C’è sgombero e sgombero

E se invece li trasformassimo in “traslochi”, rispettando le famiglie coinvolte? L’esempio di Palermo

Ci sono oggetti che ingombrano e stanze ingombrate. Per questi serve lo sgombero. Quando il verbo viene usato a proposito di persone, di insediamenti improvvisati di “poveri Cristi”, solitamente nomadi, spesso Rom, la parola sgombero mette i brividi. Sempre che ci sia qualcuno ancora non anestetizzato, capace di avvertire quella scomoda sensazione che si chiama “brivido”.

Di fronte ai tanti recenti sgomberi c’è chi non solo ha avvertito i suoi brividi, ma li ha condivisi e non si è dato pace perché lo sgombero diventasse altro, diventasse un trasloco di cui la famiglia era soggetto e non oggetto. Appunto.

La cronaca di uno sgombero-nonsgombero ci arriva da Palermo. Il progetto del comune prevedeva che il meraviglioso parco della Favorita, curato in quanto giardino e non abbandonato al degrado, tornasse ad essere uno dei luoghi di passeggio, svago e incontro dei cittadini. La decisione di offrire alternative dignitose a chi nel frattempo, per 28 anni, l’aveva utilizzato, era stata presa da tempo e progressivamente molte famiglie avevano lasciato l’area volontariamente, tanto che delle iniziali 120 persone ne erano rimaste solamente 54.

Dopo nove mesi di sequestro giudiziario dell’area, il 5 aprile, data fissata per la dismissione del campo e l’inizio dei lavori di ripristino del Parco, si avvicinava. Ma questa tempistica non teneva conto di un piccolo grande particolare, a cui invece Carla Mazzola – referente dell’ufficio scolastico regionale per gli alunni rom – teneva moltissimo. Il trasferimento delle ultime famiglie dal Parco agli hotel in altri quartieri, nel bel mezzo dell’anno scolastico, avrebbe fortemente compromesso la frequenza alle lezioni dei bambini Rom e tutto il lavoro che la scuola da anni aveva intrapreso per il loro successo scolastico. Li conosceva bene, ad uno ad uno i 24 minori rimasti: la decina di iscritti alle elementari Degasperi, i quattro alle medie Virgilio e i tre al superiore.

Trasferimento Rom (Palermo)Si è messa di traverso, Carla. In senso fisico. È stata con le famiglie del campo fin quando non è stata certa che i bambini non avrebbero “perso” la scuola e avrebbero completato l’anno lì dove l’avevano iniziato. E l’ha spuntata, insieme all’autorizzazione a trascorrere nel campo le ultime fasi del trasferimento. Così è stato.

«La gran parte delle famiglie di questi bambini e ragazzi è stata trasferita in un albergo vicino alla scuola, come mi aveva assicurato l’assessore. Nelle ore del trasloco, molti dei bambini erano a scuola, ma io ho voluto condividere con la comunità Rom quest’ultima giornata al campo, l’ultima preghiera alla Moschea costruita da loro, soprattutto far sentire loro di non essere soli e che il trasferimento negli hotel è provvisorio in attesa di una sistemazione definitiva e dignitosa. Continua l’impegno a sostenere i piccoli nel percorso scolastico, unica possibilità di riscatto e di vera integrazione. È stata una esperienza intensa di condivisione del dolore di lasciare la casa dove avevano vissuto, ma anche di sostenere la speranza verso un futuro migliore».

La sinergia messa in moto fra soggetti pubblici “attenti” e soggetti privati “disinteressati” ha creato qualcosa di unico, che va raccontato perché è reale e non finisce. Anche dopo il trasferimento. Infatti, per quanto stellati, gli hotel di provvisoria sistemazione non danno il calore dell’accoglienza. Dunque Carla e i suoi amici hanno seguito le famiglie anche lì, costruendo una rete di solidarietà.

«In collegamento con la Comunità di Sant’Egidio abbiamo provveduto alle necessità e ai pasti nei primi giorni; ora il Comune ha attivato una mensa presso una parrocchia e noi, da volontari, li visitiamo nei loro alloggi per mantenere vivi i rapporti e il senso di essere nella stessa città, anche accorciando le distanze se si attiverà, come speriamo, la possibilità di uno scuola-bus».

Su youtube si possono vedere i video di tale sgombero-nonsgombero. C’è calma e partecipazione in tutti: nelle Forze dell’ordine, nelle autorità pubbliche che vengono salutate e ringraziate dai Rom, nei giornalisti tenuti volutamente lontani… segno che il metodo del dialogo non è stato un fatto improvvisato, ma costruito nel tempo e con coerenza.

«Mi sento di dire che la serenità, nonostante il dolore, e la civiltà e la sensibilità mostrata dalle Forze dell’ordine e dalla comunità Rom sono frutto di decenni di dialogo. La chiusura del campo, da tempo richiesta, con la sistemazione delle famiglie rappresenta per la nostra città motivo di orgoglio per il superamento dei ghetti e di quello che un “campo” tristemente evoca».

«Siamo tutti palermitani – può affermare il sindaco Orlando con orgoglio –. I rom hanno compreso le ragioni della Città e la Città ha compreso le loro». Sì, nel comunicato la parola città è scritta con la maiuscola. Non è un errore. È maiuscolo anzitutto il cuore di chi per anni ha visto attorno sempre e solo persone, anche in un campo Rom.

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