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Italia > Emergenze sociali

Il sistema che genera le stragi del caporalato

di Toni Mira

La morte di quattro braccianti agricoli stranieri sfruttati nel cosentino pone l’attenzione sul sistema di sfruttamento della manodopera nei campi, con le responsabilità di imprenditori e aziende italiane

Dodici persone sono state arrestate dai Carabinieri nell’ambito di un’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Potenza, “su una rete criminale transnazionale che operava attraverso la strumentalizzazione dei cosiddetti ‘Decreti Flussi’, riducendo in condizione di moderna schiavitù numerosi braccianti agricoli”. Maggio 2026, ANSA/US CARABINIERI

Guardo la piccola confezione delle splendide, dolcissime e succose fragole Candonga, frutti Igp della Basilicata, del materano, soprattutto di Scanzano Jonico, Policoro, Bernalda e Metaponto. L’etichetta del prezzo riporta 9 euro al chilo. Leggo e non posso non pensare al minivan bruciato nella stazione di servizio di Amendolara, nel Cosentino, “patibolo” per quattro braccianti che rientravano a casa (si fa per dire…) a Villapiana, dopo aver passato la giornata a raccogliere proprio le famose e costose fragole. Rosse di sangue e sudore. Sfruttati dai caporali che poi li hanno uccisi, perché volevano essere pagati il giusto, vittime di un sistema economico che vive di questo sfruttamento.

Da sinistra, i braccianti afghani Ullah Ismat Qiemi, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, bruciati vivi ad Amendolara, 4 giugno 2025. ANSA

Me lo aveva raccontato 7 anni fa un investigatore di razza, il generale Rosario Castello, allora comandante della Legione carabinieri della regione. «La Basilicata non è un’isola felice. Quella è la zona più ricca dal punto di vista agricolo, con prodotti esportati in tutto il mondo, ma a che prezzo vengono prodotte queste bontà della terra?». L’occasione era stata un’operazione che aveva portato all’arresto di 11 persone, 6 italiani e 5 stranieri, e al sequestro di alcune aziende agricole. Perché anche gli imprenditori italiani «partecipavano a pieno titolo al sodalizio indagato», in quanto «traevano un notevole vantaggio economico», concordando coi caporali «le paghe inferiori a quelle previste dai contratti collettivi, con evasione contributiva per le giornate pagate “a nero”».

Storie di ieri e storie di oggi. Troppo comodo, anche per la drammatica morte dei quattro braccianti bruciati, fermarsi ai “caporali”, quasi che fosse una bega tra connazionali, violenta e brutale. No. Lo dicono in primo luogo i numeri. Sono ben 1.249 le inchieste sullo sfruttamento dei lavoratori aperte dall’approvazione della legge 199 del 2016, la cosiddetta “legge anticaporalato”. Cresciute nell’ultimo anno di quasi il 50%.

È quanto emerge dal VI Rapporto del laboratorio sullo sfruttamento lavorativo realizzato dal Centro di ricerca interuniversitario l’Altro Diritto in collaborazione con la Fondazione Placido Rizzotto-Flai Cgil.

Il Sud si conferma la zona con il numero più elevato, 573 casi, ma al Nord c’è un sensibile incremento con 369 casi, 140 in più in un anno. E lo sfruttamento è ormai generale, anche in settori diversi dall’agricoltura con vittime italiane in aumento. La dimostrazione che la legge 199 funziona e, anche, segnala il Rapporto di «un “cambio di passo” degli inquirenti e degli organi ispettivi», facendo emergere «una vera e propria “economia” dello sfruttamento».

Appunto, non solo “caporalato” ma “padronato”. Troviamo così 88 inchieste in Calabria e 19 in Basilicata, 10 delle quali nel materano. E di questo territorio si sta occupando la Commissione di inchiesta della Camera sulle condizioni di lavoro in Italia, partendo da un altro dramma, quello dei 4 braccianti indiani morti il 4 ottobre in un incidente stradale lungo la statale 598, nel territorio di Scanzano, mentre rientravano in Calabria dopo una lunghissima giornata di lavoro “schiavizzato” nelle campagne materane. Erano stipati in 10 in un’auto da cinque posti. Il 19 dicembre 4 pakistani sono stati arrestati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Ma le indagini, dicono gli investigatori, «non sono terminate e si stanno concentrando sul livello superiore, i datori di lavoro». Non sarebbe una novità.

Un’inchiesta dei carabinieri del 2023 vedeva come principale indagato un imprenditore italiano, coadiuvato da 8-9 caporali. I braccianti venivano reclutati in Marocco e versavano dai 5 ai 10mila euro per ottenere l’assenso dal datore di lavoro per favorire l’ingresso, ma il contratto di lavoro poi non veniva stipulato. Ma spesso anche se si firma un contratto poi si è costretti a lavorare per più giorni o addirittura a restituire parte del salario.

