Conversation Pieces di Filiberti

La Bellezza che supera il dolore e la morte è forse la via dell’attesa di un amore e armonia che riappacifichino l’uomo di sempre e di oggi

Ogni volta che ci si avvicina all’opera di un autore poliedrico e di intensa trama simbolico-letteraria come Marco Filiberti, un silenzio totalizzante è richiesto allo spettatore ed anche, in modo diverso, agli interpreti. Perché il mondo di Marco Filiberti, costruito da una fitta trama di rimandi filosofici musicali letterari e poetici è non un evento, ma un “accadimento in atto unico”. Ossia un kairòs laico, un tempo-senza tempo “di grazia”, che quindi supera il kronos, lo svolgersi dei secoli, e si fa visione di un mistero sempre da esplorare e mai del tutto esplorato.

In quasi due ore, attingendo e riscrivendo secondo la propria ispirazione Cain e Manfred di Byron, Filiberti dipana in una fremente sequenza di quadri viventi con indubbi riferimenti artistici (dalla Pietà al Discobolo, dallo Spinario alla Morte di Marat) – affidati al corpo umano plasticamente abbracciato, diviso, opposto o fuso –, la vasta indagine su bene e male, luce e tenebra, libertà e felicità, senso e ragione, e soprattutto il bisogno inguaribile di conoscere e di amare.

Viaggiando, novello Dante, tra mondi ultraterreni di poesia e bellezza ahimè perduti (ma che poi l’autore e regista riversa dal “cielo” su di noi in frammenti) e la realtà onnivora, meccanica ed antieroica della contemporaneità.

Echi di Giobbe, dell’Ecclesiaste e di Geremia, ossia delle domande sul perché del dolore formano un retroterra nascosto che unito alle musiche di Wagner, Mahler, Strawinsky, Verdi, Festa e Marianelli, accompagnano commentando e “parlando” la fusione tra parola e azione. Dove la parola è verso poetico, una sorta di cantus firmus o di recitar cantando – dai sotto-testi intensi – in vibrazioni che ci scuotono: ora sommesse ora veloci ora tonanti o violente.

Ma non si tratta solo di suoni, bensì di rimandi a vasti pensieri, echi sonori di questi. Ogni parola sembra venire da molto lontano per poi farsi vita nel presente. Nella cortina di fumo e di luce nebulosa, c’è la tensione a sfondare l’inconoscibile e l’ignoto e poter rivedersi in un abbaglio di luce. Caino e Abele, Manfred e Lucifero si incontrano e si scontrano, piangono, fremono e tentano di oltrepassare la morte, protagonista sommessa ma onnipresente. «Non tutto perirà di ciò che sei», dice Lucifero, angelo caduto per troppa conoscenza e infelice, a Caino.

Byron-Filiberti, ossia l’uomo, vuole varcare la soglia dell’immortalità e dell’eternità. Si pone una fondamentale domanda di senso che, fra l’altro, parrebbe riecheggiare, in toni molto personali, il verso leopardiano: «Che fai tu luna in ciel?». Nella fusione dialogica delle forme d’arte – musica danza scultura pittura poesia –, Filiberti riesce a dipanare, quadro dopo quadro, o se si vuole visione dopo visione, tra fascino e terribilità, questo interrogativo drammatico, puntando ad una formidabile tensione verso l’equilibrio dell’Uno Conciliatore.

Chi è questo misterioso Uno che collega alla prima scena di Caino e Abele raggrumati l’ultima di Manfred/Caino che stringe a sè il fratello Abele “lasciandosi andare tra le sue braccia” e facendo sì che il creato si ricomponga in “superiore armonia”? È l’amare e l’essere amati? Filiberti non lo grida – e fa bene –, ma lo lascia scoprire a noi.

Stupefatti e commossi di fronte a un’opera totalizzante che invade i sensi e l’anima perché animata da una desiderio quanto mai struggente di dire-conoscere tutto o quasi dell’uomo. L’uomo che è Abele e Lucifero insieme o alternativamente. Così appaiono gli interpreti – Stefano Guerrieri, Matteo Tangarelli, Diletta Masetti – immedesimati a tal punto da essere diventati “altro da sé”; questo trasmette la coreografia avvolgente di Emanuele Burrafato, l’ampia scena glabra di Benito Leonori. Squarci di luci, la vasca da cui esce la vita, lo specchio d’acqua dove vive la Bellezza.

Non sono luoghi ma personaggi. La Bellezza che supera il dolore e la morte è forse la via dell’attesa di un amore ed armonia che riappacifichino l’uomo di sempre e di oggi. Attesa anche di qualcos’altro o di qualcun altro. Ma questo forse Filiberti ce lo dirà in un prossimo lavoro. Frattanto ci induce al pensiero, cioè a ritrovare l’uomo. E questo non è davvero poco.

 

 

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