Francesco in Romania: «Camminare insieme è già unità»

Alcuni spunti sul viaggio del papa in Romania: i suoi gesti, le parole dette a braccio, alcuni temi chiave in un Paese di 20 milioni di abitanti, il 15% vive all'estero, dove gli ortodossi sono l'86% della popolazione e i cattolici il 7,4%.

Nelle parole dette a braccio da papa Francesco nel suo viaggio in Romania si coglie qualcosa della sua anima e del modo di intendere il Vangelo. Nel suo incontro con i giovani e le famiglie nel piazzale davanti al Palazzo della Cultura a Iaşi ha detto, improvvisando: «Voi sapete cosa consigliava San Francesco d’Assisi ai suoi frati per trasmettere la fede? Diceva così: “Andate, predicate il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole”. [Applauso] Questo applauso è per San Francesco di Assisi!».

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“Parole” che papa Francesco ha pronunciato in 12 tra discorsi, omelie, conferenze stampe ma che ha testimoniato anzitutto con la vita, con il suo essere. Fa fermare il corteo papale diretto verso il Palazzo Presidenziale Cotroceni, scende dalla macchina e va a salutare la folla che lo salutava. Nel commovente saluto ai malati e a persone con disabilità nella Cattedrale Santa Maria di Iaşi, li saluta con calma, uno per uno. Si “vede” quello che dice di Gesù nell’omelia fatta nel Campo della Libertà a Blaj: «Cerca la sua persona con il suo volto, con le sue ferite e la sua storia».  O nel perdono chiesto ai Rom: «Non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi». «Ho incontrato voi ‒ ha detto nel suo ultimo discorso alla comunità Rom ‒ , ho incontrato tanta gente, per fare un ponte tra il mio cuore e il vostro. E ora torno a casa, torno arricchito, portando con me luoghi e momenti, ma soprattutto portando con me i vostri volti. I vostri volti coloreranno i miei ricordi e popoleranno la mia preghiera».

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Sono piccoli, gesti, attenzioni, come quando dona il rosario ad un bambino rom che gli aveva dato la mano, ma poi, vede che ce ne sono tanti altri e fa distribuire a tutti il rosario. Non sono fatti che parlano e restano nella memoria personale e collettiva più di tante parole?

Nel suo discorso davanti al Palazzo della Cultura a Iaşi per esemplificare il senso del suo intervento, il legame tra le generazioni per ritrovare sempre le proprie radici, conclude a braccio: «Sto finendo, mi manca un paragrafo, ma non voglio tralasciare di dire un’esperienza che ho avuto mentre entravo in piazza. C’era un’anziana, abbastanza anziana, nonna. Nelle braccia aveva il nipote di più o meno due mesi, non di più. Quando sono passato me lo ha fatto vedere. Sorrideva, e sorrideva con un sorriso di complicità, come dicendomi: “Guardi, adesso io posso sognare!”. Sul momento mi sono emozionato e non ho avuto il coraggio di andare e portarla qui davanti. Per questo lo racconto. I nonni sognano quando i nipoti vanno avanti, e i nipoti hanno coraggio quando prendono le radici dai nonni».

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Sono solo alcuni esempi di un viaggio, il 30° del papa, che lascerà un segno profondo in un Paese di quasi 20 milioni di abitanti, 3 milioni sono emigrati all’estero, rappresentano il 15% del totale e ben 1 milione e 200 mila vivono in Italia. Hanno scelto di emigrare per fuggire alla povertà. Nonostante il Pil cresca, del 7% nel 2017, il costo della vita resta spesso insostenibile, con i circa 500 euro medi di salario e i prezzi al consumo molto alti  e non del tutto differenti dai Paesi Occidentali. Dopo il regime comunista, dal 1949 al 1989 che ha affossato libertà ed economia, la Romania, benché sia entrata a far parte dell’Ue nel 2007 e sia un Paese in crescita è attraversata ancora da forti contrasti ed è uno dei Paesi più poveri dell’Europa. Nonostante sia un Paese dalla consistente migrazione, deve sostituire la manodopera mancante in casa, con nuovi poveri che giungono dall’Asia. Le rimesse dei migranti, il flusso di denaro che rientra in Romania, sostiene l’economia, fa crescere il mercato dell’edilizia perché tanti si costruiscono una loro casa in patria con la speranza di rientrare, ma l’abbandono della loro terra causa «spopolamento nei villaggi», l’indebolimento delle radici culturali e spirituali, il fenomeno degli “orfani bianchi”, i figli abbandonati dalle mamme che emigrano in cerca di fortuna per tutta la famiglia. Secondo l’Unicef sono almeno 350 mila gli “orfani bianchi” in Romania, 100 mila in Moldavia. Crescono con padri, nonne, zii, vicini di casa o negli istituti. Sono alcuni degli “effetti collaterali” di una medicina amara ma necessaria.

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Per questo, di nuovo a braccio, nel suo discorso alle Autorità nella Sala Unirii del Palazzo Cotroceni di Bucarest il papa commenta: «Rendo omaggio ai sacrifici di tanti figli e figlie della Romania che, con la loro cultura, il loro patrimonio di valori e il loro lavoro, arricchiscono i Paesi in cui sono emigrati, e con il frutto del loro impegno aiutano le loro famiglie rimaste in patria. Pensare ai fratelli e alle sorelle che sono all’estero è un atto di patriottismo, è un atto di fratellanza, è un atto di giustizia. Continuate a farlo».

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Per questo più volte ha ricordato la centralità dei poveri, prima gli ultimi. Francesco invita lo Stato a costruire «una società inclusiva», dove «i più deboli, i più poveri e gli ultimi non sono visti come indesiderati», ma «come cittadini e fratelli da inserire a pieno titolo nella vita civile». E per fare questo occorre seguire una direzione di marcia che non può essere quella imposta «dal dilagante potere dei centri dell’ alta finanza», bensì quella basata sulla «centralità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili». Quanto più infatti una società si prende a cuore la sorte dei più svantaggiati, tanto più può dirsi veramente civile.

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Altra parola chiave il motto del viaggio: «Camminare insieme». Esprime tutto il senso di un pontificato che ha fatto della sinodalità il suo segno distintivo e vale, ancor più, per il cammino ecumenico inaugurato nel maggio del 1999 da san Giovanni Paolo II che incontrò il patriarca Teoctsit per la prima volta dopo lo scisma con l’ortodossia del 1054. La folla gridò a lungo: «Unitate, unitate». E si aprì un varco nel dialogo con il mondo rumeno ortodosso. I cattolici sono il 7,4%, gli ortodossi l’86%. È un motto anche laico che indica che camminare insieme sia «il tempo di camminare insieme nella riscoperta e nel risveglio della fraternità che già ci unisce. E questo già è unitate». Concetto ribadito anche nella conferenza stampa durante il volo di ritorno a Roma: «Unità dei cristiani. (…) Con la preghiera, con la memoria del sangue dei martiri, con le opere di carità e anche volendosi bene». Vuol dire percorrere un tratto di strada comune, togliere gli impedimenti, bruciare i rancori, superare le divisioni, anche storiche che ci sono state per trovare quello che ci accomuna, non solo come cristiani, ma anche come società perché la fede può fare da collante per entrare nella dinamica del noi «nella costruzione di un mondo più umano».

 

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