La sanità che vorrei

Lettera aperta di un medico di lungo corso dopo un difficile ricovero in una struttura pubblica
Sanità
(Foto: Pexels)

Sono un’anestesista. Ho vissuto in camera operatoria per 45 anni. Ho addormentato – e risvegliato – migliaia di pazienti. Ma sono una paziente anche io. Ho subito, infatti, 11 interventi, di cui, l’ultimo il 16 gennaio scorso, per “confezionamento di bypass femoro-femorale”; un intervento che a 82 anni non è proprio una passeggiata. Dopo aver visto ciò che non avrei desiderato, e dopo anni di appassionata professione medica, ho deciso di scrivere questa lettera aperta attraverso le pagine di Città Nuova: rivista a cui ho abbonato colleghi medici, infermieri, radiologi, informatori farmaceutici, tutto un panorama del mondo sanitario che ho sperato e creduto informato dei valori più alti, e del rispetto autentico della persona.

Robotizzazione della sanità senza rapporti di umanità tra paziente e personale sanitario (con eccezioni naturalmente: menzione speciale a Massimiliano, infermiere di Roma, trapiantato a Messina). Problemi di comunicazione: vuoi parlare con la caposala? Non è possibile. Cerchi l’infermiere? Arriva, ma il suo servizio è meccanico. Comincia la giornata alle 5 di mattina? Il buongiorno non è d’obbligo, ma sarebbe gradito. Un alternarsi continuo di prestazioni con persone differenti, una catena di montaggio che non ti permette di chiudere occhio: il primo ausiliario toglie le sacche del drenaggio, il secondo aiuta per l’igiene personale, il terzo passa per i prelievi, il quarto misura la pressione e prende i parametri, il quinto misura la glicemia. Passiamo all’impossibilità di capire i ruoli di riferimento attraverso le divise di ciascuno: puoi confondere il medico con l’ausiliario, perché ciascuno le indossa a propria discrezione – così mi è stato riferito. Parliamo delle norme anti Covid e di prevenzione: divieto assoluto di visite nel reparto in cui ero ricoverata (dov’è il supporto psicologico ai pazienti, cosa abbiamo imparato dallo strazio delle case di riposo durante l’epidemia, e della possibilità di soluzioni alternative, come tendine trasparenti e altri ausilii?) e al tempo stesso il personale senza mascherina, qualcuno anche raffreddato, con capelli sciolti mentre si somministra la terapia al paziente. Veniamo al trasporto da un reparto all’altro per poter essere sottoposta alla dialisi: ringrazio il personale delle ambulanze interne, gentilissimo, ma stressato dalle numerose richieste. L’attesa dell’ambulanza è stata ogni volta di circa due ore, per insufficienza dei mezzi, e tornando così in reparto dopo che il vitto era stato servito.

Questo elenco di disservizi, o di quelle che a mio avviso sono carenze strutturali e di formazione, non ha lo scopo di scoraggiare quanti si avvicinano alle professioni sanitarie, o di sanzionare tutta la sanità – vi sono certamente eccellenze nel panorama italiano – ma vuole essere uno stimolo per le nuove generazioni a non considerare la professione come un mestiere, ma un servizio basato sì sulla competenza, ma anche sullo sguardo profondo alla persona nella sua interezza, e nel suo intreccio di relazioni. E, per i medici, che il rapporto sia sempre medico-paziente e non medico-numero.

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