La carta d’identità dei cristiani

La comunione dei beni porta alla gioia. Dio ama chi dona con gioia.
Persone gente
La “magia” del “cuor solo” tra esseri umani, tutti diversi l’uno dall’altro, è un privilegio raro, l’anticipo di una vita che non è di questo mondo, l’eredità dell’Incarnazione. Prima di salire in croce Gesù ha lasciato la formula per produrla: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi», pronti cioè a dare la vita per gli amici: il Comandamento nuovo.

L’amore reciproco non è l’amare gli altri come sé stesso: è un amore più attento, delicato e totale, perché qui dare la vita significa mettere da parte il proprio io. E perché sia reciproco occorre la risposta dell’altro e bisogna lasciargli lo spazio per ricambiare, se vorrà, con la stessa misura.

 

Quando l’altro ricambia, è come quando in aereo si bucano le nuvole e sopra risplende sempre il sole: si entra in una atmosfera in cui anche se si è molto diversi ed a volte ci si conosce appena, si entra in piena sintonia; ogni cosa va al suo posto, il cuore "arde in petto", si è pronti ad eroismi, a somme generosità.

Non più offuscati da affanni e distrazioni, si gode la nostra natura di figli di Dio, e quando si è fatta una volta questa esperienza, rimane il desiderio di ripeterla, anche se si sa che occorre passare per la porta stretta del cancellare ogni giudizio e morire al proprio io.

 

Può succedere in chiesa e in convento ma anche in fabbrica, sul treno, in ufficio, in Parlamento: il bello è che è un dono per tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, buoni e cattivi, cristiani e non credenti: tutti abbiamo dentro l’impronta della Trinità, per tutti la pienezza della gioia si prova quando si ritorna a casa.

Quando si è «un cuor solo ed un’anima sola», la carta d’identità dei cristiani, non si fa alcuno sforzo a mettere i propri beni a servizio di chi ci è più prossimo del parente più stretto, perché condivide questa condizione: non si aspetta che l’altro chieda, si vede di che cosa ha bisogno e si condivide con gioia quello che si ha. La pienezza che si prova nel donare è tutta diversa dalla soddisfazione del filantropo teso più a realizzare il suo disegno che a guardare l’altro come suo uguale. 

La comunione dei beni realizzata per giustizia sociale, per solidarietà generica, per spirito comunitario, per convenienza o per obbligo, senza l’amore reciproco, non è frutto né produce il «cuor solo e l’anima sola»; e quando l’amore reciproco si spegne e non si riesce a riaccenderlo, la comunione dei beni non porta più alla gioia. Dio ama chi dona con gioia.

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