Jovanotti: inno alla vita

Appena uscito e subito tra i più venduti, scaricati, ed ascoltati. “Oh, Vita!”, il nuovo album di Lorenzo da Cortona è l’ennesimo esercizio di stile e d’estroversione poetica. Un disco semplice ed essenziale, nonostante sia stato prodotto da un mostro sacro delle sale d’incisione statunitensi come Rick Rubin
ANSA/FLAVIO LO SCALZO

Un disco costruito con calma l’estate scorsa, oscillando tra i flutti placidi del Mediterraneo vicino a Capri, e in una splendida villa toscana, trasformata per l’occasione in uno studio d’incisione superattrezzato. Oh, Vita! è il quattordicesimo album d’inediti pubblicato da Jovanotti, e suggella il trentennale di una carriera atipica e tuttavia quasi sempre in ascesa. Ovviamente è uscito giusto in tempo per far bella mostra di sé nella vetrine già imbardate per le prossime feste.

Fin dal primo ascolto le nuove canzoni rivelano che abbiamo a che fare col Jovanotti di sempre: la sua verve ottimista e il suo lessico elementare che tuttavia sa leggere il proprio intimo e la realtà che lo circonda, con l’acutezza di un artista ormai più che navigato e maturo.

Stilisticamente è un lavoro piuttosto variegato, per niente sensazionalista nelle atmosfere, e decisamente acustico e schitarrante nell’approccio. Le nuove canzoni non posseggono la potenza e l’immediatezza esplosiva dei suoi singoli più ispirati, ma sono carine e concepite con sincerità d’intenti, o almeno così appaiono. La mano di Rick Rubin c’è e si sente, ma come quella di tutti i migliori artigiani della musica, ha lavorato più per far rendere al meglio le canzoni che non per mettere in mostra la propria destrezza. E l’impressione è che il barbuto producer californiano abbia operato più di sottrazione che d’addizione.

E veniamo ai testi. Passato il traguardo dei cinquanta, il Nostro è entrato più che mai nell’età delle nostalgia, ed è preso dalla voglia di riguardarsi al passato (l’infanzia romana soprattutto, trascorsa all’ombra del Vaticano dove il padre lavorava). Ma ci sono anche molti fremiti del presente, per lo più poetiche, istantanei di quest’Italia inquieta, contradditoria, multietnica e impoverita che fa da sfondo neppur troppo silente dell’intero album.  Un album al solito stracolmo di parole e di concetti mai banali, ma in grado di farsi capire subito da tutti. Certo la sua vocalità sbiascicata e la sua intonazione tutt’altro che eccelsa continuano a zavorrarne la forza espressiva, ma in fondo sono anche il marchio di fabbrica che rende Lorenzo Cherubini unico e irripetibile.

Jovanotti è tornato come lo si attendeva, ma senza apparire scontato; merito anche dell’aura vagamente minimalista che avvolge tutto il disco e che sembra sempre a mezza via tra la levità e l’inconsistenza. E tuttavia il risultato è ancora una buona spanna sopra la media qualitativa di una scuola cantautorale ormai dispersa per mille rivoli. È vero, anche lui come tanti colleghi più o meno coetanei fa un po’ il verso a se stesso, ma se non altro sa aggiungerci ogni volta qualcosa di nuovo.

 

 

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