Giulio Aleni

Un discreto e straordinario testimone di Cristo nell'impero cinese: Giulio Aleni (1582-1661), gesuita. La sua riscoperta in vari incontri e convegni degli ultimi anni.
Giulio Aleni

Può forse meravigliare che l’Ufficio per la pastorale sociale e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana abbia sentito il bisogno di organizzare, lo scorso luglio 2007, quattro giorni di riflessione per studenti di teologia, incentrati sulla figura del grande evangelizzatore della Cina moderna, Matteo Ricci (1552-1610).

La scelta, come è stato spiegato all’inizio del corso, è stata dettata da motivi di carattere pratico, dalla necessità cioè di impostare anche in casa nostra una efficace pastorale missionaria. E di fronte ad un mondo in rapido cambiamento, si è puntato lo sguardo sulla Cina, che si rivela il più dinamico e aggressivo tra i nuovi Paesi emergenti, capace di condizionare lo scenario economico mondiale.

Ci sovrasta infatti il pericolo che, nell’inarrestabile processo di globalizzazione, continuino a prevalere criteri di forza e di scontro, e si sente quindi il bisogno di lavorare perché cresca una comune consapevolezza che siamo tutti inter-dipendenti, anche per quel che riguarda la crescita e il benessere dei popoli.

Il Sinodo dei Vescovi per l’Asia, nella primavera 1998, mise in evidenza la ricchezza di esperienze che le Chiese dell’Asia, pur minoritarie, possono offrire.

In particolare su due fronti: quello dell’inculturazione, stimolata dal contesto multi-religioso che caratterizza il continente e che impone una assidua riflessione per incarnare l’esperienza cristiana nelle tradizioni culturali e religiose dei vari popoli; e quello di un’autentica liberazione sia dai legami ancestrali (si pensi ai problemi delle caste in India) che dalle nuove schiavitù dovute a regimi oppressivi e ad un capitalismo selvaggio.

In Cina una chiesa missionaria viva 

Papa Benedetto XVI, nella lettera apostolica indirizzata alla Chiesa in Cina la scorsa Pentecoste 2007, ricorda la ricchezza di quella millenaria civiltà, prendendo atto anche degli aspetti encomiabili dell’attuale impegno della società cinese: “Volgendo un attento sguardo al vostro popolo, che si è distinto fra gli altri popoli dell’Asia per lo splendore della sua millenaria civiltà, con tutta la sua esperienza culturale, artistica, filosofica, scientifica e sapienziale, non posso non rilevare come, specialmente negli ultimi tempi, esso si sia proiettato verso il raggiungimento di significative mete di progresso economico-sociale, attirando l’interesse del mondo intero”.

E ricollegandosi al costante impegno di sincera collaborazione espresso dal predecessore Giovanni Paolo II, ripete:“La Chiesa cattolica, da parte sua, guarda con rispetto a questo sorprendente slancio e a questa lungimirante progettazione d’iniziative”.

E accenna ad importanti problemi: solidarietà, pace, giustizia sociale, governo intelligente del fenomeno della globalizzazione, di cui il Papa non manca di sottolineare anche la complessità: “La tensione verso il desiderato e necessario sviluppo economico e sociale, e la ricerca di modernità sono accompagnate da due fenomeni diversi e contrapposti ma da valutare ugualmente con prudenza e con positivo spirito apostolico.

Da una parte, si nota, specie tra i giovani, un crescente interesse per la dimensione spirituale e trascendente della persona umana, con il conseguente interesse per la religione, particolarmente per il cristianesimo. Dall’altra parte, si avverte, anche in Cina, la tendenza al materialismo e all’edonismo”.

Egli ricorda quindi la figura di M. Ricci che quattro secoli fa riusciva a far breccia nella cultura millenaria dell’impero cinese. Fu quello un approccio confermato dall’esperienza anche di altri missionari dell’Asia che seppero innestare il messaggio cristiano nel tessuto di diverse grandi civiltà, come R. De Nobili (1577-1655) in India e A. De Rhodes (1591-1660) in Indocina, applicando le linee strategiche dettate da A. Valignano (1539-1606), primo Visitatore delle missioni dei Gesuiti in Oriente.

M. Ricci non aveva esitato a condividere con gli amici cinesi quanto costituiva la sua ricchezza culturale portata dall’Occidente.

Aveva soprattutto impostato la nascente missione sulla base di un dialogo a tutto campo con la cultura e la realtà sociale degli amici cinesi, donando loro con la propria fede la chiave per una più piena realizzazione del patrimonio tradizionale e proponendo la rivelazione cristiana come il suo compimento.

