Il conte di Chanteleine

Un romanzo poco noto e atipico di Jules Verne su uno dei primi genocidi dell’era moderna: la rivolta della Vandea francese contro il Terrore rivoluzionario

Chi non conosce Jules Verne soprattutto per i suoi romanzi avveniristici che anticipano molte innovazioni tecnologiche dell’era moderna? I cultori dello scrittore francese apprezzano tuttavia anche la restante produzione avventurosa o addirittura umoristica dei suoi “Viaggi straordinari”. Ma è proprio vero che non si finisce mai di scoprire un autore amato! Ecco che tra le mani mi capita, edito da Gondolin, un breve romanzo storico di cui non sospettavo l’esistenza e che si direbbe più nelle arie di un Alexandre Dumas: Il conte di Chanteleine. Il sottotitolo L’epopea vandeana contro il Terrore rivoluzionario mi trasporta immediatamente tra il finire del XVIII e gli inizi del XIX secolo.

La Vandea… So vagamente che è una regione della Francia. Ricordo anche, quand’ero ragazzo, di aver notato nella libreria dei miei zii un romanzo di Dumas dal titolo Le lupe della Vandea, che rimpiango di non aver letto. Ma non ne so di più. Mi aiuto con Internet consultando Wikipedia e scopro che prima della Rivoluzione francese la Vandea – oggi un dipartimento della regione dei Paesi della Loira bagnato ad ovest dall’Oceano Atlantico – era chiamata Basso Poitou.

Agli inizi del XVIII secolo anche in questo territorio a carattere prevalentemente rurale, come pure nelle altre regioni nord-occidentali della Francia, si diffuse e si radicò profondamente nella popolazione la fede cattolica, grazie anche all’opera missionaria di san Luigi Maria Grignion de Monfort. Di conseguenza gli stravolgimenti portati dalla Rivoluzione non potevano essere accolti con favore dai suoi abitanti cattolici e in gran parte monarchici, che nel marzo 1793 insorsero contro la neonata Repubblica facendo scoppiare una serie di guerre civili che videro il coinvolgimento anche di altri dipartimenti vicini e si protrassero, con alcune pause, fino alla Restaurazione del 1815.

A scatenare la contro-rivoluzione vandeana furono la Costituzione civile del clero, che imponeva inaccettabili misure restrittive al culto cattolico, l’esecuzione del re Luigi XVI, ma soprattutto l’aggressiva politica estera iniziata con la legge che prevedeva la leva obbligatoria per 300 mila uomini da mandare al macello nelle guerre causate dalla Rivoluzione. E siccome i vandeani non erano intenzionati a morire per uno Stato che non esprimeva i loro ideali e non li rappresentava, preferirono insorgere contro di essa e tentare di restaurare la monarchia. Di qui la violentissima repressione contro gli insorti attuata dal governo repubblicano, cui premeva anche di evitare che le idee contro-rivoluzionarie si diffondessero. Quando il 17 gennaio 1794 il generale Tureau ordinò la distruzione totale della Vandea con le parole «Libertà, fraternità, uguaglianza, o morte» non si accorse che l’aggiunta «o morte» al termine «fraternità» ne distruggeva ogni significato. A tanta stupidità può arrivare l’odio antireligioso cieco e spietato!

La regione ne uscì completamente devastata sia come danni materiali che come vite umane: innumerevoli gli innocenti che persero la vita, tra cui consacrati e laici, nobili e popolani, donne e bambini, anche di quella parte di popolazione che non aveva preso parte diretta all’insurrezione. L’effetto prodotto da questo brutale bagno di sangue (117 mila persone sterminate su circa 800 mila abitanti) fu tuttavia opposto a quello sperato: infatti, nonostante tutto, i fieri vandeani non si arresero e continuarono a combattere anche durante l’impero napoleonico, fino all’ascesa al trono di Luigi XVIII, ciò che in parte fu possibile anche grazie alla loro reazione.

Le guerre di Vandea, ovvero il primo genocidio di Stato dell’era moderna. Una pagina tragica e dolorosa della storia di Francia, che oscurava le decantate conquiste della Rivoluzione e che la storiografia ufficiale preferiva non mettere in luce; solo in anni recenti, grazie a qualche coraggioso storico, quella pagina è riemersa dall’oblio. Si può capire, allora, come mai, quando Verne ottenne dal suo editore Hetzel di pubblicare questa epopea a tinte fosche avvenuta appena settant’anni prima, e che da tempo aveva nel cassetto, il libro passò per una “curiosità”: «L’opera di un cattolico conservatore affetto da nostalgia per un passato ormai sepolto. Jules Verne dovette rassegnarsi: il suo Conte di Chanteleine non sarebbe stato il Waverley o il Rob Roy [famosi romanzi storici di Walter Scott] della letteratura francese. La cultura ufficiale fece finta di non aver visto, e il pubblico continuò ad acclamarlo per le sue opere fantastiche e a reclamare nuovi viaggi e nuove avventure», come afferma Paolo Gulisano nella Prefazione all’edizione Gondolin, che fornisce anche una precisa sintesi dell’insurrezione vandeana.

Va detto che dopo la sua pubblicazione nel 1864, lo stesso anno del celeberrimo Viaggio al centro della terra, il romanzo scomparve progressivamente dagli scaffali delle librerie, e neppure compare nelle più recenti riedizioni dell’opera integrale di Verne. Rare le edizioni italiane, fino alla riproposta quest’anno, da parte dell’editrice veronese, di questo piccolo gioiello letterario corredato dai disegni originali, che è anche omaggio ai martiri vandeani,.

È la storia di un nobile – il conte Umberto di Chanteleine, appunto, leader monarchico di origini bretoni, le stesse di Verne – che, dopo aver dimostrato grandi qualità militari durante la ribellione contro il governo della Francia rivoluzionaria, perseguitato da un agente senza scrupoli del Comitato di Salute Pubblica, si ritrova il castello confiscato e la moglie uccisa nell’assalto al maniero: gli resta solo la figlia Marie, la cui vita deve salvare dalla ghigliottina, spalleggiato dal fedelissimo Kernan, per poi subire a sua volta la stessa minaccia in un drammatico crescendo a cui s’intreccia anche una delicata storia d’amore tra la giovane e un altro aristocratico, Henri di Trégolan. Vicenda narrata da un Verne quanto mai partecipe, nella quale per la prima ed unica volta nella sua produzione egli dichiara il proprio credo di cattolico, schierandosi apertamente per i vinti vandeani. Del resto, tale fu la risposta dello scrittore in un’intervista: «Sono bretone, sono per la ragione, per la razionalità, per la tradizione familiare, cristiano e cattolico. Nulla nelle mie opere può lasciar supporre il contrario».

 

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