L’Angelo di fuoco

Il lavoro di Sergej Prokof’ev all’Opera di Roma con la regia di Emma Dante

Non è di fuoco. Ma uno spiritello danzante e malizioso: prima uno, poi due o più. Sul  palcoscenico del romano Teatro dell’Opera i cinque atti del lavoro di Sergej Prokof’ev raccontano o meglio provocano nello spettatore  la miscela di amor sacro e profano, di conflitto tra fede e superstizione, ragione e passione, esoterismo  e misticismo del secolo XVI che la regista Emma Dante ambienta nella sua Palermo tra fine Otto e inizio Novecento.

Condendo gli episodi con rimandi alla vita di quartiere – osterie, donne pettegole, “teatro dei pupi”,  preti che bevono, ragazzi che scappano, eccetera -, ma inscenando tutto nell’unica, lugubre e pallida cripta del cimitero dei Cappuccini a Palermo. Nelle cui arche vibra gente viva o stanca o scheletri, come nel ventre di una terra di morte.

La regista  segue la musica e la commenta con figurazioni centrate – il corteo purpureo delle monache, quello velato di angeli- demoni, la”danza” degli sciancati (una squisita  danza dei morti  di sapore barocco) – sino  al finale.

Nella scena dell’Inquisizione, la regista però si spende nell’eccesso: monache-furie come fiamme infernali, benedizioni con la croce, l’Addolorata –icona molto amata dai siciliani – che diventa Renata suicida,  un sommossa ululante senza fine. Sono provocazioni ed eccessi che fanno spettacolo, ma sembrano servire più alla regista che alla musica.

Ma, a parte questo, la rappresentazione funziona. Ed è la musica a stringere lo spettatore nella sua morsa lancinante, aspra e zigzagante tra oscuri brontolii dell’orchestra e scoppi tremendi, mentre le voci si tendono fino allo spasimo dentro la massa sonora.  Espressionismo, o “divisionismo” musicale o estetismo sonoro tout-court?.

O non è piuttosto i l sentimento dello spasimo – assai forte nella regista siciliana come nella musica del compositore – ad unire i due mondi in apparenza così distanti, ossia la cultura mediterranea e il misticismo eterodosso russo? Certo Prokof’ev, grande orchestratore, sfodera i suoi talenti senza misura e l’opera ci attanaglia con la vis violenta della storia tra Renata, il cavaliere Ruprecht, il misterioso demoniaco angelo di fuoco e il Conte Heinrich, in mezzo al popolo, tra i vapori  sulfurei di Faust e Mefistofele, finendo con la morte.

Eros e thanatos, come sempre, misticismo erotico e spasmo intellettuale. Prokof’ev dice la sua con la musica, difficile certo o ostinatamente non-melodica, ma fascinosa.

Le voci  di Ewa Vesin (Renata) e Leight Melrose (Ruprecht), per citare solo loro, sono quelle di cantanti-attori che con amore entrano nella parte logorante, insieme al coro, alle coreografie dinamiche, restituendoci quest’opera del 1928 – musica e libretto di lui, Prokof’ev –  come il prodotto di una mente “matematica” di indubbia genialità. Spettacolo pregevole, anche grazie  alla direzione scandita e senza compiacimenti di Alejo Pérez. Fino al primo giugno.

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