Ancora oggi Li Madou (tale il suo nome cinese) è riconosciuto dagli intellettuali cinesi e dalle stesse autorità comuniste come un vero “amico” del popolo cinese.

Quella esperienza rimane emblematica anche nella odierna Repubblica Popolare Cinese (1.300 milioni di abitanti) che è il più popoloso Paese del mondo e anche la più potente espressione del comunismo reale sopravissuto alla caduta del Muro di Berlino.

La religione infatti, pur osteggiata dal regime, vi sta riemergendo come un’efficace forza di riconciliazione sociale. Il Cristianesimo, mettendo al centro il valore della persona umana, dimostra tutta la sua potenzialità anche di fronte alla urgente necessità di arginare i dilaganti fenomeni di una corruzione che privilegia i super-ricchi a danno degli emarginati.

Giovanni Paolo II, proponendo M. Ricci come un pioniere della missione, disse a Macerata nel 1993 che egli “nel suo impegno di evangelizzazione applicò forme coraggiose di inculturazione della fede, aprendo nuovi e promettenti orizzonti all’attività missionaria della Chiesa”.

Da qualche anno si è scritto molto di lui anche in Italia, sottolineandone anzitutto il ruolo di mediatore culturale fra Occidente e Oriente1.

Dalla sua corrispondenza risaltano inoltre una straordinaria ricchezza spirituale e uno zelo apostolico che hanno molto da dire anche alla Chiesa di oggi2.

Giulio Aleni: un testimone eccezionale 

In queste pagine vorremmo rievocare brevemente l’opera di un altro missionario, pure italiano, che ha lasciato una traccia profonda nella Cina del secolo XVII, ma del quale soltanto da pochi anni sta venendo in luce la grandezza e la singolarità.

Si tratta di Giulio Aleni (1582-1661), gesuita bresciano, che era giunto in Cina nel 1611, poco dopo la morte di M. Ricci. Fin dai primi anni della sua lunga carriera apostolica, Aleni fece proprio il metodo inaugurato da Ricci, che radicava l’annuncio del Vangelo nell’humus della millenaria religiosità tradizionale.

Dopo avere proficuamente lavorato nell’ambito delle comunità cristiane, fondate dai suoi confratelli nei decenni precedenti in varie città della Cina centrale e orientale, egli fu portato dalle circostanze a stabilirsi sulla costa sud-orientale dell’impero, dove il messaggio cristiano era ancora totalmente sconosciuto.

Lì, nella provincia costiera del Fujian, Aleni visse anche non poche drammatiche peripezie, nel corso del lungo conflitto che segnò la caduta della dinastia Ming e la presa del potere da parte delle forze mancesi dei Qing.

G. Aleni è il fondatore della Chiesa in quella provincia periferica e, alla sua morte nel 1661, ebbe come Ricci l’onore di un monumento funebre su una collina a nord della capitale Fuzhou, su un terreno che divenne presto il cimitero della comunità cristiana.

Attorno a G. Aleni (Ai Rulue per i suoi interlocutori cinesi) si formò presto una schiera di letterati e intellettuali attratti dalla sua grande erudizione e dalla sua piena disponibilità. Vari di questi, ricercatori sinceri della verità, chiesero poi di ricevere il battesimo, divenendo anche suoi efficaci collaboratori nella presentazione della Buona Novella di Cristo.

Grazie a loro, Aleni riuscì a produrre numerose opere in lingua cinese, riguardanti sia gli aspetti più vari della scienza, della cultura e della saggezza dell’Occidente, sia la esposizione dei misteri della fede cristiana in termini comprensibili ad interlocutori tanto lontani dalla nostra mentalità.

È significativo che varie opere scientifiche scritte da Aleni in cinese, dalla geometria di Euclide alle nozioni geografiche che erano patrimonio dell’Occidente all’inizio del XVII secolo, siano state ristampate e utilizzate nelle scuole superiori della Cina fino a metà del secolo scorso.

Anche varie delle sue composizioni religiose, riguardanti per esempio episodi del Vangelo, un’introduzione alla preghiera e ai sacramenti, o la vita di Gesù illustrata con incisioni artistiche adattate al contesto cinese, sono state utilizzate dalle comunità cristiane fino all’arrivo dei comunisti.

Aleni, però, a differenza di Ricci, non si è mai preoccupato di raccontare in Occidente le sue numerose imprese apostoliche e iniziative pastorali. Per questo motivo in Italia il suo ricordo è rimasto confinato a qualche studioso o sinologo, perfino nella sua città natale.

