Partiamo da una considerazione: se c’è un valore indiscutibile nella recente regionale del Veneto sul suicidio assistito è la qualità della riflessione e del confronto democratico che l’ha preceduta. Posizioni diverse, ma anche il superamento di inutili dicotomie. E già su questo i media dovrebbero fare una riflessione. Il risalto dato alla notizia sembrerebbe essere infatti relativo al fatto che il Veneto è la prima Regione “di centrodestra” ad avere deliberato una tale legge, come se avesse senso una visione di schieramento politico su tali questioni. Da quello che ho potuto seguire anche grazie ad amici che vivono sul territorio regionale, uno degli aspetti più interessanti è stato il dialogo fra le posizioni (molto interessante, per esempio, l’intervento in aula del consigliere Galeano): alcuni degli emendamenti che hanno modulato le posizioni più radicali della proposta dell’associazione Coscioni sono venuti da esponenti “di centrosinistra”.
Questo mi pare uno dei temi più importanti che potrebbe diventare un “minimo denominatore comune” del dibattito nazionale.
«La Pietas, la compassione, l’immedesimazione rispetto alle sofferenze insopportabili sono a nostro avviso bussole fondamentali che devono orientare il legislatore. In questo senso, in questo contemperarsi di sensibilità, riteniamo che questa legge possa e debba contenere un richiamo esplicito all’esistenza di alternative al suicidio assistito, comunque in grado di attenuare o limitare la sofferenza». È una frase del documento di emendamenti alla legge del PD regionale che richiama per certi versi la posizione di Stefania Craxi di Forza Italia, favorevole a una legge nazionale, secondo cui «…una società davvero umana non dice a chi soffre: “puoi morire”. Afferma prima di tutto: “non sarai lasciato solo”, “la tua vita conserva valore anche quando dipendi da altri”, “la tua fragilità non ti espelle dalla comunità”, “noi ci siamo, con cure, presenza, competenza, prossimità“. Solo dopo aver ammantato di concretezza queste parole si può affrontare il tema dei casi limite, senza ipocrisie e senza scorciatoie…».
Nei passaggi che hanno portato alla legge del Veneto emergono anche le contraddizioni di tutto il percorso che ormai da anni accompagna il dibattito.
Ne abbiamo parlato più volte su Città Nuova. Nel 2019 la sentenza 242 della Corte Costituzionale sul caso Cappato-Antoniani per la prima volta “obbliga” il Parlamento a deliberare “entro un anno” una legge sul fine vita. Da qui quello che diventa uno slogan sulla “vergogna dell’Italia di non avere una legge sul fine vita” (dimenticando che l’Italia, fra le prime in Europa e nel mondo, di leggi ne aveva già ben due, la 38/2010 e la 219/2017, recentissima ai tempi della prima sentenza della Corte).
Il tema spesso colpevolmente taciuto è stato quello della mancata applicazione delle due leggi, il diritto universale a ricevere cure palliative per ogni cittadino italiano (dal 2010!) e la tutela in un percorso condiviso delle scelte personali anche nella possibilità di sospendere trattamenti inappropriati o non ritenuti proporzionati (dal 2017!). Due leggi, diritti dei cittadini non tutelati: questo è il punto, non l’estensione facilmente risolutiva del “diritto a morire” che facilmente potrebbe diventare “dovere di morire”. Anche di questo Città Nuova (ovviamente non da sola) ha parlato e ne parla instancabilmente.
Eppure le cure palliative continuano a essere una sorpresa per molti.
In Veneto (dove i servizi di cure palliative negli ospedali, a domicilio, negli hospice ci sono e funzionano da anni, nei limiti delle risorse insufficienti come in tutte le altre Regioni) l’emendamento più incisivo alla proposta di Legge sul suicidio assistito è stato proprio quello di richiedere “a monte” la garanzia dell’accesso alle cure palliative. E forse proprio per questo pochi giorni prima del dibattito nell’aula regionale è stata approvata la norma regionale sulle reti di cure palliative (come se fosse una innovazione assoluta, in attuazione della legge nazionale del 2010, sedici anni fa…).
Tra amarezza e senso del ridicolo ci troviamo così a leggere su un prestigioso quotidiano nazionale un titolo che dice «…spunta la figura del”palliativista”…» (scritto proprio così, tra virgolette, come una sorta di personaggio misterioso che spunta dalla palude: mi sembra di tornare ai primi anni ‘90 quando alcuni amici e parenti ridevano quando parlavo di “cure palliative”, intendendo che quindi ero specialista delle “cure inutili”…).
Quanta strada fatta, quanta strada ancora da fare. Il tema resta difficilissimo e il confronto aperto. Un aspetto, in conclusione, mi sembra da sottolineare: emergono sempre di più, nelle diverse parti politiche, atteggiamenti più “riflessivi”, interrogativi etici più profondi. Forse proprio per l’evidenza delle derive dei Paesi che per primi hanno inserito il suicidio assistito e l’eutanasia nei loro ordinamenti.
Temi come la compassione, la presa in carico della fragilità, l’approccio globale al dolore fisico, sociale, spirituale (le intuizioni originarie delle cure palliative) potrebbero essere i binari su cui costruire una legge nazionale equilibrata, all’altezza della nostra tradizione giuridica e sociale, che non sia una semplice “scorciatoia” per lavarsi le mani della sofferenza che non abbiamo saputo incontrare e curare.
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