La gioia della musica

Semele, l'opera di Händel proposta all'Accademia Santa Cecilia, ha attirato anche tanti giovani: merito di una musica bellissima e del fascino del barocco.
Accademia nazionale Santa Cecilia

Il Barocco oggi è di moda. Piace a tutti, ai giovani a quanto pare – a vederli ai concerti – in modo speciale. Il motivo è semplice: è musica sensibile, luminosa. Ha un ritmo chiaro e vivo, anche nei tempi indugianti, come i Largo o gli Andanti.

Perciò ad ascoltare in versione semiscenica l’opera-oratorio Semele di Händel a Roma, all’Accademia Santa Cecilia, c’erano tanti giovani, stupiti dalla scoperta di un genio che della musica fa un universo pieno di splendore. La storia è quella mitica della ragazza Semele amata da Giove, che però vuol vedere il dio nella sua divinità e non nella sua umanità. L’ambizione umana di vedere Dio è forte ma può produrre morte, come dice la Bibbia. Infatti Semele finirà bruciata dal fuoco di Giove, metafora chiara della grandezza sovrumana del divino e dell’inutilità dell’ambizione umana.

I tre atti su libretto di William Congreve sono in realtà più che una storia edificante, presentata per la quaresima del 1744, un’opera che rigurgita di amore sensuale, di contrasti, di gioia di vivere e di passione, in cui la povera Semele è oggetto della gelosia di Giunone che con l’inganno la farà perire. Insomma, una vittima dei capricci divini, ma anche della sua stessa vanità.

La musica è così bella che lascia senza parole e dura un attimo (sono oltre tre ore!). L’opera si apre con una ouverture che lascia intravedere sprazzi dolenti, ma poi contiene altri brani strumentali come il preludio all’inizio del secondo atto, pieno di pathos. Le arie sono forse i momenti più “magici” in cui l’ispirazione handelliana si accende di estro, fantasia, passando dal languore al fremito, dal dolore all’estasi e occorre dire che i solisti hanno voci delicate, tenere al punto giusto, capaci di fioriture infinite e di “legati” armoniosi. Non solo: anche gli ensembles sono gravidi di quel connubio amore-dolore che percorre l’opera, sublimando il sentimento nella ricchezza delle voci e nei colori di una orchestra – l’English Baroque Soloist –, dal suono rotondo e seduttore, vitale sempre, e da un coro – il perfetto Monteverdi Choir –, che non è elemento decorativo, ma personaggio.

L’aria  più famosa “Where’er you walk, Largo pianissimo per tutto” ha una capacità ipnotica unica. Ed ipnotica è infatti la musica di Haendel che un direttore come John Eliot Gardiner, specialista del genere, rende al meglio con la pacatezza incisiva del gesto e l’esattezza di tempi e  colori.

Rimane la gioia di una musica simile, trasfiguratrice, grazie ad un performance davvero speciale.

 

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