La cultura dell’unità

In occasione della morte di Giuseppe Maria Zanghì, riproponiamo una sua lettura del quadro storico nel quale fiorisce la cultura dell'unità
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Una multinazionale della cultura. Questa è l'impressione spontanea di chi elenca nello stesso foglio, riga dopo riga, il complesso delle attività culturali del Movimento dei focolari e delle varie realizzazioni, in campo economico, sociale, politico, ecc., che presuppongono un quadro culturale solido ed elaborato. A impressionare non è soltanto l'elenco, ma anche il modo con il quale sono collegate fra loro. Centri di studio e di formazione, cittadelle nelle quali si sviluppa il dialogo ecumenico e interreligioso, riviste e case editrici, movimenti che operano nell'economia come nell'arte, nella politica e nella comunicazione: tutti esprimendo, pur nella diversità di questi campi, un unico stile, un'impronta non solo spirituale, ma anche culturale, che è stata chiamata "paradigma dell'unità". Troppo vasto per essere stato pensato a tavolino, troppo complesso per venire gestito attraverso l'ingegneria organizzativa, questo insieme di realizzazioni richiede comunque una spiegazione. Se scavate un po', dentro il Movimento dei focolari, per cercare di capire quale sia la sua identità culturale, arriverete prima o poi a un fatto originario, espresso in poche parole: "Sarò io il tuo maestro": questa la risposta interiore che Chiara Lubich avvertì, da parte di Gesù, quando, per gli ostacoli creati dalla seconda guerra mondiale, divenne per lei impossibile continuare gli studi universitari. Una situazione che privilegiava la vita, la scelta di amare Dio e il prossimo attimo per attimo, attraverso atti concreti, piuttosto che lo studio attraverso i libri. Ma la vita di Chiara – e, con lei, del movimento – si sarebbe rivelata anch'essa, col tempo, un vero e proprio studio, una forma originale di conoscenza che scaturiva dalla nuova spiritualità dell'unità che Dio aveva donato. Una conoscenza che non veniva dai libri, cioè da ciò che già si sapeva: idee e teorie che, sorte dalle esperienze del passato, non avrebbero saputo esprimere ed interpretare la novità spirituale portata dal carisma di Chiara. Ma, piuttosto, una conoscenza "sapienziale" cioè una luce direttamente legata all'amore vissuto e che, col passare degli anni, col moltiplicarsi dei fronti sui quali il movimento si è impegnato e delle opere che ha costruito, ha rivelato una sua specifica dimensione culturale. Gesù, evidentemente, sta mantenendo la sua promessa. Ma qual è la fisionomia del nuovo paradigma culturale? Come si colloca all'interno della storia della cultura umana e, in particolare, della storia dell'occidente, all'interno della quale è sorto? E quale contributo porta alle altre culture? Una lettura della crisi dell'occidente Per cercare di rispondere a queste domande, Giuseppe Maria Zanghì, direttore della principale rivista culturale del Movimento dei focolari, Nuova umanità, propone una lettura del quadro storico nel quale fiorisce la cultura dell'unità: "Stiamo assistendo al tramonto della cultura che ha avuto le sue radici nel grande Medioevo e si è successivamente sviluppata attraverso la modernità. Esso è stato il grande momento illuminativo della fede cristiana, che ha saputo esprimersi in una cultura che ha caratterizzato quell'epoca. Se fosse possibile paragonare il percorso della storia a quello spirituale delle persone, direi che la fioritura medievale fu preceduta da quella che potremmo chiamare una "notte dei sensi", cioè una sorta di prima, grande prova: il crollo dell'impero romano, cioè il crollo di un ordine statuale, di una sicurezza diventata tradizione. Ma questo crollo riguardava l'assetto istituzionale, non i valori; non colpiva, cioè, la parte più profonda, la radice stessa della cultura. Il periodo dell'illuminazione medievale è caratterizzato dalle università, dalle "summe" – non solo teologiche, ma comunque intrise dell'elemento religioso: pensiamo alla Divina Commedia – e si apre all'umanesimo: subito dopo, la cultura occidentale entra in crisi profonda. Una crisi non più di struttura, di istituzioni, ma interna, di fondamenti". La crisi della modernità ha in sé qualcosa di paradossale: è una sofferenza che matura proprio dalle radici cristiane, così come esse si sono inculturate nell'occidente, e dando un grande contributo alla sua costruzione. "Tale crisi – spiega Zanghì – si riduce ad un