Giovanni Maria Rosavini

La vita di un consacrato che ha contribuito al rinnovamento della sua Famiglia religiosa. Momenti di luce e tempi di prova. Dove c'erano ruderi ora ci sono splendidi monasteri.

“Sono stato sempre convinto che la lunga esperienza della mia vita, l’incarico di maestro dei novizi, la rifondazione del meraviglioso Monastero di S. Maria de Poblet, il mio brusco ritorno a Roma, l’esperienza dei due anni a Santa Croce e la riapertura dell’Abbazia di S. Maria di Chiaravalle Milanese, tutto fa parte di un unico disegno dell’amore dell’eterno Padre (e della intercessione della nostra Madre Maria), che ha voluto ridare alla nostra Congregazione la sua autentica fisionomia Cistercense, quella che caratterizzò i Monasteri di S. Bernardo: ‘veri Paradisi Claustrali’, dove regnava la pace e l’amore e dove Maria poteva rallegrarsi nel vedere crescere il suo Gesù in mezzo ai suoi monaci. Vere case di Dio”.

Questa è una delle tante convinzioni che Giovanni Maria Rosavini esprime lungo tutto il racconto della sua esperienza nel prezioso documento che ci ha lasciato Ut omnes unum sint. Comunione d’anima (Chiaravalle 2006).

Giovanni nacque a Castel Sant’Elia il 30/11/1909. Al battesimo gli viene dato il nome di Andrea. A 11 anni entra come studente nel collegio di San Severino Marche (Macerata). A 15 anni è a Foce D’Amelia (Terni), dove il 21 dicembre 1924 inizia il noviziato. Il 3 luglio 1932, a soli 22 anni, con la dispensa, viene ordinato sacerdote nella chiesa del Gesù a Roma, assumendo il nome di Giovanni. Nel 1937 è nominato maestro dei novizi.

Questi sono i punti di luce della sua vita che Giovanni legge con l’ottica dell’amore di Dio: “Tutta la mia vita è una prova del tuo ostinato e invincibile amore per me”. Per lui è evidente l’intervento del Padre celeste che tutto ha diretto nella sua sapienza e amore: “Ho voluto fare con voi una vera Comunione d’anima, pensando che queste mie esperienze possono esservi utili… Sono state un dono di Dio e non devo tenerle per me: l’amore di Dio esige la Comunione”.

Le meraviglie di Dio si manifestano sempre attraverso umili strumenti che si lasciano modellare dalla sua volontà. Rosavini si presenta, infatti, con un’altra convinzione: tutto ciò che ha vissuto lungo il percorso della sua vita è stato come il dipanarsi del disegno di Dio. Da questa contemplazione gli appare evidente che il risultato è infinitamente sproporzionato e superiore alle sue “così limitate capacità umane”.

È una convinzione che è servita a mantenerlo nell’umiltà di chi sa dare a Dio tutto il merito e la gloria della sua opera: “Questa è la verità: Dio ha eseguito il suo disegno ed io non sono riuscito ad impedirlo e a rovinarlo completamente”. È, infatti, convinto ancora una volta che tutti disturbiamo, chi più, chi meno, l’opera che Dio ci incarica di fare. Solo Maria è stata un “sì” totale e perfetto, corrispondente esattamente al disegno di Dio.

“Eccomi, manda me”

Durante i tre anni come maestro dei novizi, Giovanni si rese conto di quanto lontana fosse l’impostazione della loro vita da quella dei Cistercensi antichi e moderni. L’organizzazione della giornata risentiva degli effetti della soppressione e dell’incameramento dei monasteri e delle loro proprietà, avvenuta in seguito alla presa di Roma del 1870.

Incominciò a far interessare i novizi agli scritti dei Padri Cistercensi, facendo tradurre loro alcuni passi delle Opere di san Bernardo, pensando così di introdurli nella loro spiritualità. Fu una vera scoperta della vita cistercense e una bella preparazione per la missione che l’attendeva: “Verso la fine del 1939, un giorno mi venne in mente quel testo del profeta Isaia, nel quale, alla domanda del Signore ‘Chi manderò? Chi andrà per noi?’ il profeta rispose: ‘Eccomi, Signore, manda me’. Il mio pensiero corse alla nostra Congregazione e ai suoi problemi, come se la domanda del Signore ad Isaia fosse rivolta a me in riferimento ad essa. Mi affrettai a mandare via subito quel pensiero. Lo considerai frutto del mio orgoglio…

