Chiese abbandonate

Cronaca di un disastro spirituale e culturale

«Luoghi di silenzio: pause nella vita di ogni giorno, capaci di suggerire un diverso senso del tempo, un altro ritmo esistenziale. Un riposo dell’anima, e del corpo». Queste sono le chiese. Per i credenti, ma anche per le persone senza un riferimento religioso. Varcare la soglia delle basiliche ombrose, come delle piccole ed umili chiesette di campagna, significa «entrare in un tempo separato eppure tangibile, vivo, colorato», in «oasi di senso, capaci di risvegliare ciò che di umano resiste in noi. Di farci tornare a camminare “a passo d’uomo”». Ce lo ricorda Tomaso Montanari nel suo Chiese chiuse (Einaudi 2021).

Estasi di santa Teresa d’Avila, di Gian Lorenzo Bernini, chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma

In ogni chiesa la dimensione culturale e quella religiosa sono indistinguibili. «Le chiese, in Italia, sono sempre state la prosecuzione delle piazze con altri mezzi: luoghi pubblici, luoghi in cui entrare anche senza un perché. Luoghi intimi, spazi di respiro e riposo mentale per tutti noi che ci siamo cresciuti dentro… un’esperienza che di fatto i nostri figli non potranno avere», perché un numero enorme di chiese sono ormai abbandonate. Chiuse o sconsacrate o privatizzate o soggette ad un biglietto per entrare.

In Italia si stimano circa 95 mila chiese, almeno le più importanti. Di queste, ben 85 mila sono beni culturali, cioè luoghi di culto religioso (per la Chiesa), e luoghi di cultura e conoscenza (per lo Stato). Dunque dovrebbero essere sottoposte a una doppia cura, a una doppia tutela.

Invece la situazione è spaventosa: in certe diocesi, il 60% dei luoghi di culto cattolici non esiste più come tale. Il calo delle vocazioni, la diminuzione della frequenza dei fedeli (e quindi delle offerte), gli elevati costi di manutenzione e di personale, l’industria dello svago che «condanna a morte tutto ciò che non rende», hanno imposto la chiusura o la vendita. Cancellando questi luoghi sia come edifici di culto che come monumenti.

Quante volte capita di avvicinarsi ad una chiesa e trovarla chiusa. Quante volte scopriamo che per entrare in una chiesa monumentale bisogna pagare il biglietto come turisti. Chi vuole pregare, deve cercare una nascosta porticina laterale, col guardiano che ci scruta sospettoso perché teme che facciamo i furbi, e alla fine della messa, se vogliamo rimanere, ci invita ad uscire e rientrare come “turisti” dopo aver pagato il biglietto. In Italia sono circa un centinaio le chiese monumentali cui si accede pagando. Che tristezza!

Chiesa diroccata
Chiesa diroccata

Tanti parroci eroici, con le loro comunità, cercano di mantenere a tutti i costi aperte le chiese loro affidate, pur di non abbandonarle al degrado materiale e ai furti. Una chiesa chiusa infatti è esposta alla rovina e al saccheggio. L’industria del sacrilegio, in Italia, è «un fenomeno immenso, incontrollabile». Si ruba di tutto: reliquie, paramenti, statue devozionale, marmi barocchi, tele d’altare, migliaia di oggetti che prendono la strada di collezionisti, robivecchi o… e-bay.

Così ogni chiesa chiusa e abbandonata «inizia a dissanguarsi, e un lento rivolo di oggetti prende le vie più diverse, perdendo quell’unità che sola poteva conferire a ogni cosa un senso, e un futuro». Non fanno una fine migliore le chiese sconsacrate e vendute ai privati: sotto croci, altari e volte affrescate, vengono realizzate piscine, cartelloni pubblicitari, location per banchetti lussuosi o cene d’affari, bar, sfilate di moda, night club e così via. Per l’industria dei matrimoni civili, le antiche chiese sconsacrate sono richiestissime.

Le chiese, tutte le chiese, dovrebbero invece essere «aperte, visitabili, gratuitamente e costantemente, con tutti i supporti utili alla loro comprensione, ma senza snaturare la dimensione “spirituale”». Il patrimonio è al sicuro «finché è frequentato, noto, amato, conosciuto: le chiese si aprono ai ladri quando si chiudono ai cittadini» e ai fedeli. Abbiamo un patrimonio prezioso, perché «ognuna delle nostre chiese storiche è un organismo vivo, capace di insegnarci chi siamo e perché siamo diventati così».

Dunque per salvare le chiese, prima di tutto frequentiamole, per fede, per arte o anche solo per un riposo dell’anima. Da soli o in comunità. E magari, mentre stiamo per pagare il costoso biglietto di una grande mostra sponsorizzata, ricordiamoci che nella umile chiesetta accanto probabilmente si sono tele e capolavori altrettanto belli che ci aspettano, gratis.

Incendio di Notre Dame de Paris (15 aprile 2019) (AP Photo/Vanessa Pena)
Incendio di Notre Dame de Paris (15 aprile 2019) (AP Photo/Vanessa Pena)

Dopo il rogo di Notre Dame, a Parigi, scriveva Carlo Ossola: «Ciò che è più urgente oggi è ricostruire la speranza, che non ha bisogno di mura, ma di varcarle – le nostre mura di sicurezza, di egoismo, di pigrizia. Ite, missa est» (Dopo la gloria, Treccani 2019).

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