Imre Kertész, qualcosa che somiglia alla felicità

Lo scrittore ungherese, scomparso a Budapest il 31 marzo a 86 anni, sopravvissuto ad Auschwitz e premio Nobel per la letteratura, insegna che la felicità ci aspetta come una "trappola" inevitabile, anche negli orrori della Storia
Imre Kertész

Lo scrittore ungherese, scomparso a Budapest il 31 marzo 2016 a 86 anni, aveva ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 2002. La motivazione dell’alto riconoscimento dichiarava: «Per una scrittura che sostiene la fragile esperienza dell’individuo contro la barbarica arbitrarietà della storia».

Allora Kertész reagì: «Per me è interessante che mi abbiano conferito il Nobel per i miei lavori sull’Olocausto e contro le dittature. Potrebbe anche rappresentare una sorta di benevola intenzione recondita per i Paesi dell’Europa orientale».Per Kertész il calvario degli ebrei non è stato l’unico motivo conduttore, come per altri poteva essere stato il proletariato, nei suoi scritti mette a fuoco gli orrori del ‘900, con l’odio razziale, lo sterminio, la disumanità di cui l’uomo è capace: «Dopo la Croce il più grande trauma per l’Europa è stato Auschwitz».

 

Imre Kertés aveva 15 anni nel 1944 quando, per le sue origini ebraiche, era stato portato ad Auschwitz, campo di concentramento nazista, e poi a Buchenwald. Nel 1945, fu liberato e ritornò in Ungheria ma il lager segnerà la sua vita. Nel 1948 cominciò a lavorare come giornalista per un quotidiano di Budapest ma fu licenziato quando nel 1951 il giornale diventò organo del partito comunista. Per guadagnarsi da vivere iniziò a scrivere romanzi. Sfruttò la sua conoscenza del tedesco per tradurre Nietzsche, Wittgenstein, Freud, e altri. Provò anche a scrivere opere teatrali. Nel 1960 cominciò a scrivere il romanzo la cui stesura durò più di 10 anni e che lo farà conoscere soprattutto fuori patria, Sorstalanság, Essere senza destino (pubblicato in Italia nel 1999 con la traduzione dal tedesco di B. Griffini).

In Ungheria questo romanzo, dapprima rifiutato, è stato pubblicato solo nel 1975.

È la storia di un ragazzo che tornato a casa dopo essere sopravvissuto ad Auschwitz, prova un atroce senso di nostalgia per l’ambiente orribile eppure protettivo del lager:

«Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d'ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell'intervallo tra i tormenti c'era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli "orrori": sebbene per me, forse, proprio questa sia l'esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno».

 

Un’altra opera apparsa nel 1990 Kaddish per il bambino non nato (in italiano edita da Feltrinelli tradotta da Mariarosa Sciglitano) è considerata l’ultima della trilogia, dopo Essere senza destino e Fiasco del 1988 (in Italia nel 2003).

«I decenni mi hanno insegnato che l’unica via verso la liberazione passa attraverso la memoria. Ma anche le modalità del ricordo variano. L’artista spera che l’esattezza della rappresentazione, che riporta anche lui nei sentieri mortali, lo condurrà alla forma più nobile di liberazione, alla catarsi, alla quale forse anche il suo lettore prenderà parte, in seguito. Potrei contare sulle dita delle mani gli scrittori che hanno creato una grande letteratura sull’esperienza dell’Olocausto… è molto più frequente che lo rubino ai suoi depositari e ne facciano una merce scadente. Oppure istituzionalizzano l’Olocausto, ne stabiliscono il rituale politico-morale, ne elaborano il linguaggio – spesso falso – impongono alla divulgazione persino le parole che, quasi automaticamente, provocano negli ascoltatori-lettori il riflesso dell’Olocausto: insomma, lo straniano in tutti i modi possibili e impossibili. Istruiscono i sopravvissuti: come devono riflettere su quello che hanno vissuto, del tutto indipendentemente da come questa mentalità si accorda con le esperienze reali; il testimone autentico un po’ per volta sarà soltanto d’impaccio, bisognerà rimuoverlo come una sorta di ostacolo».

 

Cosa vuole dire Zsuzsanna Körmendy, del Magyar Nemzet, che, annunciando la morte di Imre Kertész, si chiede: «Lo abbiamo amato abbastanza?».

Era d’impaccio questo testimone della storia?

Kertész rimane un instancabile operatore di speranza. Nel discorso in occasione del Premio Nobel aveva affermato che «pensando ancora ad Auschwitz, in modo forse paradossale, penso più all’avvenire che al passato».

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