Però il pensiero ritornava alla mente e un giorno compresi che il ‘sì’ del profeta non era un ‘sì’ di orgoglio per una missione di gloria, ma un ‘sì’ alle incomprensioni, alle persecuzioni, alle derisioni, cioè alla croce. Fu allora che anch’io osai rispondere: ‘Signore, se la mia vita può servire ai tuoi disegni, se è necessaria una vittima che sia disposta ad essere immolata per il bene della mia Congregazione, eccomi, Signore, sono pronto: manda me. Conosco la mia nullità, ma, se Tu sarai con me, Tu stesso realizzerai la tua opera: tua sarà la gloria’. Gli avvenimenti che seguirono, del tutto imprevedibili, furono da me interpretati come prove dell’accettazione da parte di Dio della mia offerta”.

Il monastero di Poblet

Gli avvenimenti, del tutto imprevedibili, riguardano prima di tutto la richiesta dell’Abate Generale e del Governo della Spagna di riaprire alla vita Cistercense l’antico e celeberrimo Monastero di Santa Maria de Poblet in Catalogna, da poco liberato da parte dell’esercito nazionale spagnolo, richiesta accettata dalla Congregazione italiana. Tra i quattro monaci, scelti per la nuova missione, c’era anche Giovanni, trentenne, con la responsabilità di Priore della nuova comunità.

Domenica 24 novembre 1940 i quattro monaci entrano nel monastero di Poblet. Ricomincia la vita monastica cistercense dopo 105 anni di silenzio. I primi tempi furono molto duri. Tutta l’Europa era in guerra. In Spagna, però, appena uscita dalla guerra civile, si respirava un clima di pace, pur nella scarsità di tante cose necessarie. I locali erano quasi tutti da restaurare, i monaci vivevano poveri, ma decisi ad andare avanti nella fiducia che Dio era con loro.

Giovanni era convinto ancora una volta che Dio non può fallire: “Le prime esperienze negative della nostra vita a Poblet non mi turbarono affatto, perché gli ultimi avvenimenti vissuti in Italia, la mia offerta, la morte di mio padre e la riapertura di Poblet mi avevano così profondamente convinto che qui c’era un disegno di Dio, che non dubitai affatto del suo successo: Dio non può fallire…

Da parte mia, l’unico mio timore era di sentire che io potevo essere capace di disturbare o di rovinare l’opera di Dio e per questo pregavo il Signore e protestavo dicendogli: ‘Signore Dio, è evidente che tu hai un disegno di amore per Poblet, e per la Spagna e l’Italia, e per la mia Congregazione. È anche chiaro che tu vuoi servirti di me. Grazie per questa predilezione. Accetto di collaborare; tu conosci meglio di me la mia nullità e sei capace di fare le tue opere anche con strumenti inadeguati…

Ti chiedo, Signore, e ti scongiuro: se tu vedi che la mia presenza un giorno non serve o se addirittura è di disturbo per la tua opera, ti prego, toglimi di mezzo. Non accetto di essere responsabile del fallimento o menomazione del tuo disegno di amore per Poblet”.

Consolazioni e prove

Come sempre, l’Eterno Padre manda gioie e soddisfazioni, alternate a pene e difficoltà. Fu questa una costante nella rifondazione di Poblet. Fioriscono le prime vocazioni, incomincia il noviziato, arrivano dal monastero di Sticna (Jugoslavia) tre monaci ben formati ed esperti nella vita cistercense, si formano i primi studenti professi, si mettono in movimento i benefattori, la Provvidenza mai si faceva attendere, si ricuperano per il monastero le sale del chiostro e il terreno dell’antica clausura: “Ammiravo – dice Giovanni –, benedicevo e ringraziavo l’Eterno Padre, che sa risolvere i problemi dei suoi figli con tanta facilità e fantasia…”.

Ma le prove non si fanno aspettare. Il suo “Eccomi, Signore…” viene esaudito. Innanzitutto con la morte inattesa del giovane maestro dei novizi, Martino Marini. Poi nel 1950, quando la comunità è composta di 44 monaci, arriva la prova suprema. Dopo la visita canonica, padre Morgades, il primo sacerdote entrato a Poblet, viene mandato in Francia senza destinazione fissa e con la proibizione di avvicinarsi a Poblet. Altri furono dimessi, alcuni giovani uscirono dal monastero, altri destinati a Roma per studiare…

Nel monastero entra un clima di incertezza, di scontento, di divisione: “Anch’io ebbi la mia. L’Abate Visitatore mi fece sapere dal mio Abate che anch’io dovevo partire da Poblet e ritornare in Italia. L’unica ragione allegata era che la comunità di Poblet era abbastanza numerosa ed era giusto che facesse da sé. Sempre per mezzo del mio Abate mi chiese di dare le dimissioni da priore. L’Abate me lo comunicò dicendomi: ‘Qui nessuno ti vuole’”.

