La guerra atomica dopo l’incontro di Singapore

Intervista a Lisa Clark, rappresentante in Italia di Ican, (campagna mondiale per la messa al bando delle armi nucleari), organizzazione Nobel per la pace 2017, sui segnali di svolta possibile dopo la stretta di mano tra Trump e Kim Jong

 

Secondo Riccardo Alcaro, responsabile del “Programma Attori globali” dell’Istituto affari internazionali, l’incontro di Singapore tra Donald Trump e Kim Jong «ha più l’apparenza che la sostanza di un evento storico. Se un vertice senza precedenti alla fine farà da cornice a un accordo al ribasso, avremo assistito a uno spettacolo mediatico (che può ben essere il principale obiettivo di Trump) in cui la tediosa vicenda del nucleare Nord-coreano si è ripetuta una volta ancora. E come diceva Marx, la storia non si ripete se non come farsa».

Altri commentatori invece ne hanno dedotto che, a volte, è necessario mostrare le maniere forti e minacciare di «avere il pulsante nucleare più potente dell’altro» per ottenere risultati così importanti da indurre al riconoscimento del premio Nobel per la pace ai due protagonisti immortalati nella simbolica stretta di mano che scongiura l’innesco della guerra nucleare. Sulla questione abbiamo posto alcune domande a Lisa Clark, rappresentante di una realtà internazionale che il Nobel per la pace l’ha vinto davvero nel 2017 come protagonista del percorso che ha portato a siglare il trattato internazionale di abolizione delle armi nucleari. Come rappresentante di Ican l’abbiamo vista nella foto con papa Francesco durante il simposio sul disarmo atomico promosso in Vaticano. La intercettiamo di ritorno dalla penisola coreana dove si è recata poco dopo essersi incontrata con il consiglio comunale di Cagliari che ha approvato all’unanimità la mozione della Campagna “Italia, ripensaci” che chiede al Governo italiano di aderire al Trattato di messa al bando delle armi nucleari. Nel porto di Cagliari anche quest’anno ha fatto sosta la nave che gira il mondo con i testimoni delle vittime del bombardamento nucleare del 1945 su Hiroshima e Nagasaki. Una conferma della vocazione di pace che la Sardegna esprime, come i lettori di Città Nuova sanno.

Come si può valutare, dopo decenni di forte tensione e minacce, la stretta di mano tra il presidente statunitense e il dittatore Nord coreano?

L’incontro tra Trump è Kim Jong-un ha avuto luogo e credo che questa sia la cosa più importante. Il dialogo e il negoziato sono l’opposto delle maniere forti e credo sia importante permettere anche a chi si sia comportato in maniera arrogante, violenta, minacciosa di cambiare modalità, anche senza esigere che faccia un bagno di umiltà. Una specie di uscita d’emergenza salvafaccia, direi. Quindi è importante più di ogni altra cosa che l’incontro a Sentosa (Singapore) ci sia stato.

Con quali effetti concreti?

Esiste una leggera delusione tra gli addetti ai lavori per il fatto che il documento comune siglato dai due sia privo di scadenze precise, senza contenuti specifici e stringenti, con l’uso della parola “denuclearizzazione” senza qualifica (verificabile, irreversibile, secondo il mantra dei negoziatori precedenti), lasciando così aperta la porta a interpretazioni diverse da parte dei due. Nel preambolo Kim si impegna a realizzare la completa denuclearizzazione della penisola coreana e Trump si impegna a offrire garanzie di sicurezza alla Corea del Nord: si tratta di pilastri essenziali per la costruzione di un processo di pace e disarmo. Anche se non vengono descritti i passi, i dettagli, le condizioni, ci fa capire che l’atmosfera del vertice era positiva. I punti del documento non contengono niente di nuovo, ma sottolineano il desiderio dei popoli di stabilire nuove relazioni di pace tra Usa e Repubblica Democratica Popolare di Corea, ribadiscono l’impegno dei due Stati a realizzare una pace durevole e stabile nella penisola coreana denuclearizzata, e si impegnano al recupero delle spoglie di militari e prigionieri di guerra statunitensi e al loro rimpatrio.

Quali altri elementi dell’incontro si possono apprezzare?

Già nella conferenza stampa per l’annuncio del documento congiunto Trump ha aggiunto alcune affermazioni che rendono ancora più positivo il risultato del vertice. Ha ribadito il necessario coinvolgimento del presidente Moon Jae-in e della Cina. E poi, a sorpresa, ha annullato le esercitazioni militari di Usa e Corea del Sud, chiamandole “wargames”, termine usato da noi, anche per ribadire che servono solo a favorire un clima di guerra, ad alzare le tensioni. Credo che la Dichiarazione di Sentosa, come ormai viene chiamata, potrà forse diventare l’inizio di un processo concreto e produttivo, che porti finalmente ad un vero accordo di pace. Che dopo oltre 60 anni possa sostituire l’armistizio. E questo sembra essere un punto di partenza fondamentale per la riconciliazione tra le due Coree.

Che ruolo ha avito il presidente della Corea del Sud?

Io ritengo che ciò che ha fatto cambiare idea a due uomini aggressivi e vanitosi, e che li abbia portati a considerare che forse potranno ottenere maggiori consensi dall’essere sorridenti oggi, anziché minacciosi, sia stato il comportamento sempre gentile, propositivo, umile del presidente Moon Jae-in. Ecco, è grazie a lui se oggi possiamo nutrire speranza, e soprattutto se possono avere speranza le persone che nella penisola coreana si impegnano per la riconciliazione e la pace.

