30 marzo 2026, mattina d’autunno a San Cristóbal, cittadina di 15 mila abitanti in provincia di Santa Fe, in Argentina. Un ragazzo di 15 anni porta a scuola un fucile sottratto al nonno e spara nel cortile: uccide uno studente di 13 anni e ne ferisce altri 8, nel panico generale. Nel giro di poche ore, il nome di questa città attraversa l’intero Paese; quanto vi è accaduto la colloca in una geografia globale della violenza, a latitudini diverse.
«È un segno del tempo che viviamo: molti ragazzi abitano mondi paralleli, spesso invisibili agli adulti e alle istituzioni, un tempo che denuncia ferite sociali profonde oltre che l’assenza di politiche pubbliche capaci di vedere gli adolescenti prima che diventino emergenza, di costruire relazioni prima che si spezzino». A parlare è Amelia López, garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza della Provincia di Cordoba in Argentina (dove le Province sono entità federate con costituzioni, leggi e istituzioni proprie), che intervistiamo su questi fatti.
L’Ufficio del Garante – la Defensoria, in spagnolo – si è consolidata in un gran numero di Paesi a partire dallo sviluppo del sistema internazionale di protezione inaugurato dalla Convenzione ONU del 1989 per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, con le successive misure. A Cordoba, Amelia López, medico, impegnata da anni nel Movimento politico per l’unità, a detta di molti ha saputo concorrere in modo significativo alla costruzione del profilo di questo organismo. «Dopo anni di lavoro politico in ambito legislativo ed esecutivo, nel 2016, un ampio voto parlamentare mi ha assegnato questa funzione, che ho assunto come una responsabilità appassionante».
È sotto gli occhi di tutti quanto i problemi che attraversano le nostre società stiano esercitando un impatto drammatico e spesso irreversibile sulla vita di bambini e ragazzi, segnandone il futuro. «Gli abusi, i conflitti familiari, le dipendenze e la violenza digitale, le migrazioni forzate e la povertà multidimensionale incidono con particolare intensità sulla fascia adolescenziale. Affrontare tutto questo dalla prospettiva dei diritti implica, come stabilisce la Convenzione, ascoltare le loro voci. E c’è qualcosa che si verifica continuamente: se le città mettono al centro bambine, bambini e adolescenti, diventano più vivibili per tutti».
Fin dall’inizio del mandato, la Garante di Cordoba ha promosso un cambio di approccio. «Prima di scegliere uno strumento partecipativo oppure un altro, è necessaria una scelta di fondo: proporre un nuovo modello di governance».
In questa direzione, ad esempio, è stato avviato un programma strategico partecipativo nella Provincia, per identificare le priorità e definire le azioni in una logica di corresponsabilità: «Abbiamo chiamato a partecipare i sindaci, i rappresentanti dei diversi livelli dello Stato, delle università, delle organizzazioni sociali e professionali, mettendoci in ascolto delle ragazze e dei ragazzi».
Il percorso non è stato privo di resistenze: «Pregiudizi, tensioni e perfino gelosie non scompaiono quando si lavora in chiave innovativa. Scioglierli passo per passo è lavoro costante. Quando c’è stata qualche grossa difficoltà, mi sono chiesta se la mia non fosse una grande ingenuità, ma siamo andati avanti: nessun bambino, nessuna famiglia deve restare da sola di fronte alle difficoltà».
Dopo la tragedia di San Cristóbal e la rapida diffusione di minacce in altre città che ha amplificato il clima di allarme, López ha proposto una interpretazione più ampia: «È semplicistico credere che il problema si affronti a partire dalla punizione, è una via di uscita che non risolve nulla. Questi fatti sono un terribile segnale di allarme, ma costruire una narrazione sociale a partire dai “casi” ci porta fuori strada. I delitti giovanili sono meno del 1% in termini percentuali; sono invece aumentati i suicidi, i tentativi di suicidio e le autolesioni, indicatori chiari del malessere che attraversa oggi le adolescenze. Questo dovrebbe essere il centro del dibattito pubblico».
