Lo scontro per il controllo delle banche in Italia è la questione centrale del potere reale, che dovrebbe essere chiara e trasparente per tutti, invece di evocare un clima esoterico di conoscenze accessibili solo ai tecnici.
In tale contesto appare paradossale che, mentre ad esempio la Cei ha definito nuovi criteri etici di investimento apprezzati ad esempio dalla Campagna contro le banche armate, sta avvenendo una “grande manovra” di fusioni e acquisizioni volta a una concentrazione di potere che renderà sempre più difficile la scelta autonoma dei clienti. Stiamo assistendo, in pratica, alla demolizione di un modello che garantiva una “biodiversità” tra casse di risparmio, banche popolari e istituti di credito.
Per capire le grandi manovre in corso abbiamo sentito, perciò, il professor Alessandro Volpi dell’Università di Pisa, autore di testi utili a capire l’intreccio tra finanza e politica. Un lavoro che porta avanti grazie alla sua competenza di storico dell’economia. Una scienza decisiva per maturare un pensiero critico fondamentale per la democrazia.
Cosa sta accadendo nel cosiddetto “risiko bancario”? Come lo spiegherebbe a chi onestamente non riesce a capirci nulla?
Partirei dall’ultima grande mossa e cioè l’operazione che ha portato Monte dei Paschi di Siena (MPS) all’acquisizione di Mediobanca, una storica banca d’affari in Italia. In questa operazione, lo Stato ha giocato un ruolo chiave: essendo azionista di MPS, ha ceduto una quota favorendo l’integrazione con Mediobanca. Questo ha avvantaggiato grandi gruppi privati come Delfin (famiglia Del Vecchio) e Caltagirone, insieme ai grandi fondi statunitensi. Inoltre, acquisendo Mediobanca, MPS ha messo un’ipoteca sul 13% di Assicurazioni Generali, un obiettivo molto ambito perché è il vero “serbatoio” del risparmio privato italiano.
In questo scenario si è inserita anche Banca Intesa. Qual è stata la sua reazione?
Inizialmente il Banco Popolare di Milano (BPM) aveva proposto un’aggregazione a MPS per creare un “terzo polo” con il benestare del governo e di fondi come BlackRock. Sentendosi minacciata da questo nuovo gigante, Intesa Sanpaolo è intervenuta con un’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) da 31 miliardi di euro per comprarsi Mediobanca e MPS. Se questa operazione andasse in porto, si creerebbe un colosso senza precedenti che includerebbe Intesa, MPS, Mediobanca e collaborazioni strette con Unipol, BPER e Popolare di Sondrio. Resterebbe fuori solo Unicredit, attualmente impegnata nel tentativo di acquisizione della tedesca Commerzbank. Andiamo incontro alla scomparsa progressiva del modello delle Popolari e delle Casse di Risparmio (dove “una testa valeva un voto”), cancellando di fatto la pluralità delle forme giuridiche a favore di un unico modello di Società per Azioni (SpA) focalizzato solo sul dividendo.
Perché stiamo assistendo a una concentrazione così massiccia proprio ora?
È una concentrazione mai vista nella storia del nostro Paese, che sta portando a un quasi totale monopolio. Ciò è reso possibile dall’enorme liquidità accumulata dalle banche grazie a profitti stimati tra i 120 e i 130 miliardi di euro negli ultimi tre anni. Questi istituti sanno che un’ulteriore concentrazione genererà ancora più profitti. Inoltre, la pressione fiscale sulle banche è contenuta: nonostante un’aliquota nominale del 32-33%, il tax rate reale è del 24-25% grazie alla deducibilità degli interessi passivi e, nel caso di MPS, a consistenti crediti fiscali che rendono l’acquisto molto appetibile
Ha menzionato spesso BlackRock. Qual è il ruolo dei grandi fondi internazionali?
Siamo nel pieno di un capitalismo finanziario dove conta la capacità di raggiungere milioni di risparmiatori. I grandi fondi come BlackRock (presente in quasi tutte queste banche) spingono per le aggregazioni perché rendono più semplice la distribuzione dei loro prodotti, come gli ETF (fondo di investimento quotato in borsa).
Le mega-banche non operano più principalmente per sostenere l’impresa, ma per incassare commissioni vendendo prodotti finanziari ai risparmiatori. Questi capitali vengono poi utilizzati dai fondi per sostenere titoli tecnologici globali (Amazon, Nvidia, ecc.), allontanandoli dall’economia reale italiana, cioè le famiglie e le imprese.
Torniamo a Monte dei Paschi. Una delle banche più antiche al mondo garantiva una pluralità di interessi, come affermava il maestro della massoneria senese che parlava di un “groviglio armonioso”. Operazioni spericolate l’hanno condotta al disastro scongiurando il fallimento con l’intervento dello Stato. Come ha fatto ora a diventare protagonista di queste scalate?
MPS è stata salvata con circa 7-8 miliardi di denaro pubblico quando era stata “spolpata” da investimenti sbagliati e manovre speculative. La Commissione Europea ha concesso la deroga per il salvataggio pubblico a una condizione ferrea: una volta risanata, la banca doveva essere ceduta obbligatoriamente ai privati, impedendo allo Stato di incassare i dividendi futuri del risanamento operato con soldi pubblici. Parliamo di norme europee che andrebbero riviste perché siamo davanti al caso classico di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Una volta risanata e venduta a pochi grandi azionisti, ad esempio Caltagirone, MPS ha iniziato a fare utili concentrandosi sulla finanziarizzazione e sulle commissioni attraverso società come Anima, riducendo invece i prestiti al territorio.
Quali sono le conseguenze di queste manovre per i cittadini e per le imprese?
Il risparmiatore ha sempre meno potere negoziale di fronte a un unico grande colosso. Nel 2025 il volume dei crediti erogati è stato stimato in circa 650-670 miliardi di euro. Di questi, solo una minima parte (circa 90 miliardi) è destinata alle imprese con meno di 5 dipendenti, che rappresentano il 95% del tessuto produttivo italiano.
C’è consapevolezza politica o sindacale di questa “deriva finanziaria”?
La politica sembra consapevole, ma in gran parte è connivente. Sia il centrodestra che il centrosinistra sembrano accettare la logica del “mercato” senza intervenire con strumenti come il Golden Power per tutelare il risparmio nazionale. Tuttavia, mettere in competizione il mercato italiano con colossi come BlackRock, che gestiscono 14 mila miliardi di asset, è come mettere un lupo e una gallina nello stesso recinto. Anche a livello sindacale, la tensione è contenuta dai rinnovi contrattuali che, grazie agli iper-profitti, possono essere vantaggiosi per chi resta, ma a scapito della chiusura degli sportelli e della mancanza di nuove assunzioni. Ciò che sta accadendo nel mondo bancario non dovrebbe essere gestito solo dai sindacati di settore, ma diventare un tema centrale del dibattito nazionale.
