L’Ungheria alla Filarmonica

Delizioso ed istruttivo concerto di Alessio Elia, italiano trapiantato nel Paese ungherese, nei giardini della Filarmonica romana
La Filarmonica romana

Non capita spesso di seguire un concerto che non è solo delizioso, ma istruttivo. Dove va infatti la musica d’oggi, quella che si usa chiamare classica contemporanea? La definizione non garba troppo ad Alessio Elia, italiano trapiantato da un decennio in Ungheria, ed ha ragione. La musica è solo musica, basta che sia vera.

Nelle serate, fino al 4 luglio, che nei giardini la Filarmonica romana offre agli ascoltatori, sempre attenti e scelti – ci sono anche alcuni ragazzi per nulla annoiati – si viaggia fra le nazioni. E l'altra sera è toccato appunto all’Ungheria. Guido Barbieri, appassionato musicolgo, ha conversato con Alessio Elia. In mezzo le musiche, prima di Ligeti –Sonata per violoncello solo, il bravo Alfredo Mola-, poi l’Ensemble She Lives diretto da Sandro Savagnone in lavori dello stesso Elia: Luminescences per archi ”scordati”, clarino e percussioni, The Temptress per piano solo, Trio per violoncello e piano. Poi, Thanyi (Preludium, Invocation, Postludium) e ancora Elia.

Bisogna pur dire che il giovane nostro compositore, a parte la perfezione tecnica, possiede qualcosa di affascinante che è  la ricerca di spazi sonori si direbbe siderei, dove lavora per accumulo di frammenti, che lasciano intuire luci improvvise fortissime – certi acuti lunghi del violino -, cadute sideree negli archi "scordati”, tintinnamenti astrali del piano insieme a vaghe atmosfere lunari. Si direbbe che la musica di Elia viaggi tra mondi che non sono di questo mondo, in cerca di vibrazioni sonore “altre”. Perciò l’intelligenza e la fantasia, ben regolate, dialogano fra loro e il risultato è una musica che ti impegna, ti seduce e ti interroga.

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