punto fondamentale: Cristo ha messo in evidenza il rapporto personale del singolo con Dio; in questo senso ha fondato la soggettività, che è anche la categoria fondamentale del pensiero moderno. Ma si trattava di una soggettività fondata in lui: "Io sono la vite, voi siete i tralci"; dirà san Paolo: "Tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù". Se invece si disancora la soggettività dalla sua radice in Cristo, come la modernità ha fatto, ecco sorgere la crisi della cultura nella quale siamo immersi: separata dalla radice, sfocia nel nichilismo". Questo esito nichilista è certamente negativo: ma nell'atteggiamento culturale del Movimento dei focolari non si percepisce un atteggiamento di rifiuto della modernità, la quale non è considerata come puramente negativa, come una mera degenerazione della cultura: "Nella crisi della cultura moderna noi vediamo un volto di Gesù abbandonato, cioè di Gesù nel momento in cui esprime la sua percezione di essere lontanissimo da Dio; ma è quello anche il momento nel quale Gesù più apertamente ci rivela il Padre e, proprio patendone l'abbandono, ci riunisce al Padre. "Il cristianesimo ha cercato di incarnare nella cultura la luce di Dio che aveva ricevuto; ma in questo processo non può non subire un momento di buio: quello che i mistici chiamano la "notte dello spirito". Proprio questo momento – l'abbandono vissuto dall'occidente – può essere visto come quello della maturazione della presenza del Cristo nel cuore, nella mente, nelle fibre dell'occidente, che deve condurlo a pensare secondo le categorie di Cristo". Il senso della crisi Bisogna tenere conto che il cristianesimo modifica profondamente il modo di vedere Dio, e di mettersi in rapporto con lui, che caratterizzava l'antichità. "Porto solo un esempio – prosegue Zanghì -: di fronte all'Assoluto noi, eredi della cultura greca, diciamo che esso è Uno, non c'è possibilità di molteplicità. Nel cristianesimo l'Assoluto è trino, cioè è articolato; e lo è perché c'è un "non" nel cuore dell'Essere: il Padre non è il Figlio; il Figlio non è il Padre e tutti e due non sono lo Spirito Santo. Questa è una rivoluzione tale che non può non travolgere la struttura mentale tradizionale dell'uomo; essa si era costruita nella situazione "post-edenica", cioè dopo che, con l'uscita dal paradiso terrestre, si era piagato il rapporto con l'Assoluto; e dunque l'immagine di esso l'uomo se l'è costruita pensandolo dal di fuori del giardino dell'Eden, condizionato dal negativo della caduta; per cui, o si è pensato che l'Assoluto non c'è; oppure, se c'è, viene messo al di là di qualunque possibilità di essere toccato da quel "non" che l'uomo sperimenta". Con Gesù – sottolinea Zanghì – non è più così: veniamo, per così dire, riportati ad un rapporto con l'Assoluto non più dall'esterno, ma nell'intimità, quella che può avere il Figlio col Padre, e proprio grazie a Gesù abbandonato. La cultura moderna è la grande testimone di che cosa significa aprirsi alla penetrazione del messaggio cristiano, in un modo che mette in crisi proprio quelle categorie di pensiero attraverso le quali avevamo sì pensato l'Assoluto, ma dall'esterno. Ecco forse trovata la chiave che permette di capire il modo con il quale il Movimento dei focolari si muove all'interno della crisi culturale contemporanea: il carisma dell'unità, infatti, si impernia proprio sulla penetrazione e sulla adesione alla realtà di Gesù abbandonato, così come si è manifestata nell'esperienza e nel pensiero di Chiara Lubich, che permette di cogliere, all'interno della crisi della modernità, un senso e uno scopo: "Io penso – prosegue Zanghì – che oggi, avendo preso coscienza di questa situazione, attraverso l'esperienza del nichilismo, della perdita di senso, della crisi della metafisica tradizionale, siamo in una fase di uscita dalla crisi, verso qualche cosa di nuovo – un nuovo paradigma culturale – che sarà il dono che l'occidente, uscito rinnovato da questa grande prova, potrà fare a tutte le altre grandi culture non di matrice cristiana; e non per indicare loro il cammino che devono fare, ma per testimoniare la profondità del cambiamento che una cultura deve affrontare per passare da un rapporto epidermico a uno vitale col Cristo: bisogna che le culture passino una "notte" vera e propria; l'occidente la sta passando, ma già intravede l'approdo: il farsi "orizzontale" del rapporto con Dio, che prima era solo verticale, verso l'Assoluto; significa sperimentare la realtà