Dispersione scolastica. Serve davvero una nuova riforma?

Secondo un’ indagine di "Tuttoscuola" negli ultimi vent’anni 3 milioni e mezzo di studenti hanno abbandonato il percorso scolastico. Occorre una riflessione ampia e forte sul tema del mondo giovanile.

 

Il tema della dispersione scolastica è diventato il focus delle riflessioni e riforme pedagogiche e scolastiche a livello non solo italiano ma europeo. Negli ultimi 30 anni, non solo le leggi sull’organizzazione della scuola e della didattica (dal tema dell’inclusione con la legge 104/92 e le diverse direttive sui disturbi dell’apprendimento tra il 2010 e il 2012 a quello delle competenze chiave di cittadinanza varate dall’Unione Europea nel 2006) ma anche la riflessione pedagogica su come sia necessario cambiare la didattica mettendo al centro non più il docente e la trasmissione dell’informazione ma la costruzione del sapere da parte dell’alunno, trovano nella lotta alla dispersione scolastica il loro leitmotiv profondo.

Creare luoghi inclusivi, incentivare le motivazioni negli studenti, limitare le bocciature, evitare lezioni frontali, dare gli strumenti per muoversi con consapevolezza nel mondo del lavoro, tutti temi avvertiti come necessari per combattere la piaga dell’abbandono. In questi giorni una indagine di Tuttoscuola ha rilevato che ogni anno circa 150 mila studenti non continuano il percorso scolastico e che negli ultimi vent’anni sono stati in tutto 3 milioni e mezzo. La conclusione è drastica: saremmo in mezzo ad una catastrofe culturale che testimonierebbe, secondo alcuni esperti commentatori tra cui il professor Italo Fiorin direttore della scuola di Alta Formazione Educare all’incontro e alla solidarietà della Lumsa, il degrado dell’istruzione. Per affrontare definitivamente la questione, dicono in molti, occorre una nuova e seria riforma scolastica; tuttavia meno chiari e meno universalmente definibili sono i termini dell’ennesimo cambiamento nella legislazione della scuola che viene da più parti invocato.

Dentro ai numeri

Ma davvero i numeri sono così impietosi? E se lo fossero, testimonierebbero semplicemente, per così dire, il fallimento della scuola o dovremmo avere il coraggio di fare una riflessione più profonda? Basterebbe davvero una nuova riforma?

Guardando i numeri occorre innanzi tutto rilevare che se è vero che in Italia nel 2017 il tasso di abbandono scolastico dei giovani tra i 18 e i 24 anni è il sesto più alto d’Europa con una percentuale del 14,7% (quella media europea è del 11,5%, fanno peggio di noi l’Islanda con oltre il 21%, Spagna con il 20,7%, Malta 20,4%, Romania 18,6%, Portogallo 15,1%, senza contare la Turchia dove si parla di vera e propria emergenza con una percentuale del 34,6%), e che si è ancora lontani dall’obiettivo posto dall’Unione europea di raggiungere il 10% entro il 2020, è altrettanto vero che i numeri sono in costante calo rispetto dal 2008 dove si registrava un tasso del 20%.

Da quella data ogni anno la percentuale è diminuita con una piccola eccezione: tra il 2016 e il 2017 è aumentata dello 0,5%. Dunque si è ancora oltre la media europea ma se in 4 anni si seguisse la diminuzione degli ultimi 10 anni (di circa 0,5% all’anno), ci avvicineremmo sensibilmente all’obiettivo Ue. La vera piaga resta lo squilibrio tra regioni del Nord e quelle del Sud dove si registra una percentuale di abbandono del 24% in Sicilia e Sardegna e quella dell’8% in Veneto.

Problema scolastico o sociale?

Se la realtà e i numeri sono questi, occorre una riflessione di più ampio respiro che non coinvolga solo il mondo della scuola dove in questi anni si sono fatte riforme che hanno fatto molto discutere. Si tende a riflettere molto sul modello della didattica e di reclutamento dei docenti, ma di certo un dato non si può discutere: con l’indizione dei percorsi abilitativi per l’insegnamento del Tfa (Tirocinio formativo attivo) del 2011 e del 2014 e dei concorsi di reclutamento ordinari e selettivi del 2014 e 2016, sono entrati nel mondo della scuola i docenti più selezionati che si ricordi. Quello che si percepisce dentro al mondo della scuola è sicuramente un venir meno preoccupante delle motivazioni intrinseche; lo studente non vede nello studio una dinamica formativa per se stessa. Lo studio deve servire a qualcosa, altrimenti perde di attrattiva ed è meglio abbandonarlo. Così, tuttavia, si rinnega la vera natura della scuola, specie della formazione liceale, che si nutre della capacità dell’alunno di promuovere ciò che di più alto c’è in lui, la facoltà dell’imparare per umanizzare il mondo di fronte a sé.

Ma occorre provare un’ulteriore riflessione: cosa c’è per chi ha studiato dopo il liceo o la scuola secondaria e l’Università? Attualmente i dati Istat del primo trimestre del 2018 parlano chiaro: una preoccupante mancanza di possibilità e di lavoro. Tra i 15 e i 24 anni il tasso di disoccupazione è del 32,9 %, quello tra i 15-34 anni del 20,5%. Anche questi numeri, occorre sottolineare, sono in costante calo negli ultimi 2 anni, ma è generalizzata la percezione che, fuori dal mondo dell’istruzione, c’è poco spazio per i giovani. Pensare di combattere il problema dell’abbandono scolastico o della motivazione degli studenti allo studio, senza una riflessione corposa, ampia, forte sul tema del mondo giovanile in generale e del posto dei giovani nella società di oggi, a livello culturale, politico, sociale, significa non affrontare davvero il problema.

 

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