Dal Vajont alle mamme Nopfas

La determinazione delle madri impegnate nella difesa delle falde acquifere dalle sostanze inquinamenti è un grande atto d’amore per la vita e il futuro di tutti. Il legame forte, di impegno e speranza, con la memoria storica del disastro ambientale accaduto in Veneto nel 1963

Alle 22:39 del 9 ottobre 1963, una frana si stacca dal monte Toc e cade nell’invaso della diga del Vajont. Con un rumore assordante un’onda di 25 milioni di metri cubi d’acqua scavalca il muraglione e precipita a valle, spazzando via 5 paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè.

In 4 minuti apocalittici muoiono 2.018 persone; chi sopravvive vaga inebetito nel buio della notte, in attesa dei soccorsi che arriveranno alle 5 del mattino. La valle del Piave è ridotta ad una landa spettrale fatta di melma, detriti, carcasse di animali, tronchi d’alberi e brandelli di cadaveri.

È uno dei peggiori disastri ambientali mai accaduti al mondo, provocati dall’uomo. Sì, perché la natura, da sola, al Vajont non c’entra. Nei processi che vanno avanti per anni vengono a galla le tragiche verità. Si poteva evitare. Tutti sapevano che i fianchi della montagna non erano geologicamente adatti all’opera, tutti vedevano e sentivano che la montagna si muoveva, immaginavano che da un momento all’altro l’irreparabile sarebbe accaduto. Eppure…

I parenti delle vittime – questo popolo feroce e rassegnato nello stesso tempo, che ripetutamente compare sulla scena della nostra Italia ferita, a Longarone come a Genova, a Bologna come a Stava o a Ustica – faticarono persino a trovare un difensore di parte civile. Uno lo trovarono, Floriano Calvino, il fratello minore di Italo, che in seguito così si espresse sul Vajont: «È una storia di controllori che non controllavano, di sapienti che non sapevano, di ingegneri svuotati di ingegno. Di tanti uomini che si erano rifiutati di far uso del comune buon senso a difesa delle vite umane».

Non distante dal Vajont, nell’Italia del Nord est che corre economicamente, un gruppo di mamme sta facendo crescere una foresta silenziosa: la voglia di parlare, la pretesa di sapere, la determinazione di impedire che l’acqua, inquinata da sostanze chimiche sversate senza criterio nei fiumi, avveleni i loro figli.

Si chiamano mamme Nopfas, con tanto di pagina Facebook, e l’8 ottobre di un anno fa hanno portato in piazza a Lonigo più di 10 mila cittadini sensibilizzati dalla loro protesta. Ancora non si fermano! Sono state ascoltate dal ministro dell’ambiente Sergio Costa. Ora sono in presidio permanente davanti alla procura di Vicenza, a chiedere giustizia, con tutta l’energia che il dolore per la sorte dei figli riesce a sprigionarsi da un cuore di madre.

Così il Paese si rigenera, questo può e sa fare la politica delle madri. L’onda buona delle “mamme No pfas” è un caso esemplare – non certo l’unico – di vitalità della democrazia partecipativa. Per esse ha ancora un senso parlare di bene comune, e nel termine non c’è niente di astratto o lontano.

Il bene comune sta lì, nella cura dei beni comuni – acqua pulita, spazi verdi, bar liberi dall’azzardo – che diventa cura per le vite umane. Tutte. Grazie mamme!! Grazie della buona politica dei beni comuni! Con voi, la commemorazione dei 55 anni dalla tragedia del Vajont si fa impegno e speranza.

 

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