di Dio nel rapporto fra gli uomini, fra di noi. "Questo è il nuovo paradigma. Un paradigma spirituale, nel senso dello Spirito che Gesù ci dà sulla croce, e lo dà alle sue membra. Ma allora il rapporto fra i singoli non è più legato solo alla comunicazione della parola, del concetto, del ragionamento, ma è legato all'effusione dello Spirito, cioè è un rapporto d'amore. E la cultura che ne viene è cultura dello Spirito. Se l'occidente riesce ad entrare in questa realtà, potrà essere il testimone di che cosa vuol dire – con la luce, ma anche col buio – seguire Cristo". La ricchezza dell'amore Il movimento si è sempre mosso in quest'ottica, affermando che quel che conta è amare; dando però al termine "amore" tutta la ricchezza che esso può esprimere nei diversi campi della cultura umana. È cambiato, infatti, il paradigma culturale: per mantenere e approfondire il rapporto con Dio, non è più necessario costruire un modello rigido di vita – come può essere quello monastico – attraverso una regola che isoli dal mondo; ma il rapporto con Dio si attua anche, e si alimenta, nel rapporto di amore reciproco, e nel diventare, insieme, costruttori di cose nuove: in questa nuova prospettiva è contenuta la regola delle regole, cioè l'amore stesso di Dio. Nell'ultimo periodo il movimento ha cominciato ad esprimere questo amore in chiave più specificamente culturale: con gli studi prodotti dai membri della "Scuola Abbà", attraverso la rivista Nuova Umanità, con i corsi dell' "Istituto superiore di cultura"; e, su un piano più diffuso, con i diversi movimenti nei campi dell'economia, della politica, della comunicazione, dell'arte, ecc., i quali sviluppano, nella specificità dei loro diversi linguaggi, il medesimo paradigma culturale. La cultura del movimento è dunque in forte sviluppo. "Ma non abbiamo alcuna fretta – conclude Zanghì – di presentare, come movimento, un nostro progetto culturale, di formalizzarlo, ad esempio, in strutture universitarie: dobbiamo darci il tempo di lavorare bene, di lasciare che tutti i nostri cantieri culturali aperti si sviluppino secondo la novità che il carisma dell'unità sta facendo crescere in loro; perché se volessimo presentare un progetto culturale portandoci dietro categorie tramontanti, perderemmo il senso della novità dell'ideale di vita e di pensiero proposto da Chiara Lubich". LAVORI IN CORSO Il Movimento dei focolari mette in atto una specifica formazione in ciascuna delle sue 18 diramazioni interne e nei vari movimenti quali, ad esempio, la formazione per i politici all'interno del Movimento politico per l'unità, o quella per gli imprenditori curata dal Movimento economico. Esistono però anche realizzazioni e attività culturali di carattere più generale e di notevole impatto pubblico. Anzitutto la "Scuola Abbà", un gruppo di studio internazionale e multidisciplinare che da oltre 10 anni, guidato da Chiara Lubich, approfondisce gli aspetti dottrinali del carisma dell'unità. I risultati dei suoi lavori vengono pubblicati in riviste quali Nuova umanità, in Italia, e Abbà, in Brasile. Altre riviste con un particolare timbro culturale sono Unità e carismi e Gen's, oltre evidentemente alla nostra Città nuova, affiancata da altre 36 edizioni, in altrettante nazioni e in 24 lingue. Gli esperti della "Scuola Abbà" sono anche i docenti dell'"Istituto superiore di cultura", attivo da tre anni, che tiene i suoi corsi – riservati a studenti selezionati – nel periodo estivo. 26 sono le case editrici, in altrettanti paesi. In 45 nazioni sono presenti 65 "Centri Mariapoli", per la formazione spirituale e sociale dei membri del movimento. A Loppiano (Incisa in Valdarno) sorge una "cittadella", con 800 abitanti provenienti da 70 nazioni: un "bozzetto di mondo unito", anticipazione di ciò che potrebbero essere le città nella quali si vivesse il Vangelo. Le cittadelle nel mondo sono 33. In esse, generalmente, sono ospitate scuole specializzate nelle problematiche più vive presenti nel continente di appartenenza: per esempio la "Scuola sociale Igino Giordani" nella cittadella "Ginetta" in Brasile, o la "Scuola per il dialogo interreligioso" ospitata a Tagaytay, nelle Filippine. La cittadella di Ottmaring, in Germania, è dedicata al dialogo ecumenico. In tutti i poli di attività sociale del movimento – quali Bukas Palad nelle Filippine, o Santa Teresinha in Brasile – sorgono anche le attività formative collegate alla situazione locale.

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