Nel novembre scorso un’operazione della guardia di finanza di Matera, ha coinvolto i titolari, tutti italiani, di 30 aziende agricole della costa ionica, che dal 2024 al 2025 avevano operato le ritenute nei confronti dei lavoratori, non provvedendo successivamente al versamento e quindi «lucrando ulteriormente sul lavoro dei propri dipendenti». Un guadagno per gli imprenditori e un danno per i braccianti, che può legarsi anche a reati di sfruttamento. E, infatti, le indagini sono ancora in corso. Ma si scopre che in provincia di Matera per controllare 24mila aziende, 7mila delle quali agricole, ci sono solo quattro ispettori ordinari e tre di vigilanza tecnica, e va ancora peggio per l’Inail che di ispettori non ne ha nessuno per tutta la Basilicata. Inoltre la Rete del lavoro agricolo di qualità, quella di chi si impegna a rispettare tutte norme, è insufficiente con l’adesione di appena l’1,5% delle aziende.

E, lo torniamo a ripetere, si tratta di un territorio con agricoltura ricca, il made in Italy di alta qualità. Ed è qui l’altro punto dolente, non siamo di fronte ad aziende marginali, in difficoltà, che faticano sul mercato. Non solo qui. Lo stanno dimostrando importanti inchieste in Piemonte o in Toscana nelle zone dei vini di eccellenza o quelle della Procura di Milano sulle grandi griffe dell’alta moda, sui big della logistica, sui giganti della grande distribuzione, dove lo sfruttamento è diffusissimo, grazie a subappalti, false cooperative fornitrici di manodopera, aziende in nero.

Il punto esatto dove é stato dato fuoco al minivan su cui viaggiavano le vittime, Amendolara, 3 giugno 2026. Credit: ANSA/MARCO ASSAB.

Decine di migliaia di lavoratori/schiavi che producono lusso e new economy. Con la presenza inquietante anche delle mafie. Perché le mafie ci sono. Non gestiscono i “caporali”, anche se non è escluso che li tollerino a pagamento, ma sicuramente sono profondamente presenti, in particolare nel settore agricolo. Non a caso si parla di “agromafie”. Comandano i maggiori mercati ortofrutticoli, da Vittoria a Fondi a Milano. Si accaparrano terreni e aziende, soprattutto quelle più redditizie. Fanno i prezzi dei prodotti e incassano truffaldinamente i contributi europei. Gestiscono disoccupazione, malattia e maternità per acquisire consenso.

Mettono mano anche nella grande distribuzione (Matteo Messina Denaro è stato in questo un “maestro”). Non si abbassano, quindi, nella gestione dei braccianti/schiavi, lasciandola a volte a “bande” criminali, ma con la loro ingombrante presenza condizionano il mercato e quindi la vita dei lavoratori. Sono parte di un sistema che non è solo mafia, ma è molto criminale e che, sicuramente, si arricchisce con lo sfruttamento dei lavoratori, in particolare immigrati.

Lo scrive con forza papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas. «Il modo in cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità. Papa Francesco invitava a riconoscere nei migranti non semplicemente un problema da gestire, ma “un’immagine viva del Popolo di Dio in cammino”; persone con dignità, risorse e sogni, che hanno diritto a essere trattate con rispetto e chiedono di poter diventare parte attiva delle società che le accolgono».

Persone di cui ci accorgiamo solo quando la cronaca ci racconta i loro drammi. Ma per poco. Chi ricorda i 16 morti stritolati nei pullmini dei caporali in due incidenti il 4 e il 6 agosto 2018 sulle strade foggiane? Chi ha mai sentito parlare di Eris Petty Stone ? Era una bracciante nigeriana di 28 anni, mamma di due bambini piccoli, morta nella notte del 7 agosto 2019, tra le fiamme della sua baracca nel ghetto della Felandina, nel comune di Bernalda, Matera. Il 6 marzo era stata sgomberata dalla baraccopoli di San Ferdinando in Calabria, smantellata a colpi di ruspa. Un intervento fortemente voluto dall’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Ma alla donna non era stato offerto nulla. Così dalla baracca in Calabria era finita in un’altra baracca, a 300 chilometri di distanza, in un altro dei ghetti dove vivono in condizioni indegne i braccianti immigrati.

Pochi giorni dopo la morte di Petty, il 28 agosto, anche il ghetto della Felandina era stato abbattuto, ma nuovamente senza realizzare nulla per ospitare i braccianti, che finiscono così in mano ai “caporali” per alloggi (in Calabria) e trasporti. Mentre i 200 milioni del Pnrr destinati proprio al superamento dei ghetti e alla creazione di veri e degni alloggi, non sono stati spesi. Persi. Come le vite dei quattro braccianti arsi vivi. Tutto funzionale a un sistema economico di sfruttamento, tra rosso fragole e rosso sangue.

 

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