La Dresda di Vonnegut

La tragedia della capitale sassone, oggi risorta dalla guerra, nel capolavoro visionario di uno dei massimi scrittori Usa
Frauenkirche di Dresda

Notte del 13 febbraio 1945: su Dresda i bombardieri alleati cominciano a scaricare una pioggia di morte. Per tre giorni una delle più belle città del mondo, la cosiddetta "Firenze dell’Elba", si scatena l’apocalisse. Migliaia le vittime (le stime ufficiali oscillano tra 18 mila e 25 mila, ma c’è chi sostiene che si arrivi a circa 135 mila: un costo umano superiore a quello causato dalla bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki). Incalcolabili le perdite relative al patrimonio storico, artistico e culturale. E per di più, una tragedia inutile, perché la guerra contro i tedeschi era ormai già abbondantemente vinta.

Capitale e secondo maggiore centro del Land della Sassonia dopo Lipsia, Dresda è oggi risorta dalle sue rovine ed è oltremodo ricca di monumenti, musei e parchi che attirano visitatori da ogni parte del mondo. L’ultimo importante recupero è stato la ricostruzione della Frauenkirche, una delle più caratteristiche chiese in stile barocco della città ed uno dei suoi simboli, inaugurata il 30 ottobre 2005.

Ma allontaniamoci per un momento dalle meravigliose vedute che ci vengono offerte dalla Dresda del XXI secolo per tornare alla tragedia del ’45. Testimone di essa fu un giovane soldato americano fatto prigioniero dai tedeschi e miracolosamente sopravvissuto al bombardamento perché chiuso in una specie di bunker: si chiamava Kurt Vonnegut, un americano di Indianapolis ma di origine tedesca che sarebbe  diventato un grande scrittore. Suo capolavoro è Mattatoio n. 5, romanzo nato da quell’esperienza sconvolgente, emblematica dell’abisso in cui può cadere l’uomo diventato zimbello del dèmone della guerra.

Vale la pena riprendere questo testo originalissimo, che fece scalpore all’epoca della pubblicazione – il 1968, anno in cui era in corso un’altra sciagurata guerra, quella del Vietnam – ma che conserva la sua attualità anche in questi nostri tempi travagliati.

Oltre al massacro in sé, fu un episodio di cui Vonnegut stesso fu testimone a far scattare in lui la decisione di scrivere il romanzo: la fucilazione di un suo commilitone per futili motivi: «Un’intera città finisce in cenere, e muoiono migliaia e migliaia di persone. E poi questo soldato americano viene arrestato tra le rovine per aver preso una teiera; gli fanno un regolare processo e lo fucilano».

Ma l’accusa più esplicita l’autore la mette sulla bocca di una donna: «"Eravate solo dei bambini… Come quelli che stanno giocando di sopra!". Annuii; era vero. All’epoca della guerra eravamo degli stupidi sbarbatelli appena usciti dall’infanzia. "Ma lei non ha intenzione di scriverlo, questo, vero?". "Io… io non so", dissi. "Beh, lo so io" fece lei. "Fingerà che eravate uomini anziché dei bambini, e poi ne tireranno fuori un film interpretato da Frank Sinatra e John Wayne o da qualcun altro di quegli affascinanti vecchi sporcaccioni che vanno pazzi per la guerra. E la guerra sembrerà qualcosa di meraviglioso, e così ne avremo tante altre. E a combatterle saranno dei bambini come quelli che ho mandato di sopra"». Per questo il romanzo porta come sottotitolo La crociata dei bambini: un riferimento all’esercito di giovanissimi mandati allo sbando ai tempi di papa Innocenzo III.

Un’intera città pressoché indifesa distrutta insieme ai suoi abitanti, cui si erano aggiunti migliaia di rifugiati, fornirebbe ad uno scrittore materia per descrizioni da antologia. Per Vonnegut, invece, vi sono orrori che la parola si rifiuta di esprimere. A lui interessa «scrivere qualcosa contro la guerra, impresa improba come fermare un ghiacciaio». E lo fa con le armi dell’ironia e del grottesco.

Per rendere poi il caos e l’alienazione che la guerra produce nelle coscienze, oltre al linguaggio crudo e ai tanti episodi sgradevoli, si serve dell’elemento fantascientifico, utile fra l’altro a introdurre nelle vicende umane (o disumane) un punto di vista esterno. Nel caso in questione, è quello degli abitanti del pianeta Tralfamadore, che conoscono la vera natura del tempo: passato e futuro sono sempre stati e sempre saranno, nulla dipende dalla volontà dell’individuo. Per loro gli umani sono solo oggetto di curiosità, come Billy Pilgrim, il protagonista del romanzo e alter ego dell’autore, rapito per essere esposto in uno zoo tralfamadoriano insieme ad una star del cinema americano.

Billy Pilgrim che, come dice il nome, è un “viaggiatore” – nel tempo nonché nello spazio – diventa depositario di segreti che gli altri terrestri considerano i vaneggiamenti di un pazzo. Questo anti-eroe affetto da un disturbo singolare («ogni tanto, senza alcuna ragione apparente, si metteva a piangere») non fa proclami pacifisti: davanti ad ogni traversia o madornale ingiustizia, l’unico suo commento è «così va la vita», che parrebbe mera rassegnazione. Ma è evidente che questo intercalare quasi ossessivo è finalizzato a suscitare la reazione indignata del lettore.

Continuamente il ritmo del racconto viene stravolto dai viaggi temporali di Pilgrim: un espediente che, "ritardando" il momento in cui la capitale sassone subirà il suo martirio, crea un efficace clima di suspense. Così bisogna arrivare alla pagina 140 perché le truppe alleate – e con esse lo strambo Billy Pilgrim – mettano piede in una Dresda ancora intatta.

Dresda richiama all’autore bibliche distruzioni di città come Sodoma e Gomorra, anch’esse bombardate dal "fuoco piovuto dal cielo", e la moglie di Lot diventata un "pilastro di sale" per essersi guardata indietro: un gesto «profondamente umano», commenta Vonnegut, che si sente anche lui come "un pilastro di sale" dopo quanto ha visto.

Il romanzo inizia col tono di antichi profeti: «Ascoltate: Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo». E si conclude con lo scrittore che s’inserisce a sorpresa nel romanzo, capitando a Dresda. Vi arriva anche il protagonista – in uno dei suoi viaggi nel tempo –; e ai margini di quel deserto lunare che è ormai diventata la città, avverte i primi segnali di una primavera che nonostante tutto arriva: «Gli uccelli parlavano. Un uccello disse a Billy Pilgrim: "Puu-tiii-uitt?". Si noti: parlavano, non cantavano. Gli uccelli dicono qualcosa che va decifrato, e ad uno di loro in particolare, col suo tono interrogativo, l’autore sembra affidare un "perché?" tutto suo, diventato ora anche il "perché?" di chi legge.

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