Il quarto figlio, a 45 anni

Sguardi commossi, sorpresi, perplessi, curiosi, preoccupati, impacciati; è stato davvero un tumulto di espressioni, di emozioni, per nessuno indifferenza. È così che, dopo il primissimo momento di intimità, ho esordito in pubblico comunicando il lieto evento. Non sono mancate frasi comuni quali: Che coraggio!, Ma quanti anni hai?, Quanti figli hai, sono maschi o femmine? (come se fosse giustificabile un’altra gravidanza qualora avessi solo maschi o solo femmine). E ancora: Farai l’amniocentesi, vero?, Ma… sei contenta?, tanto per rimarcare un avvenimento che porta con sé un bagaglio di imprevisti, di rischi, di sacrifici. Gli amici più vicini, grazie a Dio, li ho visti meravigliati ma premurosi, trepidanti ma contenti, alcuni nostalgici, anche un po’ rammaricati di non essere al mio posto o di avere, in fondo, calcolato troppo per non sbagliare. Avvertivo fisicamente la preghiera di molti per me, il sostegno di chi intravedeva una bellezza ultima. Molto spesso mi sentivo un’osservatrice: dalla finestra del mio animo guardavo il panorama sociale intorno, curiosa di cogliere gli sguardi attoniti, le reazioni più diverse, sempre più distaccata da tutti e da tutto, come se mollassi la presa dei miei pensieri e delle preoccupazioni, delle ragioni da spiegare al mondo, dei progetti e interessi passati, per abbandonarmi al solo fatto grande, stupefacente: a quarantacinque anni con un bambino dentro di me, a dieci anni dall’ultima attesa, con tre figli grandi e quando ormai pensavo di andare verso la menopausa. Allora, come in un gioco, mi sono divertita ad assistere alle provocazioni dei miei figli: Volevamo un cane, ci hai fatto un figlio!; oppure: L’alieno dove lo mettiamo? , Io non cambio la mia camera! . E ancora: Pensa che bambino sfigato, quando avrà quindici anni tu sarai una mamma già vecchia di sessanta, e così via. In estate ho vissuto giorni di solitudine profonda, non riuscivo a sopportare la presenza di mio marito, che consideravo la causa unica del mio nuovo stato, completamente estraneo alle mie ansie e ai rischi ai quali mi aveva esposto. Poi la confessione, un lungo pianto e il coraggio di comunicare con lui hanno sciolto questo malessere ed è ritornata la pace, la fase più bella. Le lunghe mattine passate a casa da sola sono state preziose soprattutto per risvegliare in me il bisogno di pregare. Non ho voluto fare l’amniocentesi: preferivo vivere con serenità e gioia questo miracolo, chiedevo al Signore che il bambino nascesse sano e venisse amato dai miei figli, soprattutto dalla quindicenne. Forte era il desiderio che questo avvenimento rafforzasse il legame affettivo con il mio sposo e soprattutto che fosse occasione, per me e per tutta la famiglia, di amare il Signore, di apprezzare quello che ci dona, di ringraziarlo per quanto è dolce e attraente il suo volere su di noi. La maggiore preoccupazione fisica, sorta sin dall’inizio del concepimento, era causata dallo svilupparsi nell’utero, a causa della rivoluzione ormonale in atto, di tre miomi. Da ottobre, invece, si è bloccata la loro evoluzione, consentendo perciò al feto di crescere senza ostacoli. Anzi, ho potuto verificare in alcune mamme con un’analoga situazione che, grazie al parto, è possibile che i miomi si riducano considerevolmente o scompaiano del tutto. Inoltre, stando a casa, oltre al piacere del silenzio, dell’ascolto della musica, della lettura, della preghiera, ho potuto seguire più da vicino i cambiamenti e le difficoltà dei miei figli. Ho accompagnato con molta più attenzione la loro vita. Ho assecondato il desiderio di Bianca di raggiungere certi parenti in Australia per le vacanze di Natale. Così, senza fretta, ho curato ogni aspetto di questa partenza; ho potuto seguire mia figlia fino al ritorno, assistendo meravigliata all’esito positivo di questo viaggio. Nel corso del settimo mese ho deciso con mio marito di svolgere le procedure necessarie per conservare il sangue contenuto nel cordone ombelicale, così prezioso per rigenerare il sangue e curare la leucemia, i linfomi e la mancanza di difese immunitarie. La carenza di strutture ospedaliere adatte al mantenimento delle cellule staminali non ci ha consentito di donare ad altri questo bene e di offrirlo alla ricerca scientifica per ulteriori scoperte, ma è stato possibile conservarlo solo per la nostra famiglia. La gravidanza è proseguita ed è giunta a termine senza nessuna complicazione, facendo una vita normale e distesa di mamma casalinga. Non mi è mai pesato cambiare ritmi, attività o rinunciare a ciò che potevo fare prima, per una vita apparentemente più monotona. Anzi, ho consolidato la consapevolezza che la libertà interiore, la serenità, la contentezza non dipendono da ciò che fai, ma dal sapere di essere al posto giusto, quello che il Signore ha scelto per te. La grande sfida della mia vita è chiedere incessantemente di accorgermi di questo, di intravedere i numerosi segni che mi fanno dire il più possibile: Grazie. Il 18 febbraio col mio terzo parto cesareo è nata una bambina bellissima di oltre tre chili. Si chiama Elisabetta, in memoria di sant’Elisabetta d’Ungheria, mamma come me, affascinante esempio di santità. …la libertà interiore, la serenità, la contentezza non dipendono da ciò che fai, ma dal sapere di essere al posto giusto…

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