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Il caso magistratura in Italia

I casi da accertare di contaminazione politica nella gestione dell’organo di autogoverno dei giudici fanno emergere il serio problema dell’indipendenza di uno dei tre poteri dello Stato. Il rischio di riforme affrettate

Si leggono con sconcerto e dispiacere le notizie relative ai magistrati che paiono coinvolti in condotte penali (persino la corruzione) o anche solo deontologicamente non irreprensibili.

Luca Palamara
Luca Palamara

In particolare, è balzata sulle aperture di tutti i media la vicenda che vede coinvolto il pm Luca Palamara, già presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura e leader di Unicost, una delle sotto-aggregazioni di magistrati che finiscono per comportarsi come le correnti nei partiti: questa sarebbe la “corrente di centro”.

Il magistrato ha respinto tutte le accuse, argomentando a suo favore nella memoria difensiva, ma non si può negare che l’impressione generale vada oltre la vicenda individuale.

Appare infatti aperto uno squarcio sulla gestione dell’intera magistratura o quantomeno delle procure, mostrando l’ennesimo “sistema” che sta sotto. Non il caso di un magistrato, quindi, ma un caso-magistratura. In particolare, oggetto della questione è la procedura delle nomine ai vertici degli uffici, in particolare delle Procure della Repubblica.

A norma dell’art. 105 della Costituzione, «spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Si estrinseca così, con l’attribuzione all’organo di autogoverno di tutti i provvedimenti riguardanti la vita di un magistrato, l’autonomia solennemente sancita nell’articolo precedente («La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere»).

Ma che autonomia e indipendenza c’è in una magistratura che pare contaminata da relazioni pericolose con potenti politici e soprattutto da lotte intestine tra “correnti”, al punto che del Csm si conosce la geografia “politica” come quella di un Parlamento? E se «il diritto dei magistrati di associarsi non può essere messo in discussione», come ha dichiarato il ministro Bonafede, si deve convenire anche con il vicepresidente del Csm Ermini, che ha ammonito così il Consiglio: «Io credo che tale associazionismo, ove inteso come luogo di impegno civico e laboratorio di idee e valori, svolga ancora un ruolo prezioso animando il dibattito e il confronto culturale e tecnico sui temi della giustizia e sul senso della giurisdizione. Ma consentitemi di dire che nulla di tutto ciò io vedo nelle degenerazioni correntizie, nei giochi di potere e nei traffici venali di cui purtroppo evidente traccia è nelle cronache di questi giorni».

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, in occasione della cerimonia di inaugurazione dei corsi di formazione della Scuola Superiore della Magistratura per l'anno 2019 a Scandicci (Firenze), 5 aprile 2019.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, in occasione della cerimonia di inaugurazione dei corsi di formazione della Scuola Superiore della Magistratura per l’anno 2019 a Scandicci (Firenze), 5 aprile 2019.

A fronte di questo quadro inquietante, la reazione diffusa è quella di invocare la riforma del Csm o quanto meno del sistema elettorale dei magistrati, pensando addirittura di evitare le elezioni attraverso il sorteggio (ma vi è lo scoglio della Costituzione che si riferisce direttamente all’elezione dei magistrati). Di questo ha parlato il ministro Bonafede col presidente Mattarella, che non ha nascosto la sua preoccupazione di massima carica dello Stato, che presiede anche il Csm. Ma non è tutto qui. Eventi traumatici come quelli di questi giorni fanno vacillare l’assetto stesso della magistratura, rinfocolando dibattiti che puntano ridiscuterne le fondamenta stesse, prima tra tutte l’obbligatorietà dell’azione penale. Nessun tabù, ben inteso; purché non si finisca per apprestare rimedi peggiori dei mali.

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