«Raccontiamo le vite di uomini e donne che, di fronte ai genocidi, alle dittature e ai crimini contro l’umanità, trovano il coraggio di agire per salvare vite, difendere la dignità umana e opporsi all’odio». Si presenta così la Fondazione Gariwo, nata a Milano nel 1999 e ora diffusa in più Paesi dove sono presenti oltre 300 “giardini dei giusti”. In un contesto globale segnato dal ritorno della guerra, abbiamo sentito la voce di Gabriele Nissim, saggista, presidente della Fondazione Gariwo.
La retorica bellica è tornata alla ribalta e la promessa del “mai più” successivo alla Seconda guerra mondiale, sembra aver perso ogni significato. Come interpreta questi fatti?
Non esiste un antidoto permanente contro il male; ogni generazione è chiamata a ricominciare da capo, a compiere le proprie scelte fondamentali tra il bene e il male. Credere nel “mai più” è una rassicurazione comoda, ma non corrisponde alla realtà.
L’unica risposta efficace non risiede in uno slogan, ma nella riscoperta della responsabilità del singolo.
Come cercate di agire in questa direzione?
Occorre superare l’idea di non poter incidere sul corso degli eventi. La verità è che gli individui possono sempre fare la differenza, a ogni livello.
Pensiamo alla Russia: prima c’era un Gorbaciov, che ha gestito la dissoluzione di un impero in modo pacifico, resistendo a notevoli pressioni contrarie, come mi raccontava l’ambasciatore Sergio Romano ai tempi del mio lavoro alla redazione del Corriere della Sera.
Oggi c’è Putin. Due uomini, due traiettorie storiche opposte.
Persino in un sistema complesso come quello statunitense, un solo uomo al potere può cambiare radicalmente le cose. Credo molto alla forza dell’educazione. È qui che intervengono i Giardini dei Giusti, che sono il cuore del nostro lavoro.

Delegazione di Iman e rappresentanti della comunità musulmane in Europa in visita a Yad Vashem (Ente nazionale per la Memoria della Shoah) di Gerusalemme.
Di cosa parliamo?
Non sono semplici monumenti, ma strumenti pedagogici, una forma di educazione al bene e alla responsabilità. In ogni Giardino che creiamo nel mondo, onoriamo persone comuni o figure pubbliche le cui scelte, piccole o grandi, hanno cambiato in meglio un pezzo di storia. Mostriamo esempi concreti di chi, di fronte a un’ingiustizia, non si è girato dall’altra parte.
Attraverso queste storie, insegniamo che la responsabilità non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana che ha il potere di plasmare la realtà. Questo messaggio, nato a livello locale, è oggi al centro di una rete internazionale che ambisce a parlare al mondo intero.
Come si concilia questa visione con la crisi delle grandi istituzioni internazionali?
Oggi viviamo una profonda crisi del multilateralismo. Le Nazioni Unite nacquero per risolvere i conflitti diplomaticamente attraverso il Consiglio di Sicurezza, prevenire i genocidi e difendere i diritti umani. Oggi, a causa del potere di veto e della prevalenza degli interessi dei singoli Stati, questi pilastri non contano più nulla. Il segretario generale ha poteri limitatissimi. Di fronte a questo vuoto, la nostra rete internazionale di Giardini dei Giusti – che si estende dall’Argentina al Ruanda, dalla Giordania alla Svezia – prova a lanciare un segnale. Proponiamo l’idea di costruire delle “Nazioni Unite dal basso”. Non pretendiamo di sostituirci alle istituzioni, ma di ricostruire a livello etico quell’unità del genere umano che la politica oggi divide. Riunendo persone di nazionalità diverse attorno a valori condivisi e all’esempio dei Giusti, creiamo ponti che la geopolitica distrugge. Non dobbiamo però cedere alla tentazione di buttare a mare queste istituzioni. Dobbiamo, al contrario, lottare per riformarle.
Recentemente ho incontrato Virginia Gamba, candidata alla segreteria generale dell’ONU, una donna di 71 anni con una carriera straordinaria. Le ho chiesto perché si candidasse, pensando fosse una corsa persa. Lei mi ha risposto: «Mi sono candidata perché devo salvare le Nazioni Unite». La sua determinazione dovrebbe essere la nostra.
Cosa spinge, a suo parere, una persona a scegliere il bene?
