Macron parla ma non convince

Il presidente francese in tv cerca di recuperare un po’ del terreno perduto nella crisi dei gilet gialli. La base sembra rigettare le sue proposte economiche. Una protesta che va seguita attentamente perché potrebbe avere conseguenze a livello europeo non indifferenti
AP Photo/Claude Paris

Macron ha parlato. Nella tradizione francese del dopoguerra, i discorsi televisivi dei presidenti sono rari e sempre in momenti cruciali per il Paese o per la sua credibilità.

Ieri sera Emmanuel Macron – che era stato eletto da una maggioranza cospicua di francesi più tendente al 70 che al 60 per cento dei suffragi (66%), e che si è ritrovato ormai con un’opinione favorevole bassissima, al 21% solamente – ha cercato di riguadagnare un po’ di punti nella grave crisi dei gilet gialli e cinque settimane di proteste che hanno messo a ferro e fuoco l’intera Francia. Una rivolta scoppiata di sorpresa con un carattere politico sfumato e quello sociale molto più virulento.

La protesta, sostanzialmente, non ha un carattere ideologico, ma risponde all’ondata di rivendicazioni economiche che sale dalla base del Paese.

Ed è su questo piano che Macron ha cercato di rispondere: «Questa indignazione è condivisa da molti francesi. Abbiamo risposto all’aumento della tassa sul carburante, ma servono misure profonde. La collera è giusta, in un certo senso». Tuttavia, e non poteva essere che così, «la violenza è inaccettabile, saremo intransigenti con i violenti».

Quindi decreta «uno stato di emergenza sociale ed economica» e promette misure di aiuto al reddito e ai pensionati e una rinnovata lotta all’evasione fiscale.

Ma c’è un altro fronte, legato sì alle rivendicazioni economiche ma anche indipendente, che è quello delle accuse di inadeguatezza del presidente per un ruolo che dovrebbe essere di servizio al popolo ma che, secondo i manifestanti, sarebbe solamente un asservimento ai poteri forti, alle lobby dei ricchi.

Così Macron risponde a chi lo accusa di essere al servizio dell’élite e non del popolo: «La mia legittimità deriva da voi francesi, non dalle lobby». Qualche giorno fa con i suoi collaboratori aveva usato un’espressione insolita per un presidente francese: «Quando c’è odio significa che c’è anche una richiesta d’amore».

Macron deve risalire la china di un’opinione pubblica che lo giudica distante, lontano dalla gente, arrogante, primo della classe e incapace di rapporti semplici. Così il suo discorso è stato privo di affermazioni generiche, di citazioni, di tecnicismi

Ma la risposta d’ufficio certamente non convincerà i manifestanti: nei presidi dei gilet gialli la delusione per la dichiarazione televisiva di Macron è stata quasi unanime. E non poteva essere diversamente: quando la protesta e l’indignazione è alta, è difficilissimo far funzionare i meccanismi della razionalità.

I manifestanti hanno già promesso un’altra manifestazione per sabato prossimo. Sarà quello il momento in cui si capirà veramente se le parole di Macron abbiano sortito qualche effetto.

Nel frattempo destra e sinistra estreme attaccano con virulenza la dichiarazione del presidente, cercando di cavalcare la tigre della protesta. Una protesta centrata, ed è questa la novità da tener presente, su temi di benessere personale e sociale dei francesi, senza alcun legame con la dimensione idealistica, con il contesto europeo né tantomeno mondiale, indirizzata a costringere il presidente o ad andarsene oppure a cambiare radicalmente la sua politica.

Discorsi che stanno proliferando nell’intera Europa, in realtà, in modi diversi, ove più ove meno, ma che sono un segnale politico di straordinaria importanza per una politica distante dalla gente, burocratica, legata agli interessi di parte. Un affare da seguire con estrema attenzione.

 

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