I cento anni di Amarcord

Il rapporto irripetibile tra Tonino Guerra e Federico Fellini. I talenti, la sapienza, l’esperienza. Un’amicizia vera e tanti film.
Federico Fellini e Tonino Guerra

«Mi pare che con questo film Federico e io siamo riusciti a regalare l’infanzia al mondo». Così Tonino Guerra, che oggi – 16 marzo 2020 – avrebbe compiuto 100 anni, definì il capolavoro di Amarcord: il film che nel 1973 realizzò insieme a Federico Fellini, suo coetaneo, nato due mesi prima di lui, il 20 gennaio dello stesso anno.

Federico lo chiamò perché amava le sue poesie in dialetto romagnolo e un po’, forse, anche perché erano concittadini. O quasi. Tonino era di Sant’Arcangelo di Romagna, attaccato a Rimini, a due passi, quasi un quartiere della città, ma meno contaminato di Rimini, meno sporcato dal turismo, diceva Guerra, più autentico, più contadino. Però avevano visto più o meno la stessa gente da ragazzini, avevano respirato gli stessi pensieri e camminato con gli stessi occhi sulla pietra, la semplicità, le abitudini, i tic e la povertà di una provincia italiana sotto il fascismo.

Fellini aveva da poco realizzato Roma: bellissimo, abbondante e debordante film sulla città eterna, e adesso voleva farne uno sulla Romagna della sua infanzia e della sua adolescenza, su quella Rimini, in particolare, che aveva lasciato più di trent’anni prima. E allora ecco la collaborazione con Tonino Guerra, che in Romagna, invece, aveva vissuto fino ai trent’anni, ed era già stato sceneggiatore per Antonioni, Petri, De Sica, Rosi e Monicelli. Tutti grandi, ma per Fellini mai.

Così incrociarono il talento, la sapienza, l’esperienza, la loro affinità e la loro diversità e ne venne fuori un’amicizia vera oltre che il gioiello di Amarcord. Che vinse l’Oscar nel ’74 come miglior film straniero e che in dialetto romagnolo significa «io mi ricordo», e come tutti i ricordi è sfumato, inafferrabile e sospeso, soprattutto quando c’è di mezzo una «memoria smemorata» – per usare un’espressione del giornalista Pino Corrias – come quella meravigliosa di Fellini. Anche Tonino Guerra, su Amarcord, non aveva ricordi di ferro: «Non so proprio se c’è più di mio o di suo. Giuro, non mi ricordo quello che c’è di mio».

Anche perché Amarcord era rimembranza, si, in buona parte, ma anche invenzione e fantasia. Era sintesi, crasi e affabulazione di un tempo lontano, perduto, ricostruito in tanti modi. Racconta Sergio Zavoli, amico di entrambi, che una volta chiese a Tonino Guerra dove avesse colto il talento più straordinario di Fellini. E Guerra rispose: «In 10 metri di pellicola». Erano quelli – continuava Zavoli – che servirono a Fellini per far credere a tutto il mondo che il Rex, quella sera, passò veramente davanti al Grand Hotel di Rimini.

Federico Fellini sul set di Amarcord
Federico Fellini sul set di Amarcord

«Amarcord – ha detto Tornatore quando il film fu restaurato dalla Cineteca di Bologna, nel 2015 – è una gran bella distrazione, un film terapeutico: se stai male e lo vedi ti passa». È anche di più: è un film riuscito sulla ricerca del tempo perduto, è un omaggio a quella primavera della vita prima fugace e poi tanto ripensata quanto inafferrabile.

Non litigarono mai, Tonino e Federico, e a lavorare si divertivano che pareva non si stesse lavorando: «Sembra che non si faccia niente – ricordava Tonino Guerra – si scherza, si parla, ogni tanto si butta giù un appunto, tanto per appuntare, e poi spesso va a finire che l’appunto è quel che resta».

La sceneggiatura di E la nave va, del 1983, la scrissero in nove giorni, lavorando la mattina dalle nove a mezzogiorno. A Fellini piaceva sentire Guerra che parlava in dialetto: lui non lo conosceva bene come l’amico. Zavoli ricorda un altro pregio di Fellini raccontato da Tonino: «Ti lasciava fantasticare e poi prendeva quello che gli sembrava più utile per narrare il suo film». Fellini aveva continuamente idee. Lui, da poeta, gli offriva le parole e il maestro le mutava in immagini.

Parlavano tanto, anche in macchina, viaggiando: «Si addormentava in pieno giorno – diceva Guerra di Fellini – mentre giravamo per i sopralluoghi e quando si svegliava riprendevamo quel filo di parole che il sonno non aveva neanche interrotto, perché era come se facesse parte dello stesso sogno».

Erano alla pari, come si deve stare in amicizia, liberi di pensare e di esprimere, senza timore di essere giudicati o di deludere l’altro. Si capivano facilmente, e insieme fecero anche Ginger e Fred: bello, però amaro, volutamente plumbeo, già, a metà degli anni Ottanta, figlio di un altro tempo, di una televisione volgare e mangiatrice di cinema. C’è una bella intervista, su Youtube, realizzata da Francesca Fellini (nipote del regista) a Tonino Guerra, nel 1995. «Mi manca la sua follia incredibile – dice lo sceneggiatore a due anni dalla scomparsa dell’amico – la sua tenerezza, la sua difesa e la sua fantasia». Una volta chiese a Federico: «Come la mettiamo con la morte?» E Fellini rispose: «Ma sai, Tonino, potrebbe essere anche un bellissimo viaggio». Il regista è partito prima: l’amico lo ha raggiunto molto tempo dopo, nel 2012, ma adesso, insieme, staranno festeggiando questi 100 anni in leggerezza, magari appuntando qualche cosa senza darvi troppo peso, come facevano un tempo.

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