Il malessere del Kenya.

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P adre Albanese, come spiega una contestazione così violenta del risultato delle elezioni? Il Paese si è trasformato in una polveriera. L’esatto contrario di quell’isola felice dove un tempo risuonava la celebre allocuzione swahili Hakuna matata, che significa letteralmente qui non ci sono problemi. Oggi pare decisamente eccessivo esprimersi in questi termini, considerando le violenze che stanno sconvolgendo la Rift Valley come anche le baraccopoli che costellano la capitale Nairobi. D’altronde, è bene rammentarlo, il Kenya è un Paese in cui le ingiustizie sociali sono sempre state aberranti, con oltre il 50 per cento della popolazione che sopravvive in condizioni penose con meno di un dollaro al giorno. Insomma, quanto sta avvenendo è sintomatico dello smisurato malessere dei poveri che precipita in quello che i sociologi definiscono estremo identitarismo etnico, abilmente fomentato e strumentalizzato da una pletora di spregiudicati esponenti della politica locale che guardano solo e unicamente al loro tornaconto. Insomma, la sostanza del mio ragionamento è questa: prima che essere una guerra etnica è una lotta per il potere, combattuta sulla pelle dei poveri. Pensa dunque che vi siano stati forti condizionamenti sull’esito delle elezioni? Certo, questo è evidentissimo ed è stato confermato anche dagli osservatori internazionali. Sia il presidente Mwai Kibaki che il leader dell’opposizione Raila Odinga hanno potuto godere del sostegno di centri di potere locali che, nel tempo, hanno stretto rapporti con lobby straniere e gruppi di interesse i quali hanno influenzato decisamente la campagna elettorale. L’opposizione di Odinga, non è un mistero, ha ricevuto ad esempio decine e decine di milioni di dollari, organizzando una propaganda simile a quelle dei Paesi occidentali. Lo stesso è avvenuto, ma in misura più contenuta, con la formazione di Kibaki, che comunque rimane il principale responsabile dei brogli delle elezioni del 27 dicembre scorso. Dunque c’è qualcuno che getta benzina sul fuoco? Non voglio affatto avventurarmi in valutazioni fantapolitiche, ma è indubbio che il Kenya costituisca uno straordinario crocevia d’interessi nel contesto più generale del Corno d’Africa. Questo Pae- se rappresenta da molto tempo il fulcro di tutte le missioni umanitarie, sia sul versante somalo che su quello del Sudan meridionale. Inoltre, sempre dal Kenya sono state coordinate con lo stesso fine, almeno in parte, delicate operazioni d’intervento nella regione dei Grandi Laghi. Inoltre c’è da considerare il fatto che il porto di Mombasa sull’Oceano Indiano è strategico nei traffici commerciali a livello regionale. Sta di fatto che la crisi keniana sta paralizzando il commercio e gli effetti si avvertono anche nei Paesi limitrofi. Al contempo, proprio per la sua centralità strategica, la capitale, Nairobi, si è imposta negli anni come polo finanziario al punto da essere oggetto, in più circostanze, di scandali legati alla corruzione dei governi che finora hanno retto il Paese. Ora è chiaro che stiamo parlando di una nazione, il Kenya, che riveste un ruolo importante, prossimo geograficamente a quella linea di faglia tra gli interessi occidentali e quelli della Mezzaluna. Il Sudan, l’Eritrea, la Somalia e l’Etiopia sono lì a due passi. Oltretutto è chiaro che dietro l’Islam integralista si cela la Cina, accesa sostenitrice del regime sudanese. Secondo lei, com’è possibile uscire dalla crisi? È necessaria una trattativa serena. La presenza a Nairobi di un mediatore del calibro di Kofi Annan, ex segretario generale dell’Onu fa ben sperare. L’impressione degli osservatori è che o si arriva subito a un governo di unità nazionale, che magari porti a nuove elezioni entro 6-12 mesi, o la tragica deriva non si fermerà più. Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di un governo di riconciliazione con un forte mandato, quello di lavorare su una riforma costituzionale per favorire un decentramento del potere, attualmente tutto concentrato nelle mani del presidente. Quali sono i problemi che la nuova classe dirigente dovrebbe mettere in agenda e dunque affrontare? La gente in Kenya chiede ai politici di passare dalle parole ai fatti risolvendo, ad esempio, la questione della corruzione – trasversale all’intero establishment politico -; quella della disoccupazione schizzata ultimamente al 40 per cento; come pure l’agognata riforma fondiaria. Problemi questi che vanno affrontati prima che sia troppo tardi. E il ruolo dei missionari in tutto questo inferno di dolore? Loro sono lì, a fianco dei poveri, autentici caschi blu di Dio, nelle baraccopoli di Nairobi, come anche nelle zone rurali. Molti di loro sono nostri connazionali e fanno onore all’Italia.

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