Durante il viaggio di ritorno in Italia, l’Abate gli comunicò l’ultima volontà del Visitatore: “Don Giovanni non abbia più alcuna relazione con la comunità di Poblet. Non scriva lettere né cartoline”. Aggiunge Giovanni: “Ora stavo ritornando in Italia nella vita della mia Congregazione, che io avevo creduto, nella mia semplicità, di essere chiamato a far diventare più conforme all’idea e alla vita dei Padri Cistercensi. Ritornavo come un fallito, come un presuntuoso, come un sognatore, smentito dai fatti e dal giudizio dei fratelli e degli stessi miei superiori. Sapevo che tutto era stato frutto di macchinazioni, di ambizioni, di gelosie e ideologie molto umane, ma di fatto… anche questo era entrato nei disegni di Dio; era espressione della Volontà del Padre, che mi ama e che dispone tutto per il bene dei suoi figli”.

Per Giovanni fu una prova durissima: “Questo stato di cose, il sentirsi scomunicato vitando dalla mia Comunità, la sofferenza dei monaci, ai quali io avevo assicurato la serenità e la pace… tutto questo mi causò un oscuramento tale che non capivo più nulla. Riuscivo ad accettarla soltanto pensando alla Vittima del Calvario, quando Gesù gridò: ‘Dio mio, perché mi hai abbandonato?’. Era una vera notte… La Santa Regola, l’Ordine Cistercense, non mi dicevano più nulla… Tutto era stato una illusione. I successi di Poblet… illusione! Tante belle vocazioni… illusione!…

Era il fallimento totale quello che io avevo creduto opera e miracolo di Dio. Tutto mi appariva come illusione, frutto della mia superbia, ben nascosta sotto forma e apparenza di zelo. Ripetevo il mio Sì nei momenti più duri, ma rimaneva il dolore e la ribellione dell’anima, tanto che ebbi paura di non essere in grazia di Dio, perché fuori dalla carità”.

L’incontro con i Focolari

Nel monastero di Santa Croce di Roma si dedica soprattutto al confessionale: “Vi trovai tanta pace – dichiara – e molte volte mi vergognai della mia ribellione alla croce”. A contatto con le tragedie di alcune famiglie si vergogna dell’importanza che dava alle sue delusioni. Le persone si aprivano con lui, accoglievano la sua parola, uscivano raggianti dal confessionale.

L’esperienza fatta per dieci anni a Poblet non lo turbava più. Era la risposta di Dio al suo sì: “Questo superamento – aggiunge P. Giovanni – fu reso più facile da un’altra grazia, che il Signore mi concesse verso la fine di quell’anno 1950 per intercessione della nostra Madre celeste Maria”. Si riferisce all’incontro con l’esperienza dei Focolari, dove troverà la chiave per capire il senso di ciò che stava vivendo. Gliene parlò prima una signora ammalata, alla quale portava l’eucaristia. Poi il suo confratello Tommaso che gli procurò un primo incontro con Ginetta, una delle primissime compagne di Chiara, che volevano vivere sul serio il Vangelo.

L’esperienza gli sembrò interessante. Fu un vero colpo di grazia: “Capii che anch’io dovevo vivere così la Parola di Dio, ma che solo comunicando la vita e le luci ai fratelli nella carità, ci saremmo illuminati e il fuoco dell’amore sarebbe cresciuto fra noi, perché Gesù in mezzo a noi l’avrebbe illuminata e riscaldata.

Compresi che questo spirito era chiamato a vivificare le strutture della Chiesa, e che era stato questo spirito a far fiorire l’Ordine Cistercense per opera di San Bernardo, quando la sua Chiaravalle fu definita dal novizio Pietro di Roya ‘domus laetantium omnium’ (la casa dove tutti sono nella gioia), e lo stesso Bernardo raccomandava ai suoi monaci ‘di essere vigilanti nel custodire l’unità, col farsi tutto a tutti, vivendo tra i fratelli non solo senza dare motivo di lamentele, ma rallegrandoli con la presenza, pregando per tutti, affinché anche di te si possa dire: ecco uno che ama veramente i fratelli e la Comunità’”.

