La chiamata di Abramo

La storia di Abramo è il primo esempio di vocazione nella Bibbia. Che cosa vuol dire “essere chiamati”? Quale atteggiamento di risposta chiede all’uomo? Matteo Ferrari in “Verso la terra che ti indicherò” (Città Nuova, 2016) rilegge l’episodio biblico offrendoci suggerimenti stimolanti per la nostra vita.
Verso la terra che ti indicherò_Matteo Ferrari_Città Nuova

Abramo è il primo chiamato in senso stretto nel­la storia biblica. Con lui Dio sceglie di camminare non tanto con l’umanità in generale, ma di farsi com­pagno di strada di uomini e donne con un nome e un volto ben precisi. […]

 

Noi ci soffermiamo in particolare sul racconto della chia­mata di Abramo che è la prima vocazione vera e propria che incontriamo nella Bibbia. Tuttavia per comprendere fino in fondo la chiamata di Abramo occorrerebbe seguire tutto l’arco della sua vicenda personale e familiare e del rapporto con il suo Dio. Infatti tutta la storia di Abramo è la narrazione di una continua chiamata di Dio, perché Abramo di­venti capace di accogliere la promessa/parola del Signore per la sua vita. Nella Bibbia ebraica quan­do si parla di “promessa” si usa il termine dabar, “parola”. Possiamo quindi affermare che l’intera esistenza del patriarca è segnata dall’ascolto e dalla realizzazione della Parola che Dio ha rivolto alla sua vita.

 

Il cammino di Abram con il suo Dio inizia con il capitolo 12 del libro della Genesi. È un testo molto noto che tutti conosciamo bene:

Il Signore disse ad Abram:

«Vattene dalla tua terra,

dalla tua parentela

e dalla casa di tuo padre,

verso la terra che io ti indicherò.

 

Farò di te una grande nazione

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e possa tu essere una benedizione.

 

Benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò,

e in te si diranno benedette

tutte le famiglie della terra».

 

La prima parola che il Signore rivolge ad Abram è fondamentale per comprendere la sua chiamata e ogni vocazione. Dio dice ad Abram: «Vattene!» (Gen 12, 1). In ebraico questa espressione, che ritornerà alla fine della vicenda di Abramo in Gen 22, 2, po­trebbe anche essere tradotta così: «Vai per te» o «Vai verso di te». Già nella prima parola di Dio si cela quindi il senso della vocazione: Dio chiama per la vita e per il bene del chiamato. Rispondere alla Paro­la che Dio rivolge alla nostra esistenza significa “an­dare verso di sé”: è un cammino di ritorno alla verità di noi stessi. Dio non ci chiama a diventare altro da ciò che siamo, bensì a essere veramente noi stessi. È un aspetto che incontreremo in altri racconti di voca­zione, anche nel Nuovo Testamento.

 

La storia di Abram inizia con la promessa di una discendenza che sarà possibile unicamente se Abram lascerà la sua terra, la sua parentela, la casa di suo padre, cioè i suoi legami più forti: la sua cul­tura di origine, il suo clan, i suoi parenti. Per avere una discendenza Abram deve lasciare il suo passato e i suoi legami. […]

 

La richiesta di abbandonare il passato, che il Signore rivolge ad Abram, è un elemento molto importante di questo primo passo della sua storia.

 

Viene alla mente il comando di Gen 2, 24: «L’uomo dovrà lasciare suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola». Ora quel comando rivolto all’essere umano uscito dalle mani di Dio prende concretezza e si rivela in tutta la sua importanza per la riuscita e la felicità della vita umana, così come l’ha pensata il Creatore. La fecondità, la possibilità di creare una realtà nuova – una sola carne – la si può realizzare solo lasciando il padre e la madre, coloro che ci hanno generati. Un processo forse mai finito che però deve essere compiuto per costruire qualcosa di autenticamente nostro nella nostra vita, per essere fecondi. Anche la creazione, come abbiamo visto, avviene tramite la separazione: la separazione è sempre lacerante, ma è anche la possibilità della vita. Senza prendere le distanze tra coloro che ci hanno dato la vita (non solo i genitori ma anche l’ambiente, la cultura, le tradizioni, i maestri) non c’è vita vera. A un certo punto devo prendere la mia vita tra le mani e farla mia e questo implica un distacco, anche lacerante, da chi mi ha donato la vita.

 

Non si tratta di rinnegare o rimuovere il passa­to, nemmeno di dimenticarlo, ma di distaccarsi da esso per farlo veramente nostro, per ritrovarlo alla fine in una modalità nuova. Non una relazione che si distrugge quindi, ma una relazione che si trasforma. I genitori, la propria cultura, le proprie relazioni non vanno lasciate per perderle, ma proprio per conser­varle e per riguadagnarle in modo adulto e personale. […] Lasciare la propria casa, il padre e la madre, signifi­ca muoversi verso una terra misteriosa e ignota, su sentieri sconosciuti, ma è questa la dinamica auten­tica della vita. Vivere significa sempre addentrarsi in terra straniera, in una terra sconosciuta, che un altro ci indica.

 

Da “Verso la terra che ti indicherò. La vocazione come risposta alla parola di Dio” di Matteo Ferrari, pp. 144 – € 14,00

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