Chiude l’“Ilva del Nordest”

Arriva a spegnimento definitivo l’area a caldo della Ferriera di Servola di Trieste. Su 400 operai, due terzi verranno ricollocati. Migliorerà l'impatto ambientale.

Oggi, 9 aprile, è una data di quelle che si ricorderanno nella storia industriale triestina: arriva infatti a spegnimento definitivo l’area a caldo della Ferriera di Servola, la cui procedure di fermata erano partite una settimana fa. Si arriva così alla fine di un processo che dura ormai da anni, con le richieste pressanti e spesso contrastanti di società civile, politica e industriali, in merito a che destino dare ad una tipologia di lavorazione i cui impatti ambientali e sanitari da tempo destavano serie preoccupazioni.

Per capire meglio il contesto, va detto che la storia della Ferriera è secolare: venne infatti costruita nel 1896 dalla Krainische Industrie Gesellschaft di Lubiana, per la produzione di ghisa e ferrolega, ai tempi in cui Trieste era ancora parte dell’impero austroungarico e nodo strategico di fondamentale importanza – c’era infatti stata, nel 1857, la costruzione della prima grande ferrovia dell’impero (Südbahn), che collegava Vienna con il porto sull’Adriatico. Dopo la caduta dell’Impero, la Ferriera entrò a far parte prima della Società Altiforni e Acciaierie della Venezia Giulia, che la controllò fino al 1931, quando lo stabilimento entrò a far parte di Ilva. Nella seconda metà del Novecento passò più volte di mano, fino all’acquisizione nel 2015 da parte del gruppo Arvedi; che sottoscrisse un accordo di programma con le istituzioni per la messa in sicurezza ambientale e la reindustrializzazione dell’intera area.

Il soprannome di “Ilva del Nordest” che era stato dato alla Ferriera fa infatti intuire che quadro si fosse venuto a creare: l’emissione di sostanze inquinanti nell’aria e nell’acqua, infatti, era tale da destare preoccupazioni per la salute degli abitanti. Già nel 2014 uno studio dell’Osservatorio Ambiente e Salute del Friuli Venezia Giulia aveva evidenziato, tra le altre cose, un aumento del rischio di tumore al polmone per gli abitanti dell’area, oltre che di altre patologie legate in particolare alla qualità dell’aria. Nodi simili, per intenderci, a quelli già ben noti per il caso Taranto, che è infatti l’unica altra acciaieria con altiforni attivi esistente in Italia.

Come già detto, ad essere spenta è la cosiddetta “area a caldo”, quella relativa all’attività degli altiforni per la produzione di ghisa e maggiormente inquinante; rimarrà invece attiva la cosiddetta “area a freddo”, relativa cioè ad altre lavorazioni. Il che implica naturalmente che, degli oltre 400 operai attualmente in forze allo stabilimento (ai “tempi d’oro” erano più di quattro volte tanti), circa due terzi debbano essere ricollocati e formati a tal fine: per la maggior parte nell’area a freddo, ma anche nelle operazioni di bonifica del sito, nella logistica, oppure anche in aziende terze o altre sedi del gruppo Arvedi. Soluzioni che però non fanno dormire sonni tranquilli, visto che – nonostante le rassicurazioni di “zero esuberi” da parte di Arvedi – non per tutti gli interessati è ancora stata identificata una soluzione chiara. Oltretutto, il coronavirus ha ulteriormente ostacolato il raggiungimento di accordi; tanto che per ora, come fanno osservare in molti, l’unica certezza resta la cassa integrazione prevista dal Cura Italia.

Sonni più tranquilli, anche se ancora non del tutto, li dormono invece i membri dei diversi comitati civici e gli abitanti a cui questi hanno dato voce: se l’inquinamento dell’area non sparirà certo in automatico con lo spegnimento dell’area a caldo, c’è comunque da sperare in un rapido miglioramento almeno della qualità dell’aria. Si attende ora l’effettiva partenza delle operazioni di bonifica.

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