Chiaravalle Milanese

Dio ha i suoi piani. I fatti precedenti dovevano servire come preparazione dell’anima di Giovanni ad altri passi voluti dal disegno di Dio. Dopo la tempesta era tornata la luce e il sereno. Nel frattempo, il cardinale Schuster aveva preso l’iniziativa di riportare i figli di san Bernardo alla loro Abbazia di Chiaravalle. Il Capitolo del 1952, considerata l’esperienza di Giovanni nella rifondazione di Poblet, lo elegge come primo Priore della nuova comunità: “Io non ero in Capitolo. Fui chiamato e mi si comunicò la nomina. Dissi il mio sì. Ciò che provai in quel momento non saprei esprimerlo… Mi ritornò alla mente tutta la storia di Foce e quella di Poblet, i programmi e i progetti di riapertura di Chiaravalle, la mia offerta, la mia esperienza di vita cistercense, il distacco da Poblet, la mia esperienza di confessore a Roma, la mia conoscenza sperimentale della vita di carità fino all’unità… Sentivo che quanto avevo vissuto prima era solo preparazione necessaria e indispensabile per questo nuovo incarico: un unico piano e progetto dell’amore di Dio”.

In pochi anni Chiaravalle riprende vita: i lavori di ristrutturazione dei locali, ma soprattutto la restaurazione della vita monastica come l’avrebbe voluta san Bernardo e l’aveva auspicata il Cardinale Schuster. Questo fu il programma condiviso da tutti: fare dell’Abbazia una fedele riproduzione della “Casa madre”, dove i “monaci fossero coscienti e decisi nell’impegno di realizzare l’ideale dell’unità, formando una vera famiglia di figli di un medesimo Padre”. I frutti di questa esperienza si fanno presto sentire con uno spirito nuovo e con nuove vocazioni. Non mancò neppure il sigillo delle opere di Dio: la croce.

Nel Capitolo del 1966, Giovanni è eletto Presidente della Congregazione. Accettando la nomina, egli disse chiaramente che avrebbe fatto del suo meglio, ma avrebbe continuato a lavorare per la realizzazione del programma iniziato a Chiaravalle. Con la nomina a Presidente veniva inclusa la dignità abbaziale.

Giovanni, ormai esperto nelle cose di Dio, sapeva che presto o tardi sarebbe arrivata la croce. La mormorazione, le divisioni, le accuse, le invidie, le gelosie, i malintesi sono i nemici dell’unità: “Il demonio sa che se siamo uno fra di noi nella carità, noi siamo nelle mani di Gesù e nessuno sarà capace di strapparci dalle sue mani” (San Bernardo). E aggiunge: “Confesso che in tutta questa faccenda soffrii moltissimo: in realtà ero stato condannato dall’ostracismo della nostra Congregazione… Accettai la sofferenza e la offrii tutta per coloro che così mi avevano fatto soffrire”. Dio aveva accettato la sua preghiera: “Se vedi che la mia presenza può mettere in pericolo la tua opera, ti prego, toglimi di mezzo…”.

Nel Capitolo del 1984 Giovanni diede le sue dimissioni e la Comunità di Chiaravalle elesse un nuovo Priore. Nello stesso Capitolo si approvò la riapertura del Monastero di Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra e fu dato l’incarico a Giovanni di fare i passi necessari. È Dio veramente che porta avanti la sua opera e, come divino Artista, svolge il suo disegno nelle diverse situazioni positive o negative, attraverso fallimenti e momenti di gioia pura.

L’ideale dell’unità sostiene i passi di Giovanni che davanti al suo nuovo incarico dichiara: “Da parte mia considererei davvero un fallimento completo il giorno in cui vedessi la Comunità non unita, con un cuore duro, non impegnata ad essere un cuore solo con l’abate e tra i fratelli, nell’unica gara dell’amore”.

Scomparso a 95 anni, Giovanni ha lavorato fino all’ ultimo. Il seme da lui sparso ha prodotto i frutti attesi da Dio. Egli fu un vero restauratore di monasteri: “Là dove c’erano ruderi ora ci sono case splendide… Là dove regnava la desolazione ora la comunità di monaci ridanno gioia e vita”.

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