Democrazia diretta: pregi e difetti

La rivoluzione digitale e il rischio che i politici sfruttino le passioni del popolo come strumento di potere. Le piattaforme informatiche e la crisi del diritto. Da Città Nuova n. 4/2019

Clistene, politico vissuto ad Atene (in Grecia) intorno al 500 a.C., è considerato uno dei padri della democrazia. Con una serie di riforme, stabilì che il supremo organo deliberativo della città era l’assemblea (ecclesia), composta da cittadini adulti maschi, i quali si riunivano in un auditorium naturale contenente circa 6 mila persone. Clistene stabilì l’uguaglianza di fronte alla legge, e la necessità di governare tenendo presente “ciò che è meglio per il popolo”. La democrazia diretta è nata allora, in una piccola città-Stato in cui tutti si conoscevano, ognuno era informato e poteva, se voleva, manifestare il proprio pensiero e il proprio voto (senza intermediazione).

Ma già pochi anni più tardi, Aristotele (384-322 a.C.) ammoniva che «la peggior forma di democrazia… è quella delle città a grande numero di abitanti, che sono facile preda dei demagoghi, i quali manipolano la legge riducendola a semplice capriccio della folla». Il problema dei politici che sfruttano le passioni del popolo come strumento di potere ha una storia millenaria… che continua.

Pro
Oggi nel mondo nessuno Stato nazionale è basato sulla democrazia diretta, ma ultimamente si sono moltiplicate le spinte per forme di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, più frequenti ed efficaci. In particolare, grazie alla rivoluzione digitale, il popolo del web ha sostituito la piazza e le piccole comunità di cittadini. Questa novità è dovuta a crisi dei partiti e minor fiducia negli organi rappresentativi eletti ogni 5 anni, ma anche alla facilità con cui in Rete si può comunicare la propria opinione su singole questioni, senza aspettare anni.

Tra i vantaggi della democrazia diretta ci sono:

  • Educazione e formazione dei cittadini. Un coinvolgimento frequente spinge ogni cittadino a informarsi sulle questioni oggetto di dibattito, per definire la propria opinione e votare.
  • Formazione dei politici. Il fatto che un certo argomento potrebbe essere sottoposto a referendum, induce i politici a spiegare bene le proprie posizioni, favorendo la trasparenza.
  • Possibilità di assumere decisioni su temi (ad esempio quelli etici) sui quali le forze politiche non riescono ad accordarsi.
  • Comunicazione paritaria. Diventano meno importanti i tradizionali mediatori sociali, mentre ha più forza sia il singolo che il collettivo.
  • Contrasto alla corruzione. Il popolo diventa un contropotere non corruttibile perché diffuso, però è manipolabile.

 

Contro
Chi è contrario ribatte che:

  • Ogni referendum chiede al cittadino di votare “sì” o “no”, semplificando in modo arbitrario e sbagliato la complessità della realtà.
  • Il referendum impone una decisione a maggioranza, per cui «impedisce il compromesso, la mediazione e il pluralismo» (Garcia e altri, Gli istituti di democrazia diretta nel diritto comparato, Cedam).
  • Le questioni sottoposte a referendum sono troppo complicate perché il popolo possa capire sul serio le conseguenze del proprio voto.
  • Il popolo non ragiona sul punto in discussione, ma «a favore o contro il leader che ha formulato il quesito», seguendo “ondate di indignazione” basate su emozioni elementari: paura, rabbia, invidia.
  • I referendum sono promossi da gruppi di interesse (commerciali, politici, ideologici), che hanno capacità e risorse per campagne mirate a convincere la popolazione, a danno delle minoranze più deboli.
  • Si distorce la democrazia, contrapponendo la volontà popolare a quella parlamentare.

 

Nel caso, poi, in cui si usi il web, vi sono altre obiezioni:

  • L’analfabetismo digitale è diffuso, molti non sanno usare gli strumenti informatici.
  • Internet ostacola la riflessione e la mediazione. Si presta a manipolazione e controllo da parte di poche persone.
  • Spesso si tratta di un allargamento solo apparente della partecipazione popolare, dato che «le decisioni fondamentali sono prese da una cerchia di persone ancora più ristretta rispetto ai partiti tradizionali».
  • Il cittadino si sente meno responsabile quando usa gli strumenti informatici.

 

Il futuro della democrazia
Negli ultimi anni, sono aumentate le voci di chi ritiene che democrazia rappresentativa (i parlamenti eletti) e democrazia diretta (ad es. i referendum) siano entrambe necessarie e complementari. Scriveva Norberto Bobbio nel 1991: «Nessuno può immaginare uno Stato che possa essere governato attraverso il continuo appello al popolo. […] Democrazia rappresentativa e democrazia diretta non sono due sistemi alternativi, ma possono integrarsi a vicenda». Dunque, la sfida è chiara: allargare la partecipazione dei cittadini, ma senza cadere nell’instabilità delle «decisioni assunte facendo prevalere l’emozione sulla ragione».

Piattaforme informatiche e crisi del diritto
Per funzionare bene, una democrazia richiede una cittadinanza informata e autonoma, enti intermedi rappresentativi (e non corporativi), procedure adeguate ad affrontare la complessità, una dialettica positiva tra cittadini e istituzioni (Giannino Piana, Rocca n. 3/2019). La “rivoluzione digitale”, però, mette a dura prova tutto ciò: l’informazione è controllata da poche imprese (Google, Apple, Amazon, Facebook) «al di fuori delle istituzioni democratiche», la nostra sfera emotiva è bombardata da notizie manipolate, non c’è più una cultura condivisa, ci rifugiamo in tribù in lotta tra loro. Sulla scena osserviamo «la potenza distruttiva di nuove folle digitali». Eppure il difficile rapporto tra tecnologia e democrazia va gestito, riducendo i rischi (potere tecnologico di pochi) e allargando i benefici (opportunità per tanti cittadini di sentirsi protagonisti e far sentire la propria voce).

Le attuali piattaforme informatiche per il voto online (come Rousseau del Movimento 5 stelle) soffrono di un difetto strutturale: sono private, per cui il codice in cui sono scritte è segreto e la gestione opaca. Non si sa se i risultati delle votazioni siano veri o manipolati dai proprietari, non è assicurata la segretezza e unicità del voto, l’identificazione (e/o profilazione) degli utenti è indefinita, attacchi hacker possono alterare i risultati o rubare i dati dei votanti. In pratica i prodotti tecnologici sono delle “scatole nere”: è «impossibile capire cosa contengano e cosa sia stato fatto utilizzandole» (Fioriglio, Democrazia elettronica, Cedam).

Come conseguenza, si crea uno spazio in cui il codice di programmazione (segreto e proprietà di privati) diventa «legge più della legge stessa», il diritto non sa come intervenire, mentre «il ruolo del consulente tecnico diviene quasi più centrale di quello del giudice». In pratica, lo Stato sembra incapace di «emanare e far rispettare leggi che proteggano individui e comunità nel cyberspazio». Meglio allora una piattaforma informatica pubblica – utilizzabile, flessibile, sicura e con codice aperto –, che offra strumenti di democrazia diretta (deliberativa e partecipativa) per un esercizio “regolamentato” della sovranità popolare, in modo complementare all’attività degli organi eletti (Parlamento, Regioni, Comuni) e alle iniziative dei corpi intermedi.

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