Catalogna, la rivoluzione continua

600 feriti, 200 arresti, 7 milioni di euro di danni dopo una settimana caldissima a Barcellona e dintorni. I sentimenti addolorati della stragrande maggioranza, il desiderio sincero di dialogare.

«A Barcellona la rivoluzione non va preparata, per la semplice ragione che è sempre pronta. Esce in piazza ogni giorno; se non c’è aria perché si sviluppi, arretra; se c’è atmosfera, coagula». La frase fu pronunciata nel luglio 1909 da Ángel Osorio, governatore civile di Barcellona, alla fine di quel che è ricordato nei libri di storia come «settimana tragica». Il bilancio fu di 78 morti, mezzo migliaio di feriti e 112 edifici incendiati. Certo, non si tratta di trovare un parallelismo tra quegli eventi e le attuali proteste, ma diciamo almeno che così tragica questa volta la settimana non è stata. Si stima che i danni causati ammontino a sette milioni di euro, e ciò senza tener conto dei danni ai negozi dei privati.

Oltre l’informazione in vari media, ho seguito con particolare attenzione uno dei miei gruppi di WhatsApp, con persone che hanno diverse opinioni sull’indipendentismo. Tutti, senza eccezione, si sono lamentati per l’esplosione sconcertante della violenza; c’è stato pure chi ha somatizzato il dolore: «Ho mal di pancia per la tanta tensione emotiva». Diversi hanno espresso la loro «vicinanza» o «l’affetto» per la Catalogna, pregando Dio che non ci fossero dei morti.

Tra coloro che in questo gruppo si dicono indipendentisti, uno si dichiarava «triste e paralizzato» perché la sentenza della Corte suprema gli pareva «ingiusta», era una «condanna alla dissidenza», e concludeva col desiderio di cercare «vie di pace per trovare la soluzione a una domanda giusta, richiesta da anni». Un altro lamentava «il grande fallimento politico», e si augurava che «partendo da questa ferita si possa costruire qualcosa che dovrà essere nuovo». E un terzo: «Le cose si risolvono con il dialogo; ciò è quello che dovremmo promuovere».

Il sentimento d’impotenza di fronte a ciò che potrebbe accadere d’ora in poi potrebbe in effetti condurre a un certo disfattismo, vedendo come il confronto tra indipendentisti e non è ogni volta più forte. Eppure i messaggi in questo gruppo di WhatsApp mi mostrano che l’impotenza può essere anche un punto di partenza: «Vorrei fare molto di più di quel che faccio, ma vi assicuro che cercherò di rettificare il mio atteggiamento per poter essere costruttore di una cultura del dialogo». Ancora: «Cerco di essere segno di pace –dice un’altra – nel mio ambiente», cioè cercando di ridurre la tensione quando in ufficio viene fuori una conversazione sull’argomento, perché in queste circostanze «le idee passano di più che le persone».

C’è in effetti tanto da lamentarsi per le proteste accadute a Barcellona: quasi 600 feriti tra agenti e civili, 107 veicoli della polizia inutilizzabili, 200 arresti, 800 container bruciati… Sono solo alcune delle cifre che la stampa sta pubblicando, e non sono ancora cifre definitive. Mi dà speranza, però, il fatto che, come o potuto leggere nel mio gruppo di WhatsApp, quando esplode la tempesta e tutti corrono per trovare riparo, c’è sempre gente che mantiene la calma e guarda al futuro: «Ci resta una lunga e difficile strada da percorrere, insieme ci riusciremo», dice uno dei miei amici.

 

 

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