Il gas della contesa

Gli enormi giacimenti, anche di petrolio, scoperti di recente al largo delle coste egiziane, palestinesi israeliane, cipriote, libanesi, siriane e turche creano non pochi litigi internazionali
Giacimento di gas

Eez. È l’acronimo della Exclusive Economic Zone, e indica la convenzione, elaborata in ambito Onu, per lo sfruttamento delle risorse marine e sottomarine al largo di un dato Paese. Sostanzialmente la norma dice che per 200 miglia (370 km) dalla costa di uno Stato qualsiasi, quello stesso Stato ha diritto di sfruttare l’acqua per la desalinizzazione, le superfici per impiantarvi pale eoliche, a forare la crosta terrestre per estrarre gas e petrolio. La norma appare chiara, salvo quando le frontiere sono tante e vicine, e quando i giacimenti sottomarini sono a cavallo delle Eez di due o più Stati. La stessa convenzione Onu prevede che, nel caso in cui le frontiere di due o più Stati non distino più di 400 miglia, lo sfruttamento delle superfici marine debba essere sottoposto ad accordi tra gli Stati. Sapendo che tra Haifa e Nicosia vi sono, appunto, solo 200 miglia, si capisce bene quanto delicata sia la situazione nel Mediterraneo orientale

In effetti, è successo che il miglioramento delle capacità tecnologiche di individuazione dei giacimenti sottomarini e di perforazione off shore, cioè in mare aperto, siano aumentate in modo considerevolissimo negli ultimi anni. Così, quando si pensava che le riserve di petrolio e di gas fossero destinate ad esaurirsi nel breve lasso di tempo di qualche decennio, sono state trovate risorse per circa un secolo di sfruttamenti. Ora, se si guarda con responsabilità alla preservazione del nostro habitat terreno, che ci siano risorse per 50 o 100 anni poco cambia, se il loro sfruttamento provoca guai naturalistici e all’ecosistema. Ma, si sa, pecunia non olet, e quindi della custodia della natura ce ne si fa un baffo, pur di avere denaro cash subito e in misura ingente.

Nel Mediterraneo orientale, al largo delle coste di numerosi Paesi – Egitto, Territori palestinesi (che non possono far nulla in realtà), Israele, Cipro, Libano, Siria e Turchia – sono stati individuati giacimenti straordinari soprattutto di gas, ma anche di petrolio. Le cronache sono ormai piene di casi delicati: la faccenda Regeni, ad esempio, aveva fatto mettere in dubbio lo sfruttamento da parte dell’Eni del maggiore di questi giacimenti, al largo delle coste egiziane. È di ieri, invece, la notizia del contenzioso tra Cipro e Turchia per lo sfruttamento di un vasto giacimento di gas (denominato “Blocco 9”) che, secondo Ankara, deve essere condiviso anche con Cipro Nord, lo Stato-non-Stato occupato dall’esercito turco. Erdogan, fedele al suo iperattivismo internazionale, ha bloccato delle navi dell’Eni che stavano recandosi verso le piattaforme di foraggio, con relativo corteo di proteste d’ogni genere. Ancora l’Eni – ma sotto la guida della francese Total e in partnership coi russi di Novatek – da una settimana è implicata nello sfruttamento di un giacimento (denominato “Blocco 4”) da cui verrà pompato gas al largo del Libano, ma con la contestazione di Israele che reclama almeno una parte di quel giacimento. Cipro e Israele, poi, discutono animatamente su un altro giacimento (denominato “Aphrodite”). E si potrebbe continuare.

Siamo di fronte a un ginepraio, un puzzle, un coacervo di tensioni per lo sfruttamento di questi giacimenti, il che rischia di peggiorare ulteriormente le relazioni tra Stati nella regione più calda del pianeta. Tutti contro tutti, sembrerebbe: turchi contro ciprioti, libanesi contro israeliani, israeliani contro egiziani e ciprioti e libanesi, con le presenze dirette o indirette di sauditi e russi, e in misura minore di statunitensi. Non pochi osservatori hanno il sospetto che dietro le dimissioni di Hariri avvenute lo scorso novembre in Arabia Saudita vi sia l’esclusione dei sauditi dallo sfruttamento di tali giacimenti: lo confermerebbe il fatto che Hariri, prima di tornare a Beirut dalla Francia, abbia fatto sosta al Cairo e… a Nicosia.

La diplomazia, quella vera, non quella dei petrolieri, deve mettersi all’opera rapidamente per evitare che una faccenda economica avveleni ulteriormente le acque mediorientali. Ma come trovare un accordo tra israeliani e libanesi che, reciprocamente, evitano addirittura di citarsi in pubblico, come se “l’altro” non esistesse? Come mettere sullo stesso tavolo ciprioti e turchi che sono divisi da decenni di diatribe? Come far sì che società russe, saudite e statunitensi cerchino di influenzare tali sfruttamenti anche con mezzi di pressione politici e militari?

Un affare da seguire con estrema attenzione.

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