Come insegnava il padre della logoterapia, Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, limitarsi a dire che “le cose non vanno bene” senza costruire un’alternativa positiva, genera solo una rassegnazione che, alla fine, “aiuta sempre i peggiori”. L’antidoto è ricominciare a sognare. Non un sogno ingenuo, ma la capacità di immaginare un mondo diverso. I ragazzi della Rosa Bianca che volantinavano contro Hitler, i dissidenti che protestavano in Piazza Rossa contro l’invasione di Praga, gli intellettuali che scrivevano il Manifesto di Ventotene in carcere: tutti loro combattevano il male perché sognavano un’alternativa possibile. Molti Giusti agiscono per una sorta di “gusto estetico”. Non riescono a tollerare la bruttezza del male che li circonda. Si agisce per restaurare un’armonia che l’ingiustizia ha deturpato.
Tutto questo però comporta un sacrificio che fa paura …
Contrariamente a una certa retorica del sacrificio, io credo che “fare il bene agli altri fa bene a se stessi”. Si rischia la vita per continuare a sentirsi un essere umano degno. Il bene poi non è un’impresa per santi o eroi. È un “bene possibile”, alla portata di tutti. Come mi disse Moshe Bejski, fondatore del Giardino dei Giusti di Yad Vashem, è fondamentale onorare storie possibili, non impossibili, per mostrare che chiunque può fare la scelta giusta.
La mia convinzione più profonda è che “tutti gli esseri umani possono essere Giusti”. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, può prendere le redini del mondo.
Da quale storia personale nasce il suo impegno?
Mio padre fu uno dei pochi ebrei greci che, capendo il pericolo, scelse di combattere attivamente il nazismo. Questa eredità mi ha trasmesso una visione non vittimistica della storia. Da giovane ho documentato clandestinamente il dissenso nei regimi totalitari dell’Est Europa, conoscendo figure come Václav Havel e Adam Michnik. Ho visto da vicino cosa significava lottare per la dignità umana.
Gariwo nasce proprio da questo incrocio: la resistenza al nazismo e la resistenza al comunismo. Mettendo insieme queste esperienze, ho compiuto quella che considero la vera “rivoluzione” del nostro lavoro: l’universalizzazione del concetto di “Giusto”.
Tradizionalmente, il termine “Giusto tra le Nazioni” era legato esclusivamente alla Shoah. Noi abbiamo rotto questo schema, sostenendo che si tratta di una categoria universale. Esistono Giusti che hanno aiutato gli armeni, salvato i tutsi in Ruanda, o che si sono opposti ai gulag.
Questa idea ha incontrato una fortissima resistenza da parte di istituzioni come Yad Vashem (Ente israeliano dedicato ai 6 milioni di vittime ebree del genocidio nazista, ndr). La loro obiezione era che universalizzare il concetto avrebbe significato “banalizzare la Shoah”. Io ho sempre detto che i Giusti non appartengono a un singolo popolo: servono l’umanità intera. In ogni conflitto, da Gaza all’Ucraina, emergeranno sempre nuovi Giusti. Rompere quel dogmatismo è stato essenziale per creare uno strumento etico capace di parlare al presente.
Uso spesso la metafora di Walter Benjamin del “pescatore di perle”: il nostro compito è immergerci nel mare della storia per trovare il bene nascosto e riportarlo in superficie, a disposizione di tutti.
Di fronte a una spirale di violenza in Terra Santa che appare senza speranza, come può il riconoscimento dei “Giusti” del nostro tempo offrire una via d’uscita concreta?
Bisogna partire da un dato di realtà ineludibile: in Medio Oriente ci sono due popoli che devono convivere. Nessuno vincerà, nessuno andrà via. Si massacreranno a vicenda, ma alla fine saranno sempre lì. Questa non è una condanna, ma il punto di partenza realistico per ogni soluzione futura.
L’unica che vedo possibile è la conciliazione, sul modello di quanto fatto da Mandela in Sudafrica. Il nostro compito, quindi, deve essere identificare, sostenere e dare voce in entrambe le parti a persone e gruppi che lavorano per il dialogo e la non violenza. Dobbiamo essere un “ponte di dialogo”. Per questo a Milano abbiamo organizzato una “tenda del lutto”, per ricordare insieme le vittime di entrambe le parti. Il vero nemico è la contrapposizione tra identità etniche rigide.
L’esempio del villaggio di Neve Shalom/Wahat al-Salam, a ovest di Gerusalemme, dove israeliani e palestinesi vivono e crescono insieme, ci mostra un possibile futuro. Lì, infatti, sta nascendo un’identità nuova, superiore, in cui si può essere israeliani, palestinesi, ebrei e arabi allo stesso tempo, vivendo con identità multiple e condivise. Il cammino sarà lungo e doloroso, ma è l’unico possibile.
Bisogna partire oggi, seminando dialogo e sostenendo chi, da entrambe le parti, ha il coraggio di andare oltre l’odio e riconoscere la comune umanità.
