Francesco Zarzana racconta la partigiana Kira

Il direttore artistico del Modena BUK Festival, con il suo ultimo Vorrei dire ai giovani. Gina Borellini, un’eredità di tutti, ha portato alla luce la storia di una donna poco nota, ma protagonista nella vita politica della neonata Repubblica italiana
Francesco Zarzana, direttore del Modena Buk Festival

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Sessanta minuti per condensare una vita intera. C’è riuscito Francesco Zarzana, direttore artistico di Modena BUK Festival, che con il suo ultimo Vorrei dire ai giovani. Gina Borellini, un’eredità di tutti” ha voluto portare alla luce la storia poco nota di Gina Borellini, la partigiana Kira, che ha avuto un ruolo importante non solo nella Resistenza ma anche nella vita politica della neonata Repubblica italiana. L’idea di raccontare Gina Borellini, morta nel febbraio 2017, è arrivata dopo un episodio riportato dalle cronache modenesi: la profanazione della stele in suo onore con svastiche e scritte inneggianti il nazifascismo, nel Parco della Resistenza di Modena, il giorno dopo l’inaugurazione.

«Di lei sapevo che era stata una parlamentare, ma non ne conoscevo tutta la storia – racconta Francesco Zarzana −. Dopo quell’episodio ho approfondito questa figura scoprendo la storia di una donna straordinaria che ha combattuto per tutta la vita per i diritti delle donne, ottenendo diversi risultati. Era stata una contadina e una partigiana. Si sposò giovanissima e col marito aiutava soldati sbandati alla fine della guerra. Era stata ferita dalle Brigate nere, le avevano amputato una gamba, mentre il marito giovanissimo fu fucilato un mese prima della liberazione. Nel 1948 fu tra le prime poche donne, 45 su 630, a entrare in Parlamento alla Camera dei deputati ed è stata deputata per tre legislature. Per 30 anni, inoltre, è stata presidente dell’Associazione nazionale invalidi e mutilati di guerra, essendo lei stessa una grande invalida. Insomma, una storia che all’apparenza piccola e nascosta e che invece è grande, per questo ho voluto portarla alla luce a livello nazionale».

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Anche il titolo è un omaggio alla Borellini. «Ovunque andasse, specie nelle scuole, iniziava sempre con “Vorrei dire ai giovani…”, per continuare spiegando che bisogna vivere bene la propria vita e la giovinezza senza violenza a differenza di quanto le era accaduto, costretta a vedere morire i suoi coetanei, compagni giovanissimi che lottavano per la democrazia e per la libertà − spiega Zarzana −. Invitava sempre i ragazzi a superare tutte le controversie, a qualsiasi livello, con la pace mai con il conflitto».

Prodotto con un budget “low cost”, il documentario scritto a 4 mani da Sarzana e da Caterina Liotti è frutto della collaborazione con il Centro Documentazione Donna e ha potuto vedere la luce grazie ai contributi di Bper Banca, Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, UDI, ANPI e progetto “Cittadine. I segni nelle comunità e sulle città”.

«Il budget è stato abbastanza basso, dopo tutto con 30 minuti di fiction e solo altri 30 di interviste queste sono opere che per fortuna richiedono pochissimi soldi – afferma il regista −. Ovviamente abbiamo avuti piccoli investimenti che ci hanno permesso di coprire spese come il lavoro dei tecnici, del trucco ad esempio».

Girato tra Modena e Roma, la lavorazione è durata circa due mesi. «Con quasi 8 ore di girato siamo riusciti, con mia grande fatica emotiva, a ottenere 60 minuti di film – spiega Zarzana −. Grazie a Caterina, l’altra autrice dei testi del film e una delle responsabili del Centro documentazione donna di Modena, abbiamo potuto avere a disposizione tutto l’archivio personale di Gina Borellini donato dal figlio. Gina – aggiunge il direttore artistico del Modena Buk festival − era una donna che scriveva tutto. In alcune scene del film, ad esempio, Claudia Campagnola che interpreta Gina, ha letto dagli scritti originali della Borellini. Un’emozione nel vedere la sua scrittura, toccare le sue carte che è emerso nelle riprese».

La pellicola vuole essere un piede nel passato ma con uno sguardo aperto verso il futuro. Si spiegano anche così i 60 minuti esatti di riproduzione in cui sono racchiusi i momenti più importanti della vita della partigiana Kira. Sessanta minuti è infatti la durata standard di un documentario. «Ho voluto che fosse già dall’inizio prettamente televisivo – spiega lo sceneggiatore −. Dopo l’esperienza del mio precedente lavoro, Tra le onde del cielo, volevo un prodotto con una finalità didattica. Nell’arco di un’ora ho voluto mostrare Gina Borellini tra testimonianze di chi l’ha conosciuta e le è stato accanto a lei e parti recitate. Non mancano ovviamente foto del periodo e sue immagini. Ma ho voluto restituire un racconto a tutto tondo della sua persona, invece che privilegiare un solo aspetto».

Dopo la prima del prossimo 25 marzo al Teatro San Carlo di Modena, il film verrà proiettato nelle scuole dove è già molto richiesto. «Credo che nel suo piccolo questo lavoro potrà essere un utile strumento di conoscenza e comprensione per le nuove generazioni – prosegue l’ideatore del film −, una goccia nel mare che spero possa avere una risonanza il più alta possibile perché diventi un tam tam tra i ragazzi che non si lascino ingannare da false ideologie o da falsi miti che non esistono più».

Altri appuntamenti del docufilm saranno il 25 aprile e il 70° anniversario del primo Parlamento repubblicano di cui face parte la Borellini. «Si continuerà anche nel 2019 – conclude il regista – per il centenario della sua nascita. Ho aspettato due-tre anni per fare questo film perché volevo che avesse le giuste opportunità. E questi due anni potranno esserlo. E poi… altri progetti in cantiere che per scaramanzia non svelo».

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