In prima serata, dalla parte degli ultimi

Nel suo gergo immaginifico, il cronista sportivo parlerebbe di un efficace uno-due. La sorte di una gara già segnata, ribaltata da due gol segnati a pochi minuti di distanza uno dall’altro; un match di boxe che ha già un vincitore ai punti, steso invece al tappeto da due colpi ravvicinati dell’avversario. È quel che ha fatto anche Raiuno per ritornare in partita dopo l’infausto inizio di questa stagione televisiva, cominciata con una delle più imbarazzanti edizioni di Miss Italia mai trasmesse dalla tv di Stato. Dopo le liti in diretta dei reduci della Rai in bianco e nero e le vuote discussioni sul lato B, la rete ammiraglia del servizio pubblico ha provato a risalire la china, proponendo a distanza di pochi giorni due fiction che sembravano passarsi il testimone: quella sulla vita di Giuseppe Moscati, il medico napoletano proclamato santo da Giovanni Paolo II nel 1987, l’altra su Chiara e Francesco, ultima versione della storia del Poverello d’Assisi. Entrambe hanno portato in prima serata le vite di uomini che – al di là delle diverse tracce lasciate e del diverso peso avuto nella Storia della Chiesa – hanno lasciato agi e ricchezze per dedicarsi agli ultimi, ai più poveri e ai malati. Tutte e due volevano raccontare la santità senza far risplendere troppo le aureole, evitando l’agiografia, mettendo in evidenza i valori universali vissuti da questi campioni della fede, la modernità del loro messaggio, l’umanità più che la spiritualità. Il film su Moscati poteva contare sul fattore sorpresa: pochi infatti conoscevano la vicenda di questo scienziato eccezionale, profeta di un amore che guarisce, nato ricco e morto povero tra i poveri, fedele alla sua professione di medico. Nella narrazione televisiva si fa notare il tocco delicato del regista Giacomo Campiotti che già altrove (nei cinematografici Come due coccodrilli e Mai + come prima) aveva mostrato di saper maneggiare con cura sentimenti ed emozioni senza banalizzarli. Il film mostra rigore, ma sa anche commuovere, può contare su una buona prova di Beppe Fiorello nei panni del protagonista, forse scivola sulla figura del cattivo, interpretato da Ettore Bassi, un protofascista antipatico, poi funzionario del regime, che sposa la donna che Moscati aveva amato, ma che fin dall’inizio, malgrado il pizzetto luciferino e i gesti sgarbati, sembra fuori posto nel ruolo dell’anima nera della storia. Il perché lo si capisce guardando l’attore pugliese nell’altra fiction, alle prese con il mito di Francesco. È l’icona del bravo ragazzo, Ettore Bassi. Ha luce, francescana letizia e freschezza. Con la Chiara interpretata dalla luminosa Mary Petruolo, sembrano due papa boys ante litteram, una coppia di ribelli con il sorriso, Giulietta e Romeo dell’Assoluto: ragazzi di oggi capaci di sfidare le convenzioni per seguire ideali più alti che avremmo visto bene ad una Gmg (che Bassi ha anche una volta presentato, quella del Giubileo 2000). Quella di Fabrizio Costa è una fiction dai due volti. Più debole la prima parte a cui sembra mancare un po’ di oscurità medievale, di dolore nelle scelte, di profondità, ribellione e grinta. Meglio la seconda, più tesa, nervosa, avvincente. Leggerezza e solarità sono le cifre di questa miniserie che manda in soffitta la rappresentazione di Francesco come un cocciuto rivoluzionario con il saio, un peccatore pentito (come il dannato Mickey Rourke della Cavani), e che invece valorizza molto la sua opera di uomo di pace, capace di dialogare con l’Islam ottocento anni prima delle Torri gemelle. Soprattutto è innovativa e vincente la scelta di raccontare la storia di Francesco in parallelo con quella di Chiara. Non era mai successo, e dal film si evince che non si capirebbe l’uno senza l’altra, che non ci sarebbe lui se non ci fosse lei. Una love story fra due innamorati di Dio, molto originale e profondamente moderna. Dall’eroe solitario che fa tutto da sé, alla santità conquistata insieme da due ragazzi capaci di fare scelte radicali.

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