A suo parere, non basta «considerarli come studenti, o come pazienti, o come figli. Sono soggetti di diritti, parte di un tessuto sociale che ha bisogno del loro protagonismo. Non rassegniamoci alla narrazione che definisce l’adolescenza come un problema o un rischio. Mettiamoci al loro fianco per comprendere cosa stanno vivendo, anche nella dimensione emotiva, profondamente segnata dalle trasformazioni accelerate del tempo». Sul piano delle politiche pubbliche, questo si traduce in strategie concrete: team interdisciplinari, protocolli di intervento e dispositivi territoriali. «Chi cerca aiuto, non può essere costretto a peregrinare tra le istituzioni senza trovare risposta».
L’ecosistema digitale è oggi un fattore chiave: «Per i nostri ragazzi, reale e digitale formano un continuum. Le violenze non cambiano natura: si spostano da un ambito all’altro», osserva. Parallelamente, avverte che il sistema sociale arriva in ritardo: «Le risorse sono insufficienti e la capacità preventiva è limitata. Si interviene sull’urgenza e non sulle cause e il fatto di combinare una domanda elevata, risposte limitate e adulti sopraffatti, genera scenari in cui molti giovani restano soli. Anche la disgregazione familiare ha un costo».
Di fronte a fenomeni come il cyberbullismo, l’adescamento online, l’estorsione tramite immagini o l’esposizione a contenuti violenti, la Defensoria ha riorientato le proprie azioni: «è la punta dell’iceberg». Da qui l’importanza di rafforzare la formazione degli adulti: «Famiglie, scuole e comunità devono offrire presenza, ascolto e coerenza. I ragazzi hanno bisogno di adulti che li attendano, li rispettino e sappiano dialogare con loro con autenticità». In questo quadro, la scuola emerge anche come uno spazio favorevole per la cura della salute mentale.
In Argentina, il recente dibattito sull’abbassamento dell’età della responsabilità penale vede posizioni contrapposte. López mette in guardia: «Quando un adolescente commette un reato, il primo passo è la responsabilizzazione ma anche l’analisi delle cause. Spesso alla base riconosceremo situazioni segnate da violazioni dei bisogni primari, da dispersione scolastica e disgregazione familiare. Se l’unica risposta è la detenzione, cosa stiamo risolvendo?». I risultati delle ricerche sono chiari: «La sola risposta punitiva, anche quando è socialmente richiesta per la gravità dei fatti, non risolve il problema».
Del resto, il clima di odio e di paura che i social alimentano non agisce solo offrendo modelli di comportamento ai più giovani; influenza anche l’opinione pubblica che produce stigmi sociali. «Decisioni rapide che impongono la reclusione sembrano più efficaci e, invece, rinchiudere un ragazzo per anni tende ad aggravare la violenza; i tassi di recidiva lo dimostrano». Questo non significa negare la responsabilità individuale, ma «lo sviluppo emotivo e quello fisico non procedono allo stesso ritmo. La sfida è creare condizioni perché il giovane comprenda ciò che ha fatto e ne assuma le conseguenze. Servono più prevenzione e ambienti sicuri, e dobbiamo moltiplicare le misure riparative, ancora poco conosciute».
Riguardo all’accesso ai social, la Garante sottolinea che, «accanto alle norme, è indispensabile promuovere una “cultura della cittadinanza digitale”. Chiederci quanto tempo passa mio figlio, mia figlia davanti allo schermo, è parte del problema». E sull’uso degli smartphone a scuola, propone: «Alcune istituzioni scolastiche adottano misure interessanti come quella di depositare i cellulari all’ingresso, per riprenderli solo per specifiche attività didattiche. Questo lo condivido: non si tratta di proibire, ma di stabilire condizioni e proporre obiettivi. La scuola deve essere uno spazio di apprendimento, di relazione e responsabilità. Non può prevalere l’imposizione».
L’orizzonte è preciso: «Dobbiamo tradurre la comprensione dei nostri legami sociali in un’architettura politica e sociale capace di sostenerli. Bambine, bambini e adolescenti sono portatori di un valore straordinario per costruire il presente e il futuro. Siamo in molti a volerlo. La sfida è articolare quest’energia a servizio dell’umanità, perché incida sui fatti, cambi la narrazione prevalente e orienti le decisioni. E questa è, in definitiva, la politica».