Marta Argerich

Beethoven, Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra. Roma, Accademia Nazionale Santa Cecilia.
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«Sembra Schubert». Questo un commento captato a volo in sala. Suonava la mitica pianista argentina, vulcanica eppure capace di tocchi celestiali. È stato detto che il primo concerto di Ludwig guarda ad Haydn e Mozart, ed è pacifico: lo si avverte nella costruzione euritmica dei singoli tempi, nel gioco colloquiale tra solista ed orchestra, nell’invenzione melodica. Ma Beethoven tende a rompere gli schemi, forte e schietto com’è. L’orchestra diretta con sottile precisione da Antonio Pappano offre un Allegro con brio iniziale scandito come una marcia, in modo che poi la pianista inizi il colloquio dialogico con sicura scorrevolezza; ecco il Largo – davvero lento e ampio, frammezzato dagli interventi del clarinetto – dove il lirismo beethoveniano si libra in alto, con un fraseggiare cantabile tra strumento e orchestra – (fa pensare, impropriamente, a Schubert), in cui la pianista “accarezza” il suono. Ecco il Rondò finale, virtuosistico grappolo di trilli, arpeggi, sussulti tra fortissimo e pianissimo che scuotono l’ascoltatore. Marta, con superiore tranquillità, “canta” Beethoven come passeggiasse in cielo, ma con piedi ben piantati in terra, grazie ad una padronanza tecnica e aduna musicalità da sembrare – e lo è – un miracolo. Rivela, in perfetta simbiosi col direttore, il primo concerto per quello che è. Sublime.

Dopo questo, ascoltare la roboante Quinta sinfonia di Sostakovic era forse troppo, nonostante la bravura dell’orchestra – i contrabbassi – e di Pappano, sempre fiero e chiaro.

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