ho recuperato due minuti di distanza soltanto per un suo sbandamento. Quando poi ho gareggiato in staffetta insieme a lui è stato davvero un’emozione unica.

Come si articola la tua settimana?
Grazie alle vittorie ottenute lo sport è diventato il mio lavoro. Questo per me è un privilegio. Parte della settimana la dedico agli allenamenti raggiungendo circa dieci sedute. Essendo allenatore di me stesso applico rigore anche nell’alimentazione. L’obiettivo è essere in forma per ogni competizione, molte di esse mi preparano agonisticamente per le manifestazioni internazionali.

Forse le discipline olimpioniche e paralimpioniche hanno contribuito a modificare l’Idea della sconfitta che le dinamiche sociali tendono ad eliminare?
Bisogna partire dal presupposto che nella vita potrebbe accadere qualcosa di imprevedibile, di cui non si è tenuto conto. Secondo me, la sconfitta è un insegnamento: fa scoprire dove si è commesso l’errore, e permette di ripartire correggendolo e in seguito alzare l’asticella delle proprie capacità può diventare una molla verso il successo. La mia vita mi ha riservato non poche sconfitte, una delle più gravi, l’incidente ovviamente, però ho reagito. Prima di affrontare le gare paralimpioniche, per esempio, capire i punti da migliorare dalle precedenti sconfitte apre una strada per lottare per il successo con maggior consapevolezza.

In generale la sofferenza e la fatica non sempre vengono viste di buon occhio. Che significato hanno per te?
Come provo a dare testimoniare con la mia vita, il sacrificio è una parola che non mi appartiene, poichè il lavoro non è sacrifico, ma un elemento utile per conquistare le medaglie, un’ambizione, un traguardo. Il sacrificio è l’unica strada che riesce a trarre soddisfazioni. Senza fatica non c’è reale ricompensa una delle quali è provare ad essere testimonianza per la gente. Quello che vivo durante gli incontri con i bambini e i giovani è un segno di civiltà dei tempi che cambiano verso l’abbattimento dei pregiudizi. Riuscire a farlo grazie alla “fatica dello sport” è ancora più bello.

Che emozioni provi quando sali sul podio?
Mi invade un senso di fierezza. Ascoltando l’inno e vedendo il Tricolore sono davvero orgoglioso di rappresentare la mia nazione. Ogni successo è un pregiudizio frantumato ed è un segnale positivo sapere che esistono persone capaci, grazie ai loro sforzi, di fare tutto da soli. Ogni disabilità, in fondo, offre la possibilità di credere che la vita è bella sempre e comunque. È estremamente gratificante l’incontro con i ragazzi, i giovani: in qualche modo divento testimone con la mia storia personale, però dallo scambio che nasce con le curiosità, le domande, esco sempre con un’emozione diversa.

Al termine dell’incontro Luca Mazzone ha girato per le aule della scuola dell’infanzia dell’istituto barese, letteralmente invaso dall’affetto e dalla curiosità dei piccoli che potevano vedere da vicino l’“eroe”. La loro allegria è un’altra medaglia da appendere al petto.

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