Con quali effetti su Seoul? È una scelta politica condivisa in quella parte del Paese?

Il giorno dopo il vertice di Sentosa si sono tenute in Corea del Sud le elezioni locali. In serata, mentre si contavano i voti, la positività del vertice ha portato i suoi frutti. I candidati del Partito democratico del presidente Moon hanno fatto il pieno di voti. Oggi in Corea del Sud sono membri del partito di Moon, un partito che si impegna per la pace e la riconciliazione nella penisola coreana, otto governatori su 9, sei sindaci delle grandi città metropolitane su 7. Il sindaco Park di Seoul si è conquistato con una valanga di voti un terzo mandato. Il giorno successivo, il 14 giugno, ero a Seoul per intervenire a un convegno sull’anniversario del primo Vertice inter-coreano del 2000, promosso dall’ex presidente Kim Dae-jung e per il quale vinse il Premio Nobel per la Pace di quell’anno. Molti sono stati gli interventi di personalità che lottano da sempre per la pace positiva e da parte di tutti c’è grande ottimismo. Alcuni hanno ripetuto la proposta di assegnare il Premio Nobel per la Pace a tutti e tre i leader coinvolti: Trump, Kim Jong-un e Moon Jae-in.

Sembra una proposta azzardata, come ha risposto?

Mi sono permessa di dissentire (e i miei colleghi statunitensi di altre organizzazione premio Nobel per la Pace più di me!). Ho detto che, per me, di quei personaggi solo il presidente Moon Jae-in si merita l’onorificenza. Ho ricordato l’emozione che ha suscitato in me, come nella maggioranza delle persone, quell’incontro con Kim Jong-un dove si prendono per mano e, prima l’uno poi l’altro, si accompagnano a vicenda ad attraversare quel simbolico confine. Il presidente Moon sta dando nuova vita alla politica del grande Kim Dae-jung, facendo rinascere quella “Sunshine Policy”, la politica della luce del sole.

Cosa significa tale espressione ?

Deriva dalla favola di Esopo: il vento del Nord e il sole stavano litigando su chi fosse più potente. Videro un viandante e decisero che il più forte sarebbe stato chi dei due riusciva a portargli via il mantello. Il vento prese a soffiare, ma più soffiava e più il viandante si stringeva nel mantello. Il sole invece aumentò la temperatura finché il viandante non si spogliò spontaneamente. Kim Dae-jung scelse questa favola per impostare la sua politica di riavvicinamento alle Corea del Nord.

Quale piano strategico state promuovendo per dare attuazione al trattato di abolizione delle armi nucleari?

In questi ultimi mesi sono state molte le dichiarazioni e le azioni tra le due Coree nella direzione di un impegno per la pace e il disarmo. La diplomazia esercitata durante le ultime olimpiadi, il documento di Panmunjom del 27 aprile, l’incontro con il simbolico attraversamento del confine del 26 maggio, e infine il vertice di Sentosa (Singapore) del 12 giugno. Credo che l’obiettivo di un totale disarmo nucleare nella penisola coreana sia la priorità, ma lo è già da molto tempo. Porterebbe ad uno stato di aumentata sicurezza in tutto il Nordest asiatico.

Come si potrebbe realizzare ?

Esiste da anni la bozza di un Trattato per una Zona libera da armi nucleari, comprendente le due Coree e il Giappone, con il sostegno di Russia, Cina e Stati Uniti (che dovrebbero dare ai tre Stati la garanzia che non saranno mai attaccate con armi nucleari, dal momento in cui diventeranno totalmente denuclearizzate). Oggi, con il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), abbiamo un ulteriore strumento giuridico a disposizione: ICAN ha fatto la proposta di una roadmap per la denuclearizzazione della penisola coreana nel quadro dei trattati internazionali, il TPNW, del Trattato per la messa al bando delle sperimentazioni nucleari e con il rientro della Corea del Nord nel Trattato di Non Proliferazione. Questa Roadmap è piena di proposte serie e realizzabili.

In che cosa consistono concretamente tali proposte?

Il testo completo lo si può trovare nel sito della rete italiana disarmo. Si delinea in cinque passi che si possono riassumere così: 1. Riconoscere il rischio dell’uso di armi nucleari e le inaccettabili conseguenze umanitarie di un tale uso. 2. Rifiutare le armi nucleari aderendo al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW). 3. Rimuovere le armi nucleari, in base a un piano per il disarmo verificabile e irreversibile. 4. Ratificare il CTBT (il trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari) e garantire la verifica degli obblighi assunti tramite il CTBTO (un’organizzazione internazionale  che conduca ispezioni per verificare il rispetto del trattato). 5. Rientrare nella Comunità mondiale e nel Trattato di Non Proliferazione.

Un piano dai tempi lunghi, però…

I tempi non sono quelli mediatici, quelli dei vertici con le conferenze stampa dei presidenti. Serve un lunghissimo lavoro dietro le quinte, con esperti e funzionari e approfondite discussioni sugli accordi. Ma vorrei ricordare che per costruire davvero una pace duratura, nella mia esperienza, serve che ci sia un protagonismo deciso e determinato delle popolazioni, delle associazioni di società civile. Ho visto in Corea del Sud un entusiasmo e una speranza che vanno proprio nella direzione dell’impegno di tutti verso un unico obiettivo: la pace e la riconciliazione.

 

 

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