Draghi-Erdogan: i problemi oltre le parole

Durante una recente conferenza stampa seguita al cosiddetto "sofagate", il premier italiano Mario Draghi avrebbe attribuito la qualifica di “dittatore” al presidente turco Erdogan. Il governo turco esige scuse ufficiali. Ma cosa ci potrebbe essere dietro all’ormai famoso “inciso” di Draghi?
Il presidente turco Erdogan (AP Photo/Burhan Ozbilici)

Nei giorni scorsi mi hanno incuriosito, e francamente anche divertito, i toni della recente polemica innescata dall’apparato turco contro il premier italiano Mario Draghi e l’Italia. Non voglio con questo entrare nel merito del sofagate, lo sgarbo diplomatico nei confronti di Ursula von der Leyen, di cui si è molto parlato ultimamente, e che ha dato il via alla successiva battuta di Draghi sul presidente Erdogan, battuta che ha scatenato l’indignata protesta turca. Con relativa convocazione dell’ambasciatore e la richiesta di scuse ufficiali, che Draghi non sembra peraltro intenzionato a fornire.

Tra l’altro ho troppa stima di Mario Draghi (e non sto facendo un discorso politico, mi riferisco alla persona) e della sua intelligenza per credere che le sue parole si possano considerare una gaffe, o una svista.

Il premier italiano, in definitiva, ha buttato là, durante una conferenza stampa, questa frase per inciso: «Con questi, diciamo, chiamiamoli per quel che sono, dittatori», aggiungendo «di cui però si ha bisogno». Non ha fatto nomi espliciti ed ha usato un plurale impersonale, ma nessun dubbio che si riferisse al presidente Erdogan, visto che Draghi stava commentando lo sgarbo fatto a von der Leyen.

Certamente Draghi non ignora i 15-17 miliardi di euro di scambi commerciali fra i due Paesi e neppure i numerosi e consistenti investimenti di aziende italiane in Turchia, compreso il milionario settore militare guidato da Leonardo spa, azienda di cui lo Stato italiano detiene il 30% delle azioni. E non è certo un caso che la minaccia di sanzioni turche, dopo l’inciso incriminato di Draghi, riguardi la sospensione nell’acquisto di 10 elicotteri Aw169 prodotti da Leonardo.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Ma c’è ben altro in gioco, e non solo fra la Turchia e l’Italia, che com’è noto fa parte dell’Unione Europea. Anzi le divergenze sono piuttosto consistenti. E sia Draghi che Erdogan sanno che quello che c’è in gioco va ben oltre battute e indignazioni formali. Forse lo sanno meno alcuni italiani, sicuramente molti turchi, dato che l’informazione è in gran parte gestita dal regime.

Le questioni contese a livello europeo riguardano, per esempio, la gestione dei flussi migratori verso l’Europa, con la Turchia in posizione di dettare regole di chiusura o apertura in relazione ai finaziamenti che più o meno riceve, o ad altri interessi; riguardano i diritti umani dei cittadini, dei migranti, delle donne; riguardano l’acquisizione delle risorse naturali di gas del Mediterraneo orientale ai danni della Grecia e di Cipro; riguardano la guerra siriana, con la discutibile gestione di aree occupate da milizie filoturche in territori curdo-siriani; riguarda l’espansionismo turco in Libia (e su questo l’Italia è particolarmente coinvolta) e più in generale in Africa. Almeno queste sono le opinioni dal punto di vista europeo, ed ho toccato solo alcuni dei temi principali.

Per altri versi, a livello internazionale, la Turchia come membro della Nato (per quanto anche qui i giochi siano continui) è un partner da tenere in considerazione. Lo pensano sia in Europa che negli Usa. Inoltre, con la nascita dei cosiddetti “Stati uniti del mondo turco”, la Türk Keneşi (a cui aderiscono, oltre alla Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan) si è costituito un blocco centrasiatico che lancia un monito alle due grandi potenze, Russia e Cina, un segnale che non possono ignorare.

C’è poi un’altra questione controversa di cui i media si sono occupati relativamente poco, ma che riguarda i rapporti di forza e, in modo consistente, la questione ecologica, in particolare dell’area mediterranea. Si tratta di un pallino di Erdogan fin dai tempi in cui era sindaco di Istanbul: la costruzione del Kanal Istanbul, una via d’acqua lunga circa 45 km a occidente del Bosforo per collegare attraverso un percorso alternativo artificiale il Mar Nero con il Mar di Marmara. La tesi turca è centrata sullo smaltimento di una parte del traffico navale (nel Bosforo transitano 53 mila navi l’anno). Sotto sotto, però, c’è chi vede nell’iniziativa un pericoloso bypass del Trattato internazionale di Montreux che regola il transito e la sosta delle navi, anche quelle da guerra, negli stretti. Un segno del malcontento interno lo hanno dato recentemente un centinaio di ufficiali turchi, che hanno scritto una lettera aperta criticando il progetto del Kanal Istanbul proprio per i pericoli connessi con il superamento del Trattato di Montreux. La risposta della magistratura turca è stata (inizio aprile) l’arresto (o solo confinamento?) di 10 ammiragli in pensione che avevano sottoscritto la protesta. I militari sono stati accusati di “usare la violenza per liberarsi dell’ordine costituzionale”, in pratica di golpe.

Ma ciò che molti scienziati ed ecologisti paventano non è tanto una questione politica, ma quella di un autentico disastro ecologico che coinvolgerebbe il Mar Nero e di riflesso, in seguito, anche il Mar Egeo e quindi il Mediterraneo. Tesi naturalmente negata e considerata anti-turca dal regime.

Sul tema ecologico connesso al Kanal Istanbul, Umberto Mazzantini, noto e (in Italia) apprezzato ecologista, ha scritto un interessante articolo su greenreport.it del 3 gennaio 2020, a cui rimando.

Per concludere questo rapido excursus su alcuni aspetti che stanno probabilmente dietro l’“inciso” del presidente Draghi, a me pare interessante rilevare anche la “sfacciataggine” del premier italiano, che ha detto qualcosa di probabilmente condiviso da molti a livello internazionale o che dovrebbe pervenire a qualcuno che conta (per esempio al presidente Usa). Ma certe frasi non sono politically correct, presidente!

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