L’odissea senza fine

Più fa caldo durante il giorno e più la pioggia è pesante di sera. A volte fa paura. Come ora che scrivo: viene giù un finimondo. E cadrà, penso, anche sulla testa dei miei amici, in fondo a pochi chilometri da qui, sull’Irrawaddy, in Myanmar, 40 minuti di volo, non di più. Per vie tortuose, ho saputo che Francis e gli altri sono vivi: il ciclone è passato a poche miglia da casa loro, ha fatto danni, ma senza ammazzare nessuno. Sono ora indaffarati ad aiutare i vicini, a ricostruire, sicuramente. Siamo in tanti, qui a Bangkok, ad attendere con ansia il visto per entrare nel Myanmar. Tutti invano. Rimani a bocca aperta e quasi non ci credi, ma è così, la chiusura è completa, perché il regime è nella logica dell’odio. Il referendum governativo invece va avanti, persino nelle zone disastrate e funge da scusa ufficiale per rifiutare i visti. La paura dello straniero è paranoica, anche se questo straniero vuole arrivare con un aereo carico di medicine e viveri per salvare vite umane! Aspetto e ripenso alle storie che m’hanno raccontato su Nargis: storie drammatiche e raccapriccianti, ma che nascondono quella forza straordinaria che muove i cuori e segna la storia. Taluni lo chiamano amore, altri nomi paiono inadeguati. Presso la parrocchia di Francis ho saputo ad esempio che si sono raccolti circa mille profughi, con 60 orfani (lui ne curava già 120). La gente ha bisogno di tutto, ma soprattutto d’essere ascoltata, di raccontare le proprie miserie, solo di alcuni minuti. Una signora racconta di una mamma che, quando il vento tirava sempre più impetuoso, mentre l’acqua del fiume iniziava a inondare la sua baracca, ha pensato a salvare i figli, legando alla loro vita e alle braccia delle bottiglie d’acqua di plastica vuote trovate per terra, come salvagente. Il tetto nel frattempo volava via e i detriti piombavano su tutto a 240 chilometri all’ora, mentre l’onda anomala alta quattro metri s’intrufolava tra gli alberi, ovunque. C’erano pochi secondi di tempo. Poi lei e il marito sono scomparsi. I bimbi si sono salvati, e ora sono ospiti da Francis. Alcuni amici birmani che abitano a Rangoon-Yangoon, la ex capitale, vista la gravissima situazione e il ritardo spaventoso degli aiuti, appena le strade sono state rese più o meno agibili hanno preso dei giorni di vacanza dal lavoro e sono partiti alla volta della zona del delta. Poche cose con loro, soprattutto medicine, tutto quello che era stato possibile trovare nei negozi. Qualche vestito, dolcetti per i bimbi. In Myanmar, in genere, si è poveri di tutto, e quindi quando dai, dai del necessario. Una donna medico, ad esempio, nelle zone colpite ha potuto curare 200 pazienti al giorno, a spese sue. Mentre suo figlio è andato a ripescare il corpo di un sacerdote che, preso da un’onda anomala mentre s’indaffarava per aiutare qualcuno, era morto. È un lavoro penoso riprendere i corpi rimasti nell’acqua. L’ha fatto, sobbarcandosi tre giorni di marcia. Ancora, un ricco uomo d’affari ha deciso di caricare il suo bel fuoristrada con tutti i viveri che aveva trovato nei negozi e a casa sua, e poi via, sull’autostrada che è tutta una buca, con l’autista che stavolta non portava i clienti al ristorante… Naturalmente l’uomo d’affari s’è imbattuto in un posto di blocco militare. Si sa, Rangoon è stretta da un cerchio di posti di blocco che controllano ogni auto, ogni persona in uscita. Nessuno straniero è ammesso fuori dal centro urbano. I militi dunque ispezionano il mezzo e si accorgono della grande quantità di viveri stipati nel pulmino, e di quell’uomo ben vestito. Dove va? No, non si passa, ritorni indietro in città. E lui: Ho dei parenti laggiù (non era vero, ndr), fatemi passare…. Hai fame?, chiede al soldato di turno, scavato in volto dalla fame, così come i suoi compagni. Finisce che deve lasciare sul posto più o meno la metà del cibo trasportato… Ma almeno il resto potrà donarlo non ai parenti ma a sconosciuti! Appena dopo qualche chilometro gli si fa incontro una folla di gente mezza nuda, con la pelle bruciata dal sole e dall’acqua di mare… In un battibaleno il fuoristrada si svuota. Torna in città a notte fonda. Quest’uomo, abituato al denaro, forse per la prima volta nella sua vita ha donato qualcosa, sapendo che non avrebbe ricevuto nulla in cambio. Lo abita un sentimento simile alla felicità, come confessa ai suoi. Come il businessman, tanta gente comune ha dato del proprio, ha lasciato il lavoro per giorni e giorni, recandosi nelle zone del ciclone. Nei primi quindici giorni, questo tipo di aiuto spontaneo è stato in fondo il solo aiuto giunto alle vittime, che a centinaia di migliaia hanno così potuto sopravvivere. Uno dei miei amici finalmente ha ricevuto il visto. Chissà come andrà: quando parti per il Myanmar non sai mai se ritornerai indietro. È così, e devi saperlo prima di partire. Trascorsi alcuni giorni, per vie traverse riesco a sapere che ha passato i controlli. Buona notizia. Ma poi nulla d’altro. Finché in piena notte una voce metallica mi sveglia. È quella di Francis, il mio amico: Dove mai hai scovato il telefono da cui mi chiami? Dove sei, come stai? Ti ho pensato tanto, avevo paura che fossi morto!. E lui: Sto bene, non mi è successo nulla, ed ora ho mille persone qui con me, e tanti orfani. Ho ricevuto tutto quanto mi avete mandato. Grazie, tutto utilissimo. Saluta gli amici e ringraziali. Riattacca. La vita continua in Birmania. Nonostante le centinaia di migliaia di vittime, nonostante le condizioni disastrose dei sopravvissuti, nonostante i diritti dell’uomo messi nel dimenticatoio, nonostante la prolungata prigionia del Nobel Aung San Suu kyi, la Chiesa si rivela la principale agenzia di solidarietà, assieme alla rete dei monasteri buddhisti. In attesa di un po’ di libertà.

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