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Persona e famiglia > Sanità

La mossa di Trump che mette a rischio i farmaci in Europa

di Chiara Andreola

La clausola della “nazione più favorita”, che un ordine esecutivo del presidente Usa ha applicato ai farmaci, sta facendo sì che che le aziende farmaceutiche trovino più conveniente commercializzare i propri farmaci solo Oltreoceano.

Farmaci (foto Pexels-Pixabay)

Il mondo, si sa, si è ormai abituato agli annunci più o meno roboanti (e più o meno improbabili) del presidente statunitense Donald Trump; tanto da non farci spesso nemmeno caso – il che, dicono in molti, è una vera e propria strategia, non un semplice giocare a chi la spara più grossa.

Tra i tanti annunci passati quasi sotto silenzio in Italia c’è stato quello dell’applicazione della cosiddetta “clausola della nazione più favorita” ai farmaci: le aziende farmaceutiche dovranno cioè, per poter commercializzare un certo prodotto negli Stati Uniti, praticare il prezzo più basso che viene praticato per lo stesso farmaco in nazioni simili.

Lo scopo dichiarato era quello di “farla finita” con lo strapotere di “Big Pharma”, che vende i propri prodotti negli Usa a prezzi decisamente più alti – anche oltre cinque volte – che in contesti analoghi (come può essere l’Unione europea), a spese dei cittadini americani. Questo è dovuto al fatto che in un contesto di sanità pubblica, come è ad esempio il caso italiano (e analogamente per altri Paesi europei), il prezzo di un farmaco è il risultato di un accordo tra l’azienda produttrice e il Sistema sanitario nazionale, tramite Aifa nel nostro caso (per la quale, insieme ad Ema, passano anche le procedure per l’autorizzazione di un nuovo farmaco): l’interlocutore è quindi unico e rappresenta lo Stato, con quel che ne consegue in termini di potere negoziale.

Negli Usa invece il prezzo viene negoziato da intermediari (che prendono una provvigione, e hanno quindi tutto l’interesse a spuntare il prezzo più alto possibile) con le singole compagnie assicurative; mentre non esiste alcuna trattativa comparabile a quella che avviene con i “nostri” sistemi sanitari pubblici nel caso di Medicare e Medicaid, i due programmi federali rivolti ad anziani e indigenti, e che coprono un terzo della popolazione. Il risultato è che la spesa sanitaria media pro capite annua negli Usa è di 12.555 dollari, contro i 6.685 dell’Ue (dati Corriere della Sera): evidente, dunque, che si ponga come auspicabile un cambiamento nel sistema dei prezzi. Dato poi che sono introiti così “gonfiati” a rendere possibile e appetibile alle aziende l’investimento nello sviluppo di nuovi farmaci che poi andranno in tutto il mondo, questo avviene di fatto in maniera sproporzionata a carico dei cittadini americani: altro squilibrio che, si dice al di là dell’Oceano, va sanato.

Basti dire che, stando ai dati dell’USC Leonard D. Schaeffer Institute for public policy & government service, il mercato farmaceutico statunitense costituisce dal 64 al 78% dei profitti farmaceutici mondiali: significa che 350 milioni di persone (meno della popolazione Ue, che è di circa 450 milioni) finanziano i tre quarti di un mercato farmaceutico globale, che di persone ne comprende potenzialmente otto miliardi. Di qui si arriva a sostenere che sono appunto prezzi così alti negli Usa a rendere possibili prezzi più bassi altrove, dato che le aziende “compensano”.

Fin qui, il ragionamento può anche sembrare sensato; ma basta riflettere un momento in più per chiedersi se non sia quantomeno ingenuo ritenere che a questo punto “Big Pharma” semplicemente si adatti a praticare gli stessi prezzi europei negli Usa, o a cercare una complessa rinegoziazione al rialzo dei prezzi europei, per dare un colpo al cerchio dell’Ue e uno alla botte degli Usa, senza nemmeno cercare di mettere in campo altre meno costose strategie.

Tra i primi a lanciare l’allarme su ciò che sta accadendo, c’è stato il professor Roberto Burioni, noto virologo, tramite alcuni suoi post su Substack e gli interventi alla trasmissione Che tempo che fa.

Burioni fa notare come diverse aziende stiano semplicemente optando per non vendere più in Europa alcuni farmaci, così da poter mantenere i prezzi attuali negli Usa: uscire dal mercato europeo risulta infatti, almeno per alcuni prodotti, meno costoso che abbassare i prezzi su quello americano. Burioni cita un’analisi del 25 marzo scorso di Pharmaceutical Technology secondo cui dei farmaci approvati dalle autorità regolatorie statunitensi nel 2025, circa il 90% è stato lanciato prima negli Usa, e di questi il 97% non è mai stato commercializzato in altri Paesi; aggiungendo alcuni esempi di farmaci innovativi e potenzialmente salvavita commercializzati appunto solo negli Usa, o addirittura già presenti sul mercato europeo e poi ritirati (come l’anti-colesterolo Repatha, ritirato dalla Danimarca, che con appena 5 milioni di abitanti non ha rappresentato un grande ammanco per la Amgen che lo produce). Gli effetti dell’ordine esecutivo di Trump, dunque, si stanno già facendo sentire.

Che cosa significa questo per i cittadini? Molto banalmente che alcuni farmaci potrebbero non essere mai disponibili in Italia o essere ritirati: l’unica soluzione diventerebbe, per chi se lo può permettere e ci riesce a livello burocratico, acquistarli all’estero (con prezzi in molti casi nell’ordine di decine, se non centinaia, di migliaia di dollari, come nel caso di un intero ciclo di chemioterapia).

Che fare dunque? Burioni sostiene, nel suo post, che l’unica possibilità è muoversi celermente a livello europeo, con una piattaforma di acquisto dei farmaci centralizzata e un fondo comune capace di esercitare una forza finanziaria tale da sedersi al tavolo con le multinazionali del farmaco con un potere negoziale sufficiente.

Va però precisato che questa storia non è solo una questione di “Trump brutto e cattivo”, come certe narrazioni semplicistiche tendono a volte a far credere. Anche ammesso e non concesso che lui sapesse perfettamente che questo sarebbe accaduto; e che tutta questa storia sia solo un grande favore alle aziende farmaceutiche (che ora, ben lungi dall’abbassare i prezzi negli Usa, potrebbero viceversa spuntare prezzi più alti da Paesi europei presi dall’ansia di vedersi negare farmaci cruciali); è altrettanto vero che la vicenda è stata resa possibile da un sistema di vendita e distribuzione dei farmaci che è “viziato” da ben prima dell’arrivo di Trump sulla scena politica. E non intervenire alla base di questo a livello internazionale, con misure strutturali e non estemporanee, potrebbe significare semplicemente “tirare a campare” fino alla prossima crisi pandemica. Tanto negli Usa – dove la spesa sanitaria rimarrebbe comunque elevatissima – quanto in Europa – dove non si troverebbero i farmaci.

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