La riscoperta di Aleni 

In concomitanza con il IV centenario dell’arrivo in Cina di M. Ricci (1582), ebbi occasione di incontrare a Fuzhou un giovane ricercatore non cristiano, il prof. L. Jinshui che, nel clima di distensione anche culturale seguito alla morte di Mao Zedong, aveva intrapreso uno studio sul grande missionario marchigiano.

Egli mi confidò che sapeva anche di Ai Rulue, considerato dai contemporanei una specie di “Confucio d’Occidente”, e che desiderava approfondirne la figura.

Una decina di anni dopo, ritornando a Fuzhou, vi incontrai anche il venerato mons. G. Zeng Changcheng, un uomo molto colto che aveva passato 28 anni nei campi di lavoro forzato e che aveva accettato, a 78 anni, di essere consacrato vescovo per riorganizzare quella comunità cristiana.

Con lui e con il prof. L. Jinshui potei fare una ricognizione sulla Collina della Croce, dove le Guardie Rosse avevano distrutto la tomba di G. Aleni.

Negli anni seguenti, il vescovo G. Zheng, convinto che la missione culturale e pastorale del padre Ai Rulue, fondatore della Chiesa di Fuzhou, poteva e doveva continuare, riuscì ad ottenere dalle autorità l’autorizzazione, del tutto eccezionale, di ricostruirne la tomba e un monumento funebre in una zona di nuovo sviluppo fuori città.

In occasione dell’Anno Giubilare 2000, il vescovo Zheng inaugurava sulla collina di Longtian anche un magnifico santuario dedicato a Maria Rosa Mistica che diventava presto meta di pellegrinaggi e luogo di ritiri e di formazione.

Due anni fa egli mi informava che era riuscito a edificarvi anche un centro di ricerca e di studio dedicato a G. Aleni, con una biblioteca in cui aveva potuto raccogliere copia delle opere cinesi di Ai Rulue per metterle a disposizione di ricercatori e studiosi.

Mons.G. Zheng è morto nel dicembre 2006 alla veneranda età di 93 anni, interamente spesi al servizio del Vangelo sulle orme dell’antico missionario.

Nel frattempo anche a Brescia la figura di Aleni cominciava ad essere studiata e nel 1994, per iniziativa della Fondazione Civiltà Bresciana, vi si svolgeva il convegno internazionale “Giulio Aleni S.J. (1582-1649) missionario in Cina”, nell’ambito di “Ottobre cinese ‘94”, una serie di iniziative culturali della città.

Gli atti del convegno sono stati pubblicati dalla Fondazione in collaborazione con una prestigiosa collana dei Verbiti tedeschi3.

Per l’occasione anche una documentata biografia rivolta al grande pubblico proponeva la ricca figura del missionario4.

La Fondazione Civiltà Bresciana contribuiva anche alla pubblicazione di una ricerca sul metodo missionario dei primi Gesuiti in Cina, fatta da G. Criveller5.

Nel frattempo il prof. L. Jinshui, che era stato invitato a partecipare al convegno di Brescia con una delegazione della città di Fuzhou, aveva continuato ad approfondire gli studi su quel missionario che ammirava.

In una delle sue opere raccolse decine di poesie che letterati cinesi dell’epoca avevano composto in onore del missionario italiano e che sono state tradotte e pubblicate anche a Brescia due anni fa6.

Partire dall’interlocutore 

Il prof. L. Jinshui, nella relazione presentata al convegno del 1994, ha proposto una riflessione iniziale sull’impegnativo tema di come G. Aleni affrontò il lavoro di evangelizzazione, sottolineando come egli valorizzò il metodo dell’adattamento alla cultura e alla mentalità cinese che gli erano divenute molto familiari.

Aleni non esitò, nota il professore, a cogliere idee dal confucianesimo e dalle più antiche tradizione cinesi, mostrando come la dottrina cristiana era compatibile con la cultura cinese.

Tra gli aspetti del lavoro missionario di Aleni, presentati nel convegno da studiosi occidentali e cinesi, emergono la valorizzazione delle cognizioni umanistiche e delle scienze esatte con le quali egli si era formato, l’intelligente argomentazione apologetica a partire da vicende storiche e dalle realtà quotidiane della vita, il coinvolgimento dei neo-convertiti e degli stessi letterati non cristiani che gli erano divenuti amici per aprire l’orizzonte cristiano a sempre nuovi amici.

G. Criveller, missionario del Pime ad Hong Kong, partito per l’Oriente dopo una tesi di laurea fatta nella Facoltà Teologica di Napoli col prof. B. Forte, ha continuato negli ultimi 15 anni a studiare le molteplici esperienze dell’evangelizzazione in Cina.

In una recente riflessione, egli analizza il lavoro dei pionieri dell’evangelizzazione nell’impero Ming, dal primo catechismo preparato fin dal 1584 da M. Ruggieri con M. Ricci, alla svolta di Ricci che per primo utilizzò i termini Shangdi (Sovrano dall’Alto) e Tian (Cielo) per indicare il Dio dei cristiani, pubblicando nel 1603 una riedizione del catechismo cattolico col titolo “Il Vero Trattato del Signore del Cielo” 7.

G. Aleni seguì la linea di Ricci, privilegiando l’apostolato culturale e apologetico con una ventina di opere scientifiche, filosofiche e religiose, e riservando poi un discorso più approfondito e specifico sui contenuti della fede cristiana con quanti se ne mostravano interessati.

Uno dei suoi libri, dal titolo “La vera origine di tutte le cose” (1628), trattava principalmente della creazione, un tema assai difficile, in quanto la dottrina cristiana della “creazione dal nulla” era un concetto estraneo alle cosmologie cinesi. Il libro però ebbe un enorme successo, con molte ristampe.

Secondo Criveller, G. Aleni più di ogni altro ha presentato la figura di Gesù ai cinesi, affrontando per primo, in modo sistematico e diffuso, le reazioni alla figura di Gesù da parte di interlocutori cinesi, fossero simpatizzanti, avversari o aderenti al messaggio cristiano.

Famosa fra le altre, una vita di Gesù, pubblicata col titolo “Vera esposizione delle parole e delle opere del Signore del Cielo incarnato” (1635), a cui seguiva due anni dopo una vita illustrata di Gesù, in cui riproduceva con adattamenti cinesi un volume di G. Nadal molto noto in Europa alla fine del 1500.

In tal modo egli introduceva i neofiti alla meditazione dei misteri della vita di Gesù, partendo dai passi evangelici e aiutando a visualizzarli, per così dire, con una composizione di luogo, secondo il metodo ignaziano.

Il mistero della croce poteva apparire improponibile alla mentalità cinese (“Come poteva il Figlio del Cielo finire su un patibolo?”). La devozione a Gesù crocifisso era da lui progressivamente proposta come il cuore della vita cristiana, insistendo sulla descrizione della passione come prova suprema del suo amore per l’umanità.

“Il diario delle esortazioni orali” 

Il 12 settembre scorso si è svolto a Brescia un singolare incontro culturale per presentare una delle testimonianze più significative dell’opera missionaria di G. Aleni: la registrazione di 325 conversazioni o dialoghi fra Aleni e letterati del Fujian.

Si tratta di un’opera pubblicata in Cina nel 1640 col titolo “Kouduo richao” (Diario delle Esortazioni Orali), composta da un gruppo di 26 di questi letterati, convertiti o simpatizzanti, sotto la direzione di Li Jiubiao.

La monumentale trattazione, tradotta ora e commentata da uno dei più famosi sinologi viventi, il prof. olandese E. Zürcher, è stata presentata nel prestigioso Palazzo della Loggia di Brescia a cura della Fondazione Civiltà Bresciana, che ne ha curato la pubblicazione in lingua inglese con Monumenta Serica8.

Il prof. Zürcher, che considera questo “il più affascinante libro del cristianesimo nel periodo tardo Ming”, vi dedicò oltre dieci anni della sua maturità accademica. Egli si era già affermato con un pionieristico studio sulla “Conquista Buddhista della Cina”, quando divenne nel 1961 titolare della cattedra di Storia dell’Estremo Oriente all’Università di Leiden.

Da allora, ampliò le proprie ricerche a studiare anche la penetrazione del cristianesimo in Cina. La figura di Ai Rulue lo affascinò, considerando come egli era visto e percepito dai letterati cinesi che lo frequentavano: un gentiluomo secondo i canoni confuciani, dalla profonda erudizione, semplice nei modi e umile, indifferente alla fama e alla gloria e totalmente dedito agli altri.

Tuttavia, come ci tiene a notare lo stesso prof. Zürcher, i missionari come Aleni non nascosero mai ai loro interlocutori il vero scopo della loro presenza in Cina: non già l’insegnamento delle matematiche, ma della dottrina del Signore del Cielo.

Questo dialogo con studiosi e letterati cinesi non era comunque un superficiale esercizio dialettico. In un primo libro di dialoghi di Aleni, “Le dotte conversazioni di Fuzhou” del 1627, troviamo un lungo pubblico dibattito, in cui il letterato confuciano Ye Xianggao, già Gran Segretario dell’impero, gli chiese tra l’altro: “Perché Gesù non nacque in Cina? Perché non era figlio dell’Imperatore? Perché il cristianesimo è arrivato in Cina così tardi? Perché i classici non menzionano l’Incarnazione? L’Incarnazione non offende forse la dignità del Signore del Cielo?”.

Aleni non si preoccupava di esaltare i paesi occidentali a spese della Cina, non faceva confronti di civiltà, ma adottava una prospettiva soltanto morale e religiosa: la verità religiosa va scrutata con criteri diversi rispetto alla velocità o geografia della sua propagazione e deve essere accolta per il valore intrinseco della verità.

Per il Signore del Cielo le distanze di luogo e di spazio hanno tutto un altro significato rispetto alla nostra percezione. Quanto all’Incarnazione, lungi dal danneggiare la dignità del Signore del Cielo, invece la esalta, secondo Aleni, perché mostra la motivazione ultima dell’Incarnazione stessa del Signore del Cielo: il suo amore verso l’umanità, di cui egli è “grande padre e madre (Dafumu)”9.

Uno dei punti contenuti nel Messaggio del Sinodo per l’Asia (1998) al Popolo di Dio diceva:“Sono stati indicati molti modi creativi di presentare Gesù alle nostre sorelle e ai nostri fratelli, modi che si armonizzano con le culture asiatiche… Riteniamo che presentare Gesù come la personificazione dell’amore e della misericordia di Dio rivesta una grande importanza per l’Asia”.

E la VII Assemblea plenaria della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche (FABC), svoltasi in Thailandia nel gennaio 2000, si propose come tema: “Una Chiesa rinnovata in Asia: una missione di amore e di servizio”.

Alla fine i duecento delegati delle Chiese locali del vasto continente si trovarono d’accordo sulla necessità di ridare il primitivo “volto asiatico” alla Chiesa, e aggiungevano: “I popoli dell’Asia riconosceranno il Vangelo che annunciamo se vedranno il messaggio di Gesù chiaramente riflesso nella nostra vita…”

La Commissione per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione del 50° anniversario della Lettera enciclica Fidei donum, ha pubblicato nell’ottobre 2007 una nota in cui si auspica un maggior impegno missionario verso l’Asia, il continente dove è sorto il cristianesimo.

Tale nota, pur riconoscendo “ostacoli linguistici e culturali” che rendono oggi particolarmente difficile la missione in Asia, sottolinea come questo sia “un orizzonte che non può essere trascurato dalle nostre Chiese”, un orizzonte capace di creare “osmosi preziose, aiutando a sentirsi parte viva della Chiesa universale e mettendo in contatto con culture e tradizioni di vaste dimensioni, che troppo spesso ci appaiono ‘esotiche’ e lontane”.

La mediazione di apostoli come M. Ricci e G. Aleni può essere di aiuto e di stimolo per affrontare con fiducia questa sfida, confermandoci sulla potenza del messaggio cristiano presentato con sapiente parresia e vissuto come coerente testimonianza.
NOTE
1 Per una breve rassegna: A. Lazzarotto, Cresce l’interesse verso Matteo Ricci, in Mondo e Missione, 10 (2005) 74-75.
2 Si veda in proposito: A. Sergianni, Cristo fra i cinesi. La figura di p. Matteo Ricci, Banno Ed., Frascati 2006. Per una raccolta completa, cf. M. Ricci, Lettere (1580-1609), a cura di F. D’Arelli, Macerata 2001.
3 T. Lippiello – R. Malek Editors, Scholar from the West. Giulio Aleni S.J. (1582-1649) and the Dialogue between China and Christianity, Monumenta Serica, 1997.
4 E. Menegon, Un solo cielo. Giulio Aleni S.J.: Geografia, arte, scienza, religione dall’Europa alla Cina, Grafo, 1994.
5 G. Criveller, Preaching Christ in Late Ming China. The Jesuits’ presentation of Christ from Matteo Ricci to Giulio Aleni, Fu Jen University, Taipei 1997.
6 Al Confucio di Occidente. Poesie cinesi in onore di P. Giulio Aleni S.J., a cura di A. Brezzi, P. De Troia, A. Di Toro e Lin Jinshui, Brescia 2005.
7 G. Criveller, Eloquenza senza belletto. Generi letterari e missione gesuitica in Cina alla fine dei Ming, in Archivio Teologico Torinese, 1 (2007) 169-203.
8 Kuoduo richao, Li Jiubiao’s Diary of Oral Admonitions, a Late Ming Christian Journal, translated with Introduction and Notes by Erik Zürcher, 2 vols., Monumenta Serica, 2007.
9 G. Criveller, Eloquenza senza belletto…, op. cit., pp. 198s.

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