Così è nata una comunità

Di neve n’era caduta tanta quell’11 febbraio 1954, festa della Madonna di Lourdes. Mi trovavo in ufficio quando fui raggiunta da una telefonata di padre Giambattista: mi proponeva, tornando a casa per la pausa pranzo, di fare un salto in parrocchia per ascoltare l’esperienza evangelica di due giovani di passaggio. A raccontare è Luciana, 74 anni appena compiuti e festeggiati assieme ad altri amici della comunità focolarina di Treviso. Comunità che lei, quale primo anello di una lunga catena, ha visto nascere. Carla e Giorgio – continua, sotto lo sguardo affettuoso della sorella Gilberta – dichiararono con semplicità di aver messo al primo posto nella loro vita l’amore di Dio e del prossimo, sull’esempio di una maestrina di Trento, Chiara, che in mezzo agli orrori della guerra aveva riscoperto la carica rivoluzionaria del vangelo. Di famiglia profondamente credente, ero impegnata in vari modi in parrocchia, nell’apostolato, in attività caritative… Eppure quanto ascoltavo mi suonava nuovo; ero colpita soprattutto dalla realtà di persone le più diverse che si componevano in fraternità. Tornai ad ascoltare quei due la sera stessa, e stavolta c’erano con me anche Luigino, Tino, Severina ed altre due amiche…. Più che il freddo di quel giorno speciale, Luciana ricorda il calore acceso nel suo cuore dall’annuncio di un amore così immenso da abbracciare tutti, nessuno escluso, e che lei poteva ricambiare amando Gesù in ogni prossimo. C’era davvero di che far nascere un incendio! Sono in tanti, a Treviso, a stimare questa donna semplice, amabile e concreta, che conserva la freschezza e l’entusiasmo di quando, ventitreenne, iniziò l’avventura dell’unità. Luciana, una che non arretra di fronte a nessuna difficoltà ma prova disagio quando sente mettere in luce da qualcuno il suo prodigarsi per gli altri. Io? – si schermisce allora -. Io non faccio veramente niente… È Dio che fa. Tanto è radicata in lei la consapevolezza di essere solo uno strumento nelle sue mani. Amare tutti – continua il suo racconto – era una novità per una col carattere battagliero come il mio, spesso al centro di infuocate discussioni in cui difendevo a spada tratta i miei princìpi, sempre pronta a rimproverare chi sentivo bestemmiare e a tenermi alla larga da quelli dell’altra sponda. Lo stesso comandamento dell’amore reciproco, mi sembrò di scoprirlo solo allora. Ero così felice che avrei voluto gridare dai tetti la mia scoperta e non mi lasciavo sfuggire occasione per comunicarla. Non sempre però con gli effetti sperati: chi rimaneva indifferente, e chi invece, pur attratto da una vita del genere, la riteneva utopica… Evidentemente i fatti dovevano precedere le parole: da quel momento imparai a salutare per prima, a evitare giudizi, ad ascoltare fi- no in fondo anche chi non la pensava come me, a chiedere scusa se avevo mancato verso qualcuno. Anche al lavoro, i miei colleghi notarono in me un cambiamento. Se prima m’allineavo all’inerzia generale nel rispondere al telefono o nel servire il cliente, ora invece avevo come una molla che mi faceva subito mettere a disposizione del prossimo (era Gesù!)… E a poco a poco anche gli altri divennero più disponibili. Talvolta si trattava di condividere un dolore, di risolvere come miei i bisogni urgenti di qualcuno, sia che si trattasse di procurargli vestiario, cibo, mobilio, alloggio, documenti, o di assisterlo se ammalato… La confidenza in Dio poi mi apriva porte impensate. La carica che animava il primitivo gruppetto, unita ad una gioia contagiosa, portava a comunicare ad amici, conoscenti, colleghi di lavoro, parenti le prime esperienze di vangelo vissuto. Il più delle volte il seme cadeva in buon terreno (le radicate tradizioni cristiane della gente veneta) ed altri si aggiungevano a loro. Senza saperlo, ripercorrevano il solco tracciato dai primi cristiani allorché si riunivano in case private per ravvivare la loro fede; salvo poi a ricorrere a sale pubbliche quando il numero di partecipanti lo richiedeva. Per arrivare a più gente possibile oltre ai contatti personali e alle lettere utilizzavano Città nuova e il commento mensile alla Parola di vita. Tornava in auge la pratica dell’ospitalità, con il coinvolgimento spesso dei familiari: primi a beneficiarne, in quegli anni di forte espansione del movimento, i focolarini e le focolarine di passaggio o quanti facevano tappa a Treviso diretti a Trento, la città che ne era stata culla. A questi – ricorda Luciana – si aggiungevano altri che avevano necessità di un alloggio temporaneo: giovani venuti per motivi di studio o di lavoro, persone con difficoltà familiari, parenti di pazienti ricoverati nel locale ospedale, di cui avevamo notizia… Non solo, ma si cercava di agevolarne il soggiorno anche con altri piccoli servizi. Una così calda accoglienza da parte di sconosciuti risultava una autentica testimonianza. Capitava di sentirsi dire, al momento della partenza: Qui ho trovato una vera famiglia, non ho mai sofferto la lontananza dai miei!. E c’era chi rispondeva entrando a sua volta nella logica del vangelo. In tempi poi in cui non eravamo in molti a possedere un telefono e un’automobile, si riusciva ugualmente a venire incontro a certe necessità, coinvolgendo chi disponeva di questi mezzi; e comunque non si risparmiavano sacrifici per mantenere collegate le persone, tanto forte era in noi la convinzione che incontrare questa spiritualità era la possibilità di un contatto vivo con Dio amore. Nel ’57, ’58 e ’59 Luciana e i suoi amici parteciparono con altri al convegno estivo dei Focolari (allora unico) che si teneva in Trentino, a Fiera di Primiero. Quell’esperienza di intensa comunione, in cui si avvertiva palpabile la presenza di Cristo, diede un impulso decisivo alla nascente comunità trevigiana; ad essa in seguito anche i complessi internazionali di Loppiano avrebbero portato il contributo del loro messaggio in musica. Dopo l’impiego decennale presso una ditta di produzione casearia, Luciana passò alla segreteria di un istituto professionale, dando anche lì tutta sé stessa. Alle prese con allievi (Avevano sempre bisogno di tante cose: una penna, un foglio, un documento, un’informazione…), con genitori (C’era da rassicurare quelli che venivano a chiedermi consiglio per il proprio figlio), nonché con superiori (Per un certo periodo ebbi un preside di dichiarate convinzioni staliniste: spesso mi prendeva in giro anche in pubblico per le mie idee, salvo poi a ricorrere a me per faccende delicate). Avevano iniziato in pochi, quel pomeriggio innevato del ’54. Dal seme, a Treviso e provincia, era nato un alberello: la realtà di una comunità completa, formata da adulti, giovani e famiglie. I FIORETTI DI LUCIANA Circola voce che raccolgo vestiario per quanti – anche extracomunitari – si rivolgono alla nostra parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice, per cui mi arriva sempre tanta roba. Una volta, tuttavia, non trovando niente di adatto da mandare nella ex Jugoslavia, chiesi con fiducia a Gesù: Aiutami a vestirti. Poco dopo venni a sapere che i proprietari di una ditta di capi di abbigliamento stavano per mandare al macero una partita rimasta invenduta. Informati dell’iniziativa, acconsentirono a sostenerla. Risultato: riempimmo tre automobili con giubbotti imbottiti nuovi. In un altra occasione c’era necessità di scarpe. Mi rivolsi ancora a Gesù, e la mattina seguente, davanti alla porta della chiesa, trovai tre sacchi di scarpe nuove con sopra un cartellino: Per Luciana. Ancora oggi non so chi me le abbia mandate. Nella scuola dove ero impiegata era arrivato un bidello alcolista, che tutti emarginavano. Sposato e con due figli, era stato lasciato dalla moglie. Signor preside, qui si tratta di salvare un essere umano…. Con l’appoggio del mio superiore m’interessai perché venisse curato presso un centro specializzato a Udine e per diverso tempo ve lo accompagnai per seguire le terapie del caso. Non mi importava se qualcuno mi diceva: Perché lo fai? Ci rimetti tempo e denaro…. Siccome poi era rimasto anche senza alloggio, bussai a tante porte finché anche questo problema fu risolto.Tra alti e bassi riuscì a disintossicarsi e a poco a poco si reinserì nel lavoro. Quella terza gravidanza di Shanti, una amica dello Sri Lanka, capitava nel momento meno felice: suo marito in quel periodo beveva, stavano per ricevere lo sfratto, il medico aveva accertato dei problemi e consigliato l’aborto; per di più la stessa signora dove la donna lavorava ad ore minacciava di licenziarla se non avesse abortito. Dopo aver fatta mia l’angoscia di Shanti, le dissi: È una vita, ed è tuo figlio. Le difficoltà ci sono, ma assieme preghiamo Dio che ti illumini e ti dia forza. Prima risposta positiva: al consultorio, diversamente da quanto le era stato detto, tutto risultò a posto. L’indomani, al funerale di Rebecca, sei mesi, mi venne da chiedere alla piccola per Shanti: Salva il suo bambino, tu che sei in Paradiso; intercedi per lei, te ne prego. Il giorno fissato per abortire, rividi Shanti. Ecco le carte dell’ospedale – e le stracciò sotto i miei occhi -: ho deciso di non abortire. Licenziata, trovò un altro lavoro come baby sitter. Malgrado altre difficoltà, superate con l’aiuto della comunità, portò avanti la gravidanza fino alla nascita di una bella bambina: Stella!

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