Dall’oblò del telefonino

Continua il viaggio in Timor Est. Un Paese di antica cultura, contaminata dalle occupazioni, che guarda verso l'Occidente e la sua "apparente" felicità ingannatrice. Perché continuano a volerci bene?

Lo dicono gli scienziati, non i fotografi: questo mare è tra i più incontaminati del pianeta. Ma lo si può dire di tutta questa terra, davvero rimasta come al giorno della creazione. Le pianure con i cavalli nel vento, i bufali calmi che ti fissano ruminando, i coccodrilli in mare e in palude. Poi il vento, il cielo terso striato di nubi. Qualche casupola.

Ecco sì, qualche casupola di uomini. Per loro questa bellezza non c’è, la guardano un po’ come questo mare dagli oblò di un relitto. La loro vita è naufragata e ripartita più volte. La loro antica cultura contaminata dalle occupazioni e la loro fisionomia mutata a forza. I portoghesi si stabilirono qui per 5 secoli, fino al 1975. Seguì una violentissima occupazione indonesiana che in 25 anni sterminò il 47% di questa gente. In percentuale fu il genocidio più grande della storia moderna. Ma chi mai lo impara a scuola?

timor-estQuesta natura da paradiso se la possono gustare poco. Essa resta pur sempre una forza potente con cui scendere a patti per un po’ di riso e qualche pesce. Non c’è molto tempo per spiaggiarsi al sole o fare snorkeling. Niente ferie all’estero anzi, niente ferie proprio. Tutt’al più un rientro alla casa natale, una visita ai genitori nel villaggio.

E se la natura la guardi mentre la lavori, il mondo lo guardi attraverso un altro oblò. È lo schermo di un telefonino comprato al magazzino cinese per 100 dollari, magari con l’aiuto di un parente emigrato, di uno zio che ha fatto qualche soldo, di un fratello che lava i cessi a Londra o raccoglie arance in Australia. E da quell’oblò guardano la vita quella bella, quella delle città, dei grattacieli, delle case pulite con i bimbi biondi che ci giocano. Un po’ come, in mare aperto e profondo, guardare all’interno di un sommergibile e vedere lì dentro gente ben vestita, asciutta, che cena e chiacchiera allegra a suon di orchestra. Ma non è un sommergibile, è il Titanic.

È l’occidente che affonda danzando, con sempre meno bimbi e sempre più cani col cappotto, con i suoi muri anti-immigrato e le sue chiese vuote. È l’occidente che annega nelle cose che consuma, nei cibi che ingoia, nell’ansia che lo deprime. Affonda e contamina, annega ed incanta i miliardi di poveri che cercano di imitarne i vestiti e le canzoni, le bibite e le droghe.

Speriamo che capiscano l’inganno e stacchino lo sguardo, e si riprendano una vita che nemmeno loro sanno come sarebbe stata senza la nostra contaminazione bianca. E la domanda resta: perché ci vogliono bene? Perché tutti, per la strada, mi salutano con il rispetto che si deve allo straniero, mentre da noi “straniero” è diventata una parolaccia?

 

Da Lospalos, Timor Est, 5 agosto 2019 (vedi anche il blog La locanda della parola).

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