Della nostra immagine e somiglianza

Grande attualità continua a rivestire il tema della donna, sia sul piano civile che su quello religioso. Mi sembra necessario, perciò, cercare di avere dei chiari princìpi cui ispirarsi, onde meglio penetrare la situazione attuale e portare il proprio contributo all’evoluzione e alla maturazione di essa. Per questo, mi sembra che la cosa migliore sia rifarsi alla Sacra Scrittura, incominciando dall’Antico Testamento. Vorrei studiare la posizione della donna, senza preconcetti, senza tesi prefabbricate, vedendo le luci e gli eventuali limiti storici nei quali è racchiuso il dato rivelato. Solo così si potrà anche arrivare a una comprensione della situazione della donna oggi, con la sua dialettica, le sue luci, i suoi contrasti. Esaminerò tre passi dei primi capitoli del Genesi: la creazione di Adamo ed Eva, nel primo capitolo; la creazione della donna, nel secondo capitolo; la punizione della donna, nel terzo capitolo. Si potrebbero anche esaminare altri passi, per esempio: 2, 7 e 5, 1, ma appaiono, per il mio scopo, ripetitivi di quelli segnalati. Vi è poi il problema della interpretazione generale di questi capitoli e il pensiero della Chiesa su di essi. Per questo allegherò una documentazione a parte. Per i primi tre capitoli del Genesi utilizzerò la versione di P.E. Testa (1), poiché, essendo assai letterale, meglio riesce a dare il senso dei brani esaminati. Utilizzerò anche la traduzione della Bibbia della Cei e altre traduzioni moderne, particolarmente la Bibbia di Gerusalemme (2). Il racconto del Genesi secondo la tradizione sacerdotale Finalmente Elohim disse: Facciamo gli uomini a norma della nostra immagine, come nostra somiglianza affinché possano dominare sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e fin su tutti i rettili che strisciano sulla terra (Gn 1, 26). La prima parola che incontriamo, di grande rilievo, è Elohim; è il plurale di Eloàh e significa Dio. Il plurale si trova 2500 volte nell’Antico Testamento, mentre il singolare equivalente 50 volte. Questo plurale può designare più dèi (Es 18, 11; Dt 10, 17; Gdt 9, 13), però è usato di rado in questo senso. Di solito si costruisce col predicato verbale al singolare anche se vi sono eccezioni, come nel nostro versetto, e altrove (Gn 11, 7), e può avere aggettivi e pronomi sia al singolare che al plurale. Se si può riferire a più dèi, Elohim generalmente indica però un Dio solo, e in questo caso quasi sempre ha l’articolo e il verbo al singolare. Si potrebbe pensare che la forma al plurale sia un residuo di politeismo rimasto nella Bibbia, ma questa teoria non trova riscontro negli studi scientifici, poiché troviamo pure nei testi ittiti la forma plurale, Ilàni, per indicare un Dio solo; ed in quelli fenici vediamo che chiamano il dio Nergal con il plurale Elim. Quest’uso al plurale riferito ad un Dio solo, ha fatto dubitare che la forma Elohim sia realmente plurale; la m sarebbe il segno di mimazione, come nelle iscrizioni arabiche e forse anche nelle ugaritiche e fenicie; se è in forma plurale, non si pensa tanto alla pluralità quanto alla peculiarità (tanto più che viene usato e congiunto sia col plurale che col singolare), e si potrebbe pensare allora che Elohim esprima un ampliamento del concetto, una elevazione della persona a rappresentante generale, ciò che noi esprimiamo coll’astratto o con il cosiddetto plurale di eccellenza e di sovranità (3). Elohim avrebbe tutte le qualità; per questo nell’Antico Testamento il plurale Elohim è prediletto per designare l’unico vero Dio, come nel nostro versetto. Le altre parole di difficile esegesi sono facciamo e nostra. C’è chi vi riconosce tracce di politeismo antico che affonderebbe le sue origini all’inizio della storia sacra, politeismo che si sarebbe poi purificato, ma che avrebbe lasciato traccia dietro di sé in documenti come il nostro; il soggetto in questo caso sarebbero gli dèi. Questa teoria però è abbandonata dai più. Come sarebbe possibile che un documento di fatto politeista possa essere rimasto nella Bibbia, nonostante la stretta osservanza monoteista dell’autore della tradizione sacerdotale? Questa teoria non appare possibile se non si vuoi contraddire tutta la storia della Bibbia. Si è pensato allora al noi maiestatico. Quando Dio dice noi egli parla a sé stesso; si ritrova l’uso di questo plurale maiestatico nel protocollo dei re persiani che dicevano pure noi nel designare sé stessi (4). Ma in realtà in ebraico il plurale maiestatico non esiste e fa la sua comparsa solo in Esd 4, 18, giusto nell’aramaico dell’epoca persiana. Per questo, altri pensano che si tratti di un plurale deliberativo, cioè Dio parla con sé stesso e, quasi sdoppiandosi in due persone, decide e affida l’incarico all’altra persona, che lo assume. È, quest’ultima, un’interpretazione assai diffusa, che lascia però un po’ perplessi giacché si traspongono in tempi remoti sottigliezze psicologiche proprie di una mentalità evoluta. È da ricordare anche l’opinione di molti interpreti cattolici e di Padri della Chiesa, che vogliono vedere in questo plurale un primo annuncio, se non proprio della rivelazione della Trinità, per lo meno di un dialogo avvenuto tra il Padre e il Figlio. Anche questa interpretazione ha incontrato molte difficoltà, poiché sicuramente non si può anticipare la rivelazione del Nuovo Testamento nell’Antico; si possono eventualmente riconoscere delle vestigia della Trinità, che hanno valore per noi, e che confermerebbero l’esistenza del mistero, ma che agli antichi non avrebbero detto nulla. Vi sono poi due ipotesi che, a mio avviso, godono di buona probabilità; nella prima si afferma che Dio parla qui a tutta la corte celeste degli angeli, corte celeste della quale si fa cenno in 1 Re 22, 1923; Is 6, 8; cf. anche Gn 3, 22; è da confrontare anche la traduzione greca dei LXX, la Volgata del Sal 8, 6 (5), e Eb 2, 7 (6). Non si può dire, però, con questo, che gli angeli abbiano partecipato alla creazione dell’uomo e della donna; ciò viene escluso dal v. 31, dove il verbo che segue Elohim è al singolare (7). L’altra ipotesi si avvicina a quella che sosteneva il plurale deliberativo, ma con questa sfumatura, che non si tratterebbe di scissione psicologica bensì di ricchezza e pienezza che l’antica lingua ebraica avrebbe espresso con un plurale: Se adopera il plurale, è segno che vi è in lui una tale pienezza di essere, che egli può deliberare con sé stesso, nella medesima guisa con cui più persone decidono tra di loro (8). Concludendo, questi plurali, più che tracce di religioni primitive pagane, sono un chiaro segno della grandezza del mistero di Dio, sia inteso con la sua corte di angeli e di arcangeli, sia contemplato da solo. Queste conclusioni spiegano perché l’autore della tradizione sacerdotale abbia voluto lasciare tracce presenti nel testo originario dell’ineffabile immensità di Dio, usando i plurali. Gli uomini, in ebraico adam, è senza articolo e perciò dovrebbe indicare un individuo particolare ed essere tradotto al singolare, come fanno la maggior parte delle Bibbie. Qui però ha un significato collettivo. L’origine della parola è discussa, c’è chi la collega al sumerico adâmu, mio padre, o all’assiro- babilonese adàmu, prodotto, generato, o all’arabo adama, che significa unire, attaccare, indicando con questo che l’uomo è un essere socievole.Ma, più semplicemente, la parola può avere un accostamento con âdâmâh, terra, poiché da essa l’uomo sarebbe stato tratto, e in essa è la sua sede nella vita e dopo la morte. Ma ritorniamo al significato concettuale. Gli uomini, adam, come si è visto, è un nome collettivo che indica la razza umana, e che regge un verbo al plurale: possono dominare. M.J. Lagrange, basandosi su Ghilgamesc 11°, 112 (9), afferma che la parola adam si applica alla prima coppia, e difatti tutta l’umanità era rappresentata dai nostri due progenitori, che in realtà, secondo il racconto biblico, erano soli. È importante questa parola, poiché ci dice che l’uomo e la donna, in questo capitolo, sono uguali. Non si fa distinzione fra un prima e un dopo, fra chi domina e chi è dominato, come avverrà nel capitolo secondo e terzo del racconto jahvista. Vedremo che fra le due tradizioni non c’è una vera contraddizione, ma è interessante sapere perché l’autore sacerdotale del primo capitolo abbia presentato così il primo uomo e la prima donna. È da tener presente che l’autore di questo capitolo è posteriore all’autore del racconto jahvista del secondo e terzo capitolo. Si può pensare allora a una volontà di controbilanciare la descrizione pessimista della tradizione jahvista, ma si può anche ritenere che vi fosse una tradizione sulla uguaglianza dei sessi nel paradiso terrestre, tramandata, e che trova qui il suo suggello. In questo caso l’autore sacerdotale, oltre che narrarci le origini dell’uomo, pone come l’ideale cui l’umanità ebraica e non ebraica dovrà tendere nelle alterne vicende della storia. Pasquale Foresi (continua) (1) P.E. Testa, Genesi, Torino 1968. (2) Come è noto, il Pentateuco, secondo la grande maggioranza degli studiosi cattolici e non cattolici, è stato composto utilizzando soprattutto quattro tradizioni scritte in diversi periodi storici ma che contenevano più antiche tradizioni orali e scritte. Le tradizioni sono: a) la jahvista, b) la elohista, e) la sacerdotale, d) la deuteronomista. Per quanto ci riguarda, noto che il capitolo primo è attribuito alla tradizione sacerdotale; essa ha una teologia trascendente di Dio, non usa per Dio antropomorfismi, adopera per il periodo premosaico la parola Elohim per indicare Dio. E difficile datare le tradizioni del Pentateuco; secondo una teoria, la tradizione sacerdotale risalirebbe al sesto secolo a.C. I capitoli secondo e terzo sono stati attribuiti alla tradizione jahvista; in essa sono presenti modi di dire squisitamente popolari, abbondano gli antropomorfismi, si usa la parola JHWH per dire Dio, c’è vero ottimismo, al peccato e alla malizia dell’uomo si contrappone spesso il bene e la promessa. Si può datare, secondo una teoria, al decimo secolo a.C. (3) Elohim, in H. Haag, Dizionario Biblico, Torino 1960, p. 310. (4) J. Chaine, Le livre de la Genèse, Parigi 1949, p. 27. (5) Eppure l’ha fatto di poco inferiore agli angeli, di gloria e di onore lo ha coronato… ; (6) Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato…. (7) Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno; (8) M.J. Lagrange, RB, Parigi 1896, p. 387. (